VISIONE

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Elisa Lipari, Visione

Giovanna Piazza (Pordenone 1987). Lavora a Casina (Reggio Emilia). Dal 2011 al 2013 ha fatto parte della redazione della rivista Atelier. Sue letture di libri editi e prose sono apparse su alcune riviste, quali Steve ed Ellin Selae. Suoi racconti sono stati pubblicati su Il Paradiso degli Orchi, Il Colophon e in un’antologia (corsiero editore 2014). Assieme a Claudio Bagnasco ha ideato e cura il blog letterario Squadernauti, on-line dal 31 maggio 2014.
Con Visione è per la prima volta su Verde. L’illustrazione è di Elisa Lipari.

Quando mia madre e mio padre una mattina mi scoprirono a giacere con mia sorella si dissero contenti che la famiglia fosse unita.
Io obbedivo sempre ai miei genitori, mi dispiaceva ritardare quando mi aspettavano per consumare il cibo tutti insieme o ingannarli tenendo qualcosa solo per me, anche semplicemente omettere ciò che avevo visto in loro assenza, perdendomi nel centro del mare o nel bosco, dove muoiono i sentieri.

Nel tempo libero dalla conquista organizzavo grande pulizie del mio corpo con l’acqua corrente, invitavo gli amici ad assistermi e a parlarmi mentre li guardavo guardare con insistenza la mia nudità dal bordo della vasca. Tuttavia non obbligavo nessuno a visitarmi durante i miei bagni, come altri avevano invece fatto con me. Io non avevo paura di rimanere da solo mentre curavo il mio corpo. Ma al tempo confondevo ancora l’amore con la visione.

Mostravo a mia madre e a mio padre il frutto delle mie vittorie, raccontavo loro di quanto mi avessero lodato e compreso gli altri. E loro mi accarezzavano come se già sapessero e mi facevano complimenti misurati, perché mai la contemplazione in me sostituisse l’azione, la stasi il movimento.
C’è più purezza nella guerra che nel sonno, nel sogno, nell’abbandono, ripetevano. Dopo nove mesi, mia sorella diede alla luce un figlio, che lasciammo al principio del fiume, perché il suo collo pulsava come quello di un rettile e i suoi occhi erano stremati dalla nascita e dalla luce.

Quando fui grande abbastanza per capire, mio padre mi spiegò l’immortalità abbassando la scure sui miei anulari. Mi disse che quel dolore chiaro e acuto che mi rendeva capace di sentire con più forza ogni cosa era immortalità, come il sopportare la mancanza, il sentimento dell’assenza che ne sarebbe venuto. E che l’uomo deve soltanto cercare l’immortalità.
Diceva che la fine riguarda i deboli e bisogna essere sempre giovani e pronti per poter fare qualcosa di eroico. Per questo preferiva mia sorella a mia madre.
Fu lui a procurarmi una moglie tra le donne del nostro sangue, una bambina di undici anni la cui bellezza priva di qualsiasi aggressività e malizia mi rendeva inerme, incapace.
Era impossibile avvicinarsi a quella bellezza senza guastarla, senza esserne turbati e tormentati, perciò lasciai mia moglie e la famiglia per nascondermi nel ventre di una montagna.

Quando ritornai scoprii che mi avevano creduto morto: per giorni si mostrarono felici e sorpresi nel vedermi, mi preparavano il cibo fresco e me lo servivano e mi impedivano di aiutare o di fare alcunché; ma dopo divenni ciò che ero sempre stato, una presenza domestica, consueta, a cui ci si abitua, che si poteva trattare con disattenzione e modi bruschi.

Mia madre cadde malata – dicevano che avesse visto ciò che non avrebbe dovuto vedere – e mia moglie si prese cura di lei sopportando i suoi continui rimproveri. Non era più una bambina, non c’era più traccia di quella bellezza che tanto mi aveva offeso; il suo volto era freddo, levigato, minerale, ora portava in grembo un figlio, come mia sorella, che nessuno dei congiunti voleva in moglie.
Seppi da mio padre che mio fratello era morto in combattimento e che io avrei dovuto condurre la famiglia altrove, trovare un compagno a mia sorella o toglierle la vita, perché il cibo ora non bastava per tutti e lei soffriva di una malinconia che indeboliva l’anima e la volontà di chi le stava intorno. La terra era stata bruciata e la caccia si faceva ogni giorno più magra.
Mio padre disse che bisognava decidere, mia madre, che era vecchia e malata, o mia sorella, che era nata sotto una cattiva stella. Cercavo di prendere tempo e mettere da parte un po’ del cibo destinato a me per dividerlo con gli altri di nascosto da mio padre.

