GATTINI™#5: CODE

gattinideadtamag0tchi

DeadTamag0tchi after Andy Wahrol, GATTINI

GATTINI è il contenitore degli orrori indifferenziati di Verde. Ogni venerdì, qui e su Facebook.
Code è un racconto di Flavio Ignelzi diverso dai soliti microracconti di Flavio Ignelzi (tipo questo, questo o questo). È più lungo, ci sono diverse parti in corsivo, due calze della Befana, una luce che esplode in cielo e oscura Al Bano alla tv (ma niente astronavi questa volta), e contenuti sensibili (video un po’ porno-ma-solo-un-po’, dice Flavio) di un secolo prima degli eventi narrati. A quanto pare ci sono tutti gli ingredienti perché anche Flavio, per ora (non abituatevi), sia su GATTINI (che, ormai lo sapete, ha una copertina realizzata da Dead Tamag0tchi). È venerdì, e allora? Miao!

Molti uscivano sui balconi ma nessuno sapeva cosa fare. Tutti si limitavano a fissare il cielo.

Nel pomeriggio avevo chiamato i carabinieri. Un centralinista molto gentile aveva raccolto la mia testimonianza, un resoconto per nulla concitato di quello che stavo osservando dal mio appartamento al terzo piano. Dal rumore della biro sul foglio, lo immaginai in divisa a prendere appunti. Alla fine mi rispose con pacatezza: già erano giunte altre segnalazioni simili alla mia, avrei dovuto mantenere la calma, restare chiuso in casa e aspettare che intervenissero le autorità.

Già, ma quali autorità?, mi chiesi senza domandare. L’aeronautica militare? L’ESA, forse? Oppure la NASA e i marines come nei kolossal americani?

Ad ogni modo non riuscii a seguire le sue indicazioni, la curiosità era troppa e continuai ad affacciarmi ripetutamente dal terrazzo addobbato con le lucine natalizie, a guardare un po’ in alto e un po’ in strada, mentre Minnie, la nostra bassottina di tre anni, guaiva dal salotto reclamando la mia compagnia.

Esaminai lo smartphone e mancava ancora la linea, sia quella telefonica, sia quella dati. Era andata via subito dopo la chiamata ai carabinieri e non era più tornata. Stessa cosa per la televisione: nessun segnale, né digitale terrestre, né satellitare. La corrente elettrica, stranamente, resisteva ancora.

Lessi di nuovo il messaggio di mia moglie delle due e qualcosa del pomeriggio: mi informava che non sarebbe rientrata perché erano stati soppressi tutti i treni. Avrebbe cercato un hotel dalle parti della stazione di Roma e magari mi avrebbe richiamato dopo. Magari mi avrebbe richiamato. Dopo. Neanche in una situazione di crisi come questa avrebbe speso una telefonata per me.

Da quel momento in poi il suo telefono passò all’essere momentaneamente irraggiungibile. Un momentaneamente che durò quasi quattro ore, fino a quando le linee telefoniche collassarono definitivamente.

Il mondo era stordito. La luce che proveniva dal cielo alterava completamente i sensi. Erano le nove di sera ma pareva giorno. Dominava un riflesso fatato, un po’ sole di mezzanotte, un po’ aurora boreale.

Anche le temperature erano snaturate. Non certo quelle di una sera di inizio gennaio. Sarebbe potuta essere una gradevole serata primaverile se non fosse stato per il vento teso che rovesciava i cestini della spazzatura, abbatteva gli alberi di Natale e divelleva le luminarie colorate che decoravano le vie.

In strada il caos di qualche ora prima era sfumato, anche se le persone che transitavano lo facevano a passo svelto e con evidente circospezione. Niente auto, niente tram, niente vigili del fuoco, niente carabinieri, neanche per il minimarket svaligiato nel pomeriggio. I supermercati e gli alimentari erano stati presi d’assalto e svuotati in poche ore. Quello sotto casa non aveva fatto eccezione.
In lontananza risuonavano sirene e qualche rimbombo, ma l’assenza di motori e clacson generava un’atmosfera di surreale immobilità.

