GATTINI™#6: OCCUPARSI DI UN ANIMALE DOCILE E INDIFESO

gattinideadtamag0tchi

DeadTamag0tchi after Andy Wahrol, GATTINI

GATTINI è il contenitore degli orrori indifferenziati di Verde. Ogni venerdì, qui e su Facebook.
La notizia del giorno è che
Verde è al collasso. Ne alludiamo da sempre, ma ormai è ufficiale. Dopo l’abbandono di Paolo Gamerro e l’allontanamento di Andrea Frau, la redazione è in balia di ridicole lotte intestine che hanno causato l’ennesima scissione, questa volta addirittura su base etnica. Navighiamo a vista. Pubblichiamo gli ultimi racconti approvati dalle stesse persone che hanno da tempo smesso di Occuparsi di un animale docile e indifeso (Verde, non Alessio Posar). E a proposito di animali, la copertina è di DeadTamag0tchi. È stato bello, addio. Miao.

Avevo nove anni, forse dieci, e mia madre mi mandava a fare la spesa.
Mi dava i soldi in mano, una banconota, e un biglietto, la lista, scritto con una grafia larga — che aiutava me a leggere meglio e lei a ricordare quando ancora studiava —, poi mi spediva giù per le scale. Prima che uscissi, già si accendeva una sigaretta. Fumava molto, mia madre. Aveva iniziato all’università e non aveva più smesso. Mi aveva fatto promettere di non iniziare mai. Aveva lasciato gli studi quando aveva avuto me, non mi odiava.

Camminavo fino al supermercato. Sulla strada, sotto il portico che costeggiava la via — non era proprio un portico, erano delle colonne squadrate che scendevano da un edificio squadrato dove c’erano uffici in affitto dietro alle tende chiuse e i vetri erano sporchi e c’erano cartelli che dicevano “Vietato appoggiare le biciclette” e “Divieto di affissione” — stavano i barboni.

Certe volte mi chiedevano una moneta, o battevano con le dita sui loro cartoni, sui bicchieri di plastica, senza fare rumore e come per abitudine, come se sapessero che erano gesti inutili ma che andavano perpetuati. Infilavo la mano in tasca e sfioravo la banconota, acceleravo il passo ed entravo nel supermercato.

La commessa, una signora anziana, mi sorrideva dal registratore di cassa. Aveva i denti gialli rovinati dal tabacco. Mia madre no, lei ci teneva ai suoi denti. Prendevo un cestino e ci mettevo la pasta, l’insalata, un sacchetto di mele, la passata di pomodoro, il succo d’arancia che mia madre allungava. Alla cassa, prendevo una confezione di preservativi, poi pagavo e la commessa mi dava il resto e mi sorrideva di nuovo e io cercavo di non guardarle troppo la bocca. Mettevo tutto in una busta, passavo davanti ai barboni e tornavo a casa.

Vivevamo solo io e lei in quella casa, io non potevo invitare i miei amici e lei non poteva invitare i suoi. Avevamo questo patto.
Per prima cosa le davo il resto, poi la aiutavo a mettere in ordine la spesa. Lei prendeva i preservativi, toglieva la pellicola di plastica che avvolgeva la confezione, la apriva, li separava uno dall’altro e li metteva nel cassetto della madia o li infilava in borsa. Quando mia madre li infilava in borsa, sapevo che sarebbe uscita la sera. Succedeva tre o quattro volte a settimana.

Ogni volta, tornava a casa prima che mi svegliassi e mi preparava la colazione. Restava a guardarmi mentre bevevo il latte, mi spalmava la confettura di albicocche sulle fette biscottate e mi accarezzava la testa. «Io mi occupo di te», aveva detto una mattina, «così un giorno tu ti occuperai di me. Promettilo». Io avevo promesso. Si versava un bicchiere di succo d’arancia, lo allungava, metteva via la bottiglia e poi lo beveva. Ci lavavamo i denti insieme, davanti al lavandino. Sputavamo a turno, facevo le smorfie allo specchio, poi io andavo a scuola e lei a dormire.

Un giorno, andavo a fare la spesa, con i soldi e la lista in tasca, uno dei barboni aveva un cane — un piccolo schnauzer, beige come la borsa di mia madre. Mi fermai a guardarlo. Alzò il muso — il pelo era lungo sotto gli occhi e cadeva ai lati del naso —, scodinzolò. Il barbone mi salutò con la mano, ripresi a camminare verso il supermercato.
Presi tutto quello che c’era sulla lista, pagai. Al ritorno, rallentai davanti al cane. «Vuoi accarezzarlo?» chiese il barbone. Scossi la testa.
«Non ti morde» disse lui. «È buono».
Mi fermai, il cane si alzò, feci un passo verso di lui. Mi annusò la mano, si avvicinò ancora per annusare la busta della spesa e io me ne andai.

Mia madre mi aspettava sul divano, le labbra strette, nascoste nella bocca mentre si dipingeva le unghie dei piedi. Quando chiusi la porta, si alzò e venne da me camminando a piedi nudi, il pavimento era pulito. Le diedi il resto — inspirai l’odore dello smalto —, poi mi tagliò una mela a spicchi.
«Mangiala in fretta», mi disse, «altrimenti si annerisce».
Mi sedetti sul divano, di fianco a lei. Masticavo la mela e guardavo mia madre infilare il pennellino nella boccetta dello smalto, chinarsi oltre le ginocchia magre, trattenere il respiro.
«Possiamo avere un cane?» chiesi.
Mia madre non mi sentì e io ripetei la domanda.
«I tuoi amici ne hanno? O l’hai visto in televisione?»
«Uno piccolo».
«Non ne hai bisogno davvero».
«Non darebbe fastidio. Lo porto fuori, gli insegno a non abbaiare».
«Quando ero piccola, avevo due topolini bianchi. Li tenevo in una gabbia vicino al letto. Avevano gli occhi rossi, il pelo cortissimo».
Mia madre continuava a fissarsi i piedi, io avevo il piatto con gli spicchi di mela sulle cosce.
«Li tenevo in mano e respiravano forte», continuò. «Non si muovevano, restavano lì a respirare. I topolini non vivono molto, sai?»
Annuii.
«Non hai tempo di affezionarti, non sono animali intelligenti. Quando fanno i cuccioli, devi portare via il maschio, altrimenti li mangia». Si voltò un attimo verso di me. «Butta via la mela, su».
Quando tornai da lei — avevo messo il piatto nel lavandino —, mi disse: «Io ho pianto lo stesso, quando sono morti, anche se non vivono molto. La mia mamma non capiva, io sì. Tu capisci?»
«Sì».
«Non ne hai bisogno davvero».

Camminavo sulla strada, lontano dal portico, cercavo di non guardare, ma sapevo che il cane era là.
Guardai.
Il suo padrone lo teneva tra le gambe, il cane aveva la bocca aperta, la lingua rosa che spuntava.
Il barbone mi salutò con la mano.
«Vieni» disse.
Tirai dritto fino al supermercato.

Vagai tra gli scaffali, studiavo i prodotti come se non li avessi mai visti prima, perdevo tempo. E alla fine, prendevo coraggio, cercavo tra i mangimi, trovavo una confezione piccola, i biscotti avrebbero rinforzato i denti.
Pagavo e il cuore batteva forte, respiravo perché me lo imponevo, la commessa mi chiedeva se ci fossero delle novità in casa, io dicevo sì e no, non lo sapevo. Mi dava il resto e lo scontrino e uscivo.

Andavo dal barbone, gli davo la scatola come si danno le monete. Il cane alzava il muso, lo accarezzavo una volta, mi aspettavo che il pelo fosse morbido, invece era secco, e sporco. Sfregavo il pollice contro le altre dita, mi sembrava di avere della polvere sulla pelle. Lo accarezzavo ancora, il barbone mi ringraziava mentre apriva la scatola, dava un biscotto al cane e io tornavo a casa.

Mia madre in piedi davanti a me, a controllare lo scontrino, senza alzare lo sguardo, senza chiedermi nulla. Infilò i preservativi nella borsa, uscì.
La mattina successiva mi preparò la colazione che aveva ancora il trucco addosso.

Quando andai a fare la spesa, la volta successiva, nessun cane. Mi fermai davanti al barbone, non mi veniva da piangere.

Ci provavo.
Poi, a casa, mangiavo una mela, annusavo lo smalto di mia madre.

Alessio Posar

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...