Fu così che, non sopportando più la fame, una notte sgozzai mio padre, lo trascinai nel bosco, e circondai il suo corpo di trappole perché i lupi scendessero a valle.
Riuscii a catturarne alcuni esemplari, che portai a mia sorella perché li scuoiasse, ne curasse le pelli e ne razionasse la carne per l’inverno. Mia madre chiedeva con insistenza di mio padre e io le dissi che era entrato nel folto del bosco a cercare da mangiare per tutti noi e che forse si era perso nell’oscurità scesa all’improvviso.
Mia madre in un sussurro disse che mio padre non si era mai perso prima.

Ormai tutta la nostra vita era occupata dalla sua presenza di morente, lei per noi non era che la sua misteriosa malattia, chiedevamo soltanto, Come stai? Hai bisogno di qualcosa?, non riuscivamo a parlarle di altro, perché non c’era altro nei nostri pensieri. Ci davamo il turno per nutrirla e pulirla, ma lontani dal suo letto rimanevamo in attesa di un suo segno, del suo bisogno. Mi capitava di pensare che avevo tradito mio padre, che lui non avrebbe mai amato così tanto la morte e la vita come facevamo noi.

Anche mia madre diceva in un soffio di voce, Andate, salvatevi, lasciatemi qui. Ma noi restavamo immobili ai suoi piedi, la guardavamo restringersi, seccarsi, lei ci guardava di rimando stanca e piena di vergogna, come se i nostri occhi fossero crudeli, senza pietà.
Scacciavamo coloro che venivano in visita soltanto per parlare di sé, ci fingevamo indaffarati, impegnati nella cura di nostra madre.
Iniziò a piacerci questo compito preciso, accorgerci che la sorte di nostra madre era completamente nelle nostre mani, che lei dipendeva da noi.
Allora iniziammo a non andare da lei quando ci chiamava o a ingannarla sulle ore del sonno e della notte, a spaventarla con l’idea che nulla sarebbe cambiato se lei non si fosse impegnata un poco di più nel cercare la guarigione. Insistevamo affinché mangiasse, aprendole la bocca con la forza, incuranti dei suoi rigetti, perché le volevamo bene.

Noi tre vivevamo in perfetta armonia, avevamo cibo e un lavoro definito. Stavamo sempre insieme, anche la notte, stretti nel medesimo giaciglio, facevamo i nostri bisogni vicini, ciascuno lavava il corpo dell’altro e lo profumava con unguenti di fiori, ci dicevamo parole belle come preghiere; eravamo stanchi e logorati dalla cura di nostra madre e non ci preoccupavamo più di noi stessi, non sapevamo più essere gelosi.

Quella notte feci un sogno. Sognai la pioggia che scendeva sulla terra e la ingrassava e la nutriva e i deserti si ritiravano. E io ero diventato cieco e non potevo orientarmi nell’abbondanza, e per vivere dovevo avvicinarmi, toccare ogni cosa e prenderne dolore. Mi svegliarono i gemiti strazianti di un rapace che vorticava sopra la mia testa.

Assistetti alla morte di mia moglie mentre metteva al mondo una femmina e vidi il figlio di mia sorella giacere tra le sue gambe ormai grigio e freddo come la pietra. Non c’era sangue sulle loro membra. Nostra madre mancò il giorno dopo, quando la luce è più verticale, la trovammo bocconi a qualche metro dal letto con le unghie spezzate e piene di terra. Mia sorella e io raccogliemmo la legna, scavammo una grande fossa, appiccammo un fuoco e vi gettammo sopra i corpi.
La bambina non piangeva, respirava pianissimo e aveva un volto severo e antico. Mia sorella e io ci abbracciavamo spesso, ma lontani da lei, timorosi di disturbare quella sua quieta prontezza e attenzione e di essere giudicati dal suo silenzio. Ci furono anche giorni lieti, la bambina sorrise quando si accorse dell’esistenza del vento e per la prima volta nella nostra vita vedemmo la luna rossa e conoscemmo la gioia di stare nel mondo senza un motivo. Durò poco.

Era già l’alba quando ci sorprese da est l’acqua. Assaliva con violenza le cose. Non cercammo riparo, rimanemmo immobili perché non c’era più niente da guardare, nessun paesaggio, eravamo finalmente mischiati alle cose e immortali.
Essere vinto, avere perso, e senza che nessuno ne sappia, non ricevere più derisione né pietà, fu l’ultimo pensiero, mentre la bambina nuotava nell’acqua con gli occhi chiusi, allontanandosi da me.

Giovanna Piazza

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