Andai in cucina. Le calze della befana erano appese alla cappa. A me era sembrata la cosa più somigliante a un camino, a mia moglie importava poco. La sua era colma di dolciumi, soprattutto di torroncini al rhum che le piacevano tanto. La mia era vuota. Neanche il carbone.

Ripensai a lei e ripensai alle parole che mi aveva urlato quella mattina, prima di uscire. Lo stomaco mi si strinse in maniera dolorosa.

Poi era scoppiata la luce in cielo, il trambusto, i tentativi di capire quello che succedeva, i disordini in strada, i nostri vicini che mi avvisavano che scappavano a rifugiarsi nella loro casa di campagna, che mi chiedevano di andare con loro, io che declinavo perché dovevo aspettare mia moglie; poi il mio tentativo di uscire a procurarmi qualche provvista, il minimarket saccheggiato, il repentino ritorno a casa per chiudermi dentro.

In mezzo a tutto questo s’erano susseguiti i tentativi di chiamare mia moglie, il suo (unico) sms, il suo telefono muto e irraggiungibile.

Ora che finalmente fuori era tornata la calma, dentro stava riemergendo il caos.

Mi ricordai la frase con la quale qualche tempo fa lei commentò un acquisto di mia sorella: quando una donna esce da un negozio con un vestito da mille euro, non sta mai semplicemente uscendo da un negozio con un vestito da mille euro.

Non era nient’altro che una bolla di retorica gonfiata dall’aria del sarcasmo e del non detto, certo, ma quanto l’ho odiata per quella frase.
Oggi avrei potuto rinfacciarle quella frase.

Fissai Minnie accucciata sul suo cuscino. Alzò lo sguardo verso di me senza alzare il capo dalle zampe, richiuse gli occhi qualche istante dopo, sospirando come se fosse ormai rassegnata al peggio.

Era troppo presto per andare a dormire, era troppo presto per capire cosa stesse succedendo in cielo, era troppo presto per prendere delle decisioni.

Le dirette televisive di qualche ora prima avevano provato a fare il punto della situazione, ma ne era venuto fuori solo un hellzapoppin disordinato di teorie strampalate: spostamento dell’asse terrestre, invasione aliena, meteorite, armi nucleari.

Sembrava che si trattasse della coda di una cometa troppo vicina alla Terra. Invece che a decine di milioni di chilometri, come accaduto tante volte in passato, una cometa sconosciuta, priva persino di un nome o di una sigla alfanumerica, stava transitando a qualche centinaio di migliaia di chilometri di distanza dal nostro pianeta. Una bazzecola. Secondo un’ipotesi presentata come accreditata, la velocità particolarmente elevata avrebbe impedito ai telescopi di tutto il mondo di captarne la presenza.

Gli ospiti di Pomeriggio Cinque sembravano concordi su di una questione: l’ecosistema terrestre avrebbe subito delle pesanti ripercussioni. Gli ospiti erano un direttore di una rivista di gossip, una soubrette, il vincitore del penultimo Grande Fratello e un ventunenne laureando in Astronomia all’Università di Bologna.
Doveva essere stato difficile riadattare una puntata che prevedeva come argomento principale l’ultimo flirt di Al Bano.

Nell’edizione straordinaria del TG1, un esperto non meglio identificato preannunciava maremoti, terremoti e cambiamenti climatici devastanti, ma senza un minimo di argomentazione scientifica.

Rete 4 mandava in onda le repliche di Colombo.

Ricontrollai lo smartphone ma la linea era ancora assente, rimasi un attimo fermo davanti alla finestra cercando di capirci qualcosa, avevo l’impressione che la luce in cielo stesse diminuendo d’intensità. Nel frattempo continuava a illuminare la stanza e la mia inedia.

Mi voltai risoluto e mi diressi in camera da letto.

Mia moglie aveva già sistemato molte delle sue cose negli scatoloni, ne contavo quattro. Il grosso dei vestiti era ancora negli armadi, ma era una questione di tempo e volume, esiguo il primo, esagerato il secondo. Da quanto avevo capito stava cercando di procurarsi un paio di stender, aveva intenzione di farseli prestare da un’amica proprietaria di un negozio di abbigliamento.

Tirai il cassetto del comodino, infilai la mano tra pacchetti di fazzolettini, una scatola di profilattici scaduta, una vecchia radiosveglia ancora ticchettante, e recuperai la chiavetta usb assicurata al fondo del cassetto con lo scotch trasparente.

Tornai in salotto, accesi il computer, infilai la chiavetta, attesi il caricamento. La lettura sembrava difficoltosa, era inutilizzata da mesi, forse anni.
Alla fine il computer lesse il contenuto e mi presentò la lista dei file.

***

C’era questa stanza d’albergo, arredata in maioliche di Vietri e legno verniciato di celeste, una di quelle con un quadretto del porto da una parte, uno di pescatori dall’altra, e in mezzo solo bianco abbacinante. La portafinestra dava sul terrazzo in cotto, abbastanza ampio da ospitare tavolino e sedie di vimini in un angolo, due sdraio e ombrellone nell’altro.
Mia moglie era stesa a pancia in giù su di un telo, unta di solari e rassegnazione, nuda come mamma l’aveva fatta, abbronzata da sembrare di un’altra etnia. Il segno del costume le tagliava la schiena a metà con una linea netta e le stampava un triangolo pallido sulle chiappe.
Lei si girava infastidita verso di me e mi urlava di smetterla di riprenderla, che si vergognava. Aveva ancora i capelli lunghi, un turbante di ricci ingombranti e indomiti. Io ridacchiavo ma lei no e mi scagliava una infradito coprendosi con l’altra mano il seno dondolante.

***

C’era questo parapetto che dava sulla costiera amalfitana. C’era la vastità dell’acqua che si apriva davanti agli occhi, i mezzibusti di pietra che scandivano la lunghezza del passeggio, il verde dei giardini che agghindava tutt’attorno.
L’indice di mia moglie manteneva il segno nella sua guida turistica mentre mi chiedeva di far venire bene il panorama e si metteva in posa. Si accomodava con un gesto affettato i capelli che aveva tagliato da poco.
Mi sorrideva immobile aspettando lo scatto mentre io le intimavo di sfilarsi le mutandine. Lei mi mandava un’occhiataccia scandalizzata, ma si guardava subito attorno, mi mormorava che c’era gente, ma mi chiedeva di reggerle la guida, si malediceva di aver sposato un porco come me, ma infilava repentina le mani sotto la gonna e tirava giù la stoffa ornata.
La informavo che avevo notato una zona dei giardini poco frequentata, più in là, e lei mi incitava a muovermi a scattare che voleva andare a visitarla.

***

C’era questo salotto in marmo luccicante, un albero di Natale sfavillante in un angolo che si spartiva lo spazio a disposizione con le tende sfarzose e un buffet in stile barocco veneziano.
Le bollicine dello champagne ascendevano i flute, mia moglie e la padrona di casa sghignazzavano sul divano damascato esaltando una mia battuta evidentemente troppo fiacca per generare una tale esplosione di ilarità. Era quell’ora del veglione di capodanno in cui è troppo tardi per fare un altro trenino brigittebardòbardò, ma troppo presto per tornarsene a casa.
Ridevano d’una ambigua comunella e mi chiedevano di fotografarle. Accavallavano le gambe senza discrezione e gli spacchi delle gonne facevano il loro mestiere mostrando autoreggenti velatissime e spicchi di cosce nude.
Gli uomini buttavano l’occhio ma le due donne non si coprivano. Anzi mi porgevano i loro flute, svuotati per l’ennesima volta, chiedendomi di andare a riempirli ancora. Mi avrebbero atteso nel bagno padronale, con la porta socchiusa.

***

Mi maledissi per non aver pensato a prendere il rotolone di carta.
Con le mani impiastricciate e l’erezione ancora gonfia che spuntava dalla cerniera mi diressi in bagno, mi sciacquai, mi insaponai, mi risciacquai, mi asciugai, mi specchiai senza vedermi.

I due spazzolini si davano le spalle all’interno del bicchiere di vetro.
Sentii il chiavistello scattare, per tutte e tre le mandate, Minnie che iniziava ad abbaiare, la porta di casa aprirsi, Minnie che guizzava scodinzolante, la porta bloccarsi per la catenella, la voce di mia moglie che mi chiamava, Minnie che abbaiava di felicità.

Mi sistemai e uscii dal bagno per osservare la mano di lei spuntare dalla porta socchiusa che accarezzava Minnie tra le orecchie nel punto in cui le piaceva tanto.
Andai ad aprire. Ci salutammo senza bacio. Ero felice di vederla, anche lei di vedermi.

Aveva un aspetto terribile: il tailleur sciupato, i capelli smossi, il trucco sfatto. Accennò al passaggio di fortuna che aveva rimediato, in cinque in un’utilitaria per duecento chilometri. Lo aveva pagato centotrenta euro, tutto il contante che aveva perché i bancomat non funzionavano.

Andò in salotto, si sfilò la giacca, si lanciò sul divano, lanciò via le scarpe, sganciò il primo bottone del pantalone, mentre Minnie la tallonava annusandola e scuotendo la coda disperatamente.

Avevano attraversato l’autostrada con andatura rallentata perché c’erano incidenti e blocchi. I caselli erano code interminabili che scorrevano col contagocce nonostante non si pagasse e le sbarre dei telepass fossero sollevate. Le statali non erano sicure, almeno così dicevano gli altri.

Mi chiese un bicchiere d’acqua mentre si meravigliava di cosa fosse successo al minimarket sotto il palazzo.

Mi alzai per andarglielo a prendere. Dalla cucina le raccontai dei tumulti in strada, di quel poco che avevo visto dal terrazzo e dalla strada quando ero sceso, della fuga dei nostri vicini.

Presi la confezione di minerale e aprii una bottiglia.

Lei mi urlò una domanda, se avessi capito cosa stava succedendo in cielo. Le urlai che non ne avevo idea.

Versai un bicchiere.

Lei urlò che tutti parlavano di una cometa, che qualcuno con gli occhiali da saldatore era riuscito a vederla, in mezzo a tutta quella luce, e che si diceva che dovessimo aspettare che passasse.

Non disse più nulla.

Uscii dalla cucina col bicchiere in mano e la trovai dall’altra parte della stanza che fissava il monitor del computer. A tutto schermo c’era lei, nuda e giovane, che guardava in camera, in un’estate di un secolo prima.

Cliccò in avanti sulla barra di scorrimento e lei era stesa su di un letto, a gambe aperte.

Cliccò ancora e lei me lo prendeva in bocca.

Si voltò verso di me, poi guardò di nuovo il monitor; sculettò quel tanto che bastava a far scivolare il pantalone ai sui piedi, lo scalciò via; tirò giù i collant e le mutandine, divaricò le gambe e iniziò a toccarsi, mentre continuava a pigiare il pulsante e a divorare il video dei nostri corpi che scopavano sullo schermo anni addietro.

***

Verso mezzanotte la luce era visibilmente diminuita. Alle due era praticamente buio.
Il vento e le temperature erano precipitate di pari passo con la luminosità, e la notte invernale stava riassumendo le sue sembianze usuali. Quando ero sceso con Minnie per farle fare i bisogni, avevo avuto l’impressione di essere ritornato a gennaio.

Le linee telefoniche e il segnale televisivo latitavano ancora, ma sembrava non essere così importante, in fin dei conti.

Mia moglie era crollata qualche ora prima. Mi aveva confessato di essere andata a Roma per chiudere l’accordo per un fitto col proprietario di un appartamento. Aveva firmato. Si sarebbe trasferita nel giro di due settimane, il tempo di organizzare le ultime cose e trovare la ditta di traslochi.

Avremmo dovuto decidere solo per Minnie. Mi aveva chiesto di poterla portare con lei. Avrebbe sofferto comunque, ma il suo nuovo palazzo era provvisto di un giardino chiuso che, secondo lei, era la scelta migliore per un cane.

La pensavo allo stesso modo.

Uscii sul terrazzo. Scrutavo il riflesso in cielo e non pensavo a niente. Avevo sottratto due torroncini alla calza di mia moglie e me li stavo succhiando lasciandomi sