LA COLPA

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Elisa Lipari, La colpa

“Vivo a Carpi, in provincia di Modena, in piena pianura padana; ho 33 anni e per lavoro mi occupo di marketing per un gruppo bancario. Ogni volta che spiego a qualcuno che mestiere faccio, finisco col dovermi giustificare di tutti i problemi dell’economia mondiale. Scrivo racconti perché amo leggerli e perché sono troppo pigra anche solo per pensare di scrivere un romanzo; di solito non hanno avuto molta fortuna, in un paio di casi sono finiti in antologie di storie brevi.” E adesso anche su Verde, che ama leggere e pubblicare racconti molto belli come La colpa, di Olga Paltrinieri.
L’illustrazione è di Elisa Lipari.

Si erano conosciute il primo giorno di scuola, mentre venivano scanditi per ogni classe i nomi dei componenti, in mezzo a un covone disordinato di adolescenti e genitori.
Irene aveva capelli scuri, lunghi fino alle spalle, che una piastra bollente stirava tutte le settimane ma che continuavano caparbi ad arricciarsi sulle tempie, e il naso largo da nera, contraddetto dalla pelle trasparente. Quel giorno la madre le aveva fatto indossare un pullover di cotone blu e una camicia rosa, dal collo inspiegabilmente ampio; si guardava intorno, forse proprio per quello, con occhi di sfida.

Era vicina ad Agnese ma non la guardava. Le avevano chiamate una dopo l’altra, senza altri compagni in mezzo, perché erano finite nella sezione B e i loro cognomi iniziavano entrambi con la lettera B.
Solo a quel punto Irene aveva rivolto lo sguardo verso la ragazzina che le camminava vicina: aveva gli occhi leggermente sporgenti e circondati da due ombre blu, il muso serio da vecchietta, la frangia trattenuta di lato da una forcina. Si erano guardate e senza una parola si erano avviate insieme verso l’aula, che si era rivelata una stanza decisamente troppo grande per i diciassette adolescenti che dovevano occuparla per nove mesi.
Fino a giugno era stata utilizzata per l’ora di educazione artistica; sulle mensole e alle pareti erano rimaste come prove del crimine tutte le opere malriuscite dell’anno scolastico precedente: fragilissime e grigie sculture di Das, tempere su carta dai colori troppo puri e troppo corposi, incisioni primitive. I banchi doppi erano larghi, coi piani in formica verde pesantemente segnati; Agnese e Irene si erano sedute vicine, nella seconda fila, sulla parte destra della stanza.

La prima giornata di lezione, con le sue irripetibili tre ore, si era consumata prima che potessero scambiare più di qualche parola, ma ebbero modo di recuperare nel corso della settimana; trascorsero immerse in una sussurrata conversazione tutti i minuti tra le campanelle che segnalavano avvio e termine dell’intervallo.
Incominciarono presto a passare insieme anche le ore del pomeriggio, talvolta da Agnese, più spesso da Irene; dopo una sommaria scorsa ai libri di scuola, aprivano una rivista e iniziavano a stilare una classifica. Ricorreva spesso la lista degli attori più belli, ma trovavano anche divertimenti più sottili: le attrici col naso più grande, il peggior parrucchino, la dentatura più sghemba.

Irene non aveva più il padre, era morto quando lei era in quarta elementare per un cancro ai polmoni. Aveva lasciato una casa piena di donne, sei per la precisione: la moglie, le quattro figlie e la suocera; era un gineceo molto mesto, a dare ascolto a Irene; c’era sempre qualcuna con le mestruazioni, c’era sempre qualcuna con i capelli sporchi, c’era sempre qualcuna con la malinconia addosso. Le pareti sembravano permeate di ormoni, di umori, degli odori sottili e non sempre sani di tutti quei corpi femminili.
Si erano creati meccanismi di attrazione e repulsione che ricordavano le forze in gioco tra magneti; Irene viveva un sodalizio silenzioso con la sorella Mira, che si alimentava, più che delle somiglianze tra loro, del comune disprezzo per l’altra unione simbiotica della famiglia, quella composta dalla madre e dalla figlia maggiore, Ida.
Le giornate riportavano cronache frequenti di invisibili sgarbi, di imprendibili mancanze reciproche; la madre difendeva Ida sconfinando spesso nella cieca ingiustizia, rispondendo in tal modo al gioco snervante di piccole umiliazioni, incrementando così ulteriori rappresaglie e rancori.
Proprio per quella ragione spesso Irene aveva la necessità di non abbandonare la propria casa nemmeno per qualche ora: per difendere come una partigiana i suoi libri, i giocattoli già dimenticati dell’anno passato, i gioielli di smalto e i pensieri inconfessabili secretati nei suoi quaderni senza righe né quadretti.

Agnese presidiava quindi in sua compagnia i miseri averi, montando insieme a lei una guardia orba e spietata, progettando una progressiva ribellione che si sarebbe senza dubbio chiusa in aperta rivoluzione; Agnese, senza accorgersene, soffiava su quei fuochi dando loro spazio e ossigeno.
Ne era affascinata perché nulla fino ad allora l’aveva preparata a questo tipo di legami famigliari: era la sola figlia di un matrimonio assai composto, di un’alleanza ordinata che non concedeva un palmo di terreno alle aperte schermaglie e ai sentimenti cupi cui poteva assistere a casa di Irene. Scopriva in quel modo, con interesse profondo, le forti reazioni emotive che potevano generare da un sentimento e da un ambiente insalubre.
Si accorse presto che poteva procurarsi la stessa seducente sensazione tutte le volte che la desiderava.
Era sufficiente che si sporgesse di qualche centimetro oltre la sua abituale correttezza per ottenere da Irene un comportamento simile, solo in qualche modo più accentuato. Ad esempio, si era stupita di quanto poco fosse bastato per spingerla a quel piccolo gesto nei confronti di Filippo, che sedeva proprio nel banco davanti al loro.

Non godeva della simpatia dei compagni, perché nonostante l’aspetto fatato, gli occhi chiarissimi, i lineamenti privi di irregolarità, aveva un carattere lamentoso e subdolo; somigliava più a un vecchietto iracondo e insoddisfatto che a un ragazzino.
Tutti i giorni, per alcune ore, i suoi densi riccioli si muovevano davanti agli occhi delle due amiche; Agnese sussurrò quasi per caso alla compagna che, fitti com’erano, nessuno si sarebbe accorto se dentro vi avessero fatto un nido le vespe, tanto meno se qualcuno vi avesse infilato una cicca. E Irene, che masticava le sue eterne cicche dalla colazione fino al pranzo, senza sprecare un solo movimento o altre parole tolse di bocca il chewing gum e lo appoggiò proprio al centro di un boccolo.
Ma Agnese si era chiaramente sbagliata sul fatto che il covone di capelli fosse una massa estranea, troppo folta perché Filippo ne percepisse le alterazioni: portò la mano alla nuca, la ritirò con un lungo filo di gomma attaccato all’anulare e subito strillò. Per fortuna, nello stesso momento suonò la campanella e l’insegnante di inglese non perse tempo per capire a che cosa fosse dovuto quell’urlo; le due amiche riuscirono a rabbonire il compagno e sistemare il piccolo incidente con il taglio di una minuscola ciocca.

Qualche settimana dopo, la nuova idea arrivò nella luce a scadenza di un pomeriggio invernale, lungo il tragitto tra la casa di Irene e la biblioteca; le attrasse la luce della vetrina, che si accese proprio al loro passaggio e diede un’aura nuova al negozio.
Senza spendere parole entrarono, i passi leggeri sul linoleum; Agnese si adoperò nell’intrattenimento, chiese alla bottegaia di aiutarla nella scelta di una cartellina per le lezioni di arte. Irene nel frattempo fece sgusciare rapida la mano nello spazio tra la vetrina e lo scaffale che reggeva tutta la mercanzia in esposizione. Afferrò alla cieca alcune penne, poi prese il coraggio di guardare la merce per scegliere con più attenzione il bottino; avvolse le mani su un portamonete ricamato, lo infilò in fretta nella tasca del giaccone e si allontanò.
Agnese finse di recitare la parte della cliente incontentabile e poté finalmente uscire, per condividere l’eccitazione che quei pochi minuti avevano portato loro. Gli oggetti in sé non avevano grande valore, probabilmente avrebbero potuto acquistare tutto con la paghetta di un paio di settimane; alle amiche tuttavia sembrarono, nella luce calante delle cinque, un tesoro inestimabile. Anche nei giorni successivi, ogni volta che accarezzavano con le punte dei polpastrelli la stoffa lavorata del portamonete, avevano entrambe la sensazione di un lusso e di una ricchezza che non appartenevano al loro mondo.

Il sabato mattina non avevano lezione; presero l’abitudine di trascorrere quelle ore di inebriante libertà camminando fino a dove la città diventava campagna: una campagna urbanizzata e lontana dall’idillio, ma selvaggia e ispida a sufficienza per i loro gusti. Potevano urlare, correre, raccogliere le stranezze che la natura lasciava scoprire ai cercatori d’oro: lo scheletro alieno e leggerissimo di un pettirosso, qualche foglia dell’edera che abbracciava i resti di un fienile e sfidava col suo verde la fine dell’inverno.
Non avevano però la prudenza di rispettare i terreni, sconfinavano spesso nei campi già seminati a barbabietole, entravano per curiosità nelle abitazioni che sembravano abbandonate, talvolta rubacchiavano qualche oggetto fiduciosamente lasciato fuori dalle case: un grazioso vaso di terracotta smaltata, una sciarpa di lana stesa ad asciugare.
In una di quelle mattine, mentre Irene coglieva due mele da una cassetta colma di frutti, dalla porta di casa uscì silenzioso un contadino; le strinse tra le dita il lobo destro, accompagnandola in quel modo oltre il cancello aperto, utilizzando intanto la mano libera per toglierle di mano i frutti. Li buttò addosso ad Agnese con forza, mentre al gesto facevano eco parole altrettanto rabbiose, e poi si chiuse nella sua grande casa di mattoni a vista.

L’esperienza non le lasciò indifferenti; sezionarono l’episodio, ripercorrendo l’umiliazione subita, coprendo di insulti lo sconosciuto, immaginando, ora, tutte le parole con cui avrebbero dovuto rispondere alle sue offese, quando era mancato loro il coraggio di ribattere.
Il sabato successivo ripassarono davanti alla casa; era ormai mezzogiorno ed erano sulla via del ritorno, sotto un sole che iniziava a far sentire il proprio calore, per la prima volta dall’inizio dell’anno. Videro parcheggiato davanti al cancello un fuoristrada, che nonostante il fango che ne incrostava la parte inferiore era chiaramente un acquisto recente. Con un bisbiglio, presero ciascuna di tasca le chiavi di casa, le passarono sulla carrozzeria con pressione sufficiente a imprimere una riga continua su entrambi i fianchi dell’auto. Si diedero poi a una corsa che tagliava in due i polmoni.

Quando finì il dolore al petto, quando le gambe smisero di tremare, scoprirono di avere la testa leggera; se avessero avuto esperienza di ubriachezza, sicuramente quell’euforia l’avrebbero assomigliata alla percezione di un’esaltante, onnipotente sbornia.

Nella monotonia delle settimane successive, Agnese rimpiangeva l’adrenalina di quei momenti, la sensazione di gelo in fondo alla colonna vertebrale, l’accelerazione dolorosamente piacevole dei battiti cardiaci.
Irene non voleva più tornare in campagna, almeno non nei pressi della casa con i mattoni a vista, mentre l’altra voleva rivedere il luogo del delitto, scoprire se il loro avversario avesse preso contromisure per proteggersi dagli assalitori. Agnese dovette faticare per convincerla, dovette far ricorso, in modo più o meno consapevole, al ricatto di un’amicizia amorosa che si negava di fronte alla reticenza dell’altra: non le parlò per un pomeriggio intero, poi si negò al telefono, infine invitò a casa sua per il tè un’altra compagna di classe.

Il sabato successivo erano nuovamente sull’ormai noto viottolo.
La casa sembrava vuota, non c’erano auto in vista e le imposte erano serrate; Agnese si sentì impazzire dalla delusione, almeno finché non si accorse della gabbia.
Dalla griglia di metallo sporgevano ciocche di pelo candido; quando si avvicinarono, il coniglio ruotò su se stesso nello scarso spazio a sua disposizione e allungò il naso fremente, come desideroso di conoscere uno dei rari visitatori di cui avesse mai fatto conoscenza.
Agnese lo estrasse dalle inferriate, una mano a sostenere il peso del corpo e l’altra a stringere le orecchie; lo posò in terra, continuando a tenerlo fermo con la destra, mentre con la sinistra raccoglieva da terra un grosso sasso.
Lo porse all’amica e le diede l’ordine. L’altra abbatté il peso sul piccolo cranio, produsse un suono distintivo che nessuna delle due aveva mai sentito ed ebbe effetti divergenti sulle due piccole persone che lo udirono: Irene rimase stordita come se la pietra avesse colpito la sua stessa testa, Agnese ne ricavò invece un acuirsi dei sensi, che le permise di intravedere una porta che si apriva. Cominciò a correre, senza curarsi di non avere altri passi vicino a sé: Irene era rimasta paralizzata, trasformata lei stessa in sasso, ed era stata già raggiunta dal nemico.

Ci furono conseguenze; in particolare, si dovette per forza porre fine a quell’amicizia, perché i genitori di Agnese non volevano più saperne nulla di quella ragazzina disturbata, né della sua famiglia e delle menzogne che avevano tentato di raccontare. A scuola in realtà nessuno voleva saperne più nulla, così dopo qualche settimana decisero di spostarla in un altro istituto.

Agnese lo sapeva: non c’era nulla contro di lei. Quando riemersero tutte le piccole vicende che avevano preceduto quell’ultima giornata, il suo nome era sempre sullo sfondo: Irene aveva tormentato un compagno di classe, Irene aveva sotto la ribalta del banco il portamonete della cartolaia, Irene aveva rubato le mele, Irene aveva a quel punto per deduzione anche rigato l’auto ed aveva senza dubbio ucciso un animale indifeso. Agnese ne uscì pulita, un’amica sincera che aveva rischiato di essere contagiata dal marciume dell’altra.

Non lo aveva premeditato, non si era curata di far ricadere la colpa sull’altra: era successo, semplicemente, perché era più adatta ad impartire ordini che all’esecuzione.
In futuro, avrebbe dovuto avere l’accortezza che cose del genere continuassero a succedere.

Olga Paltrinieri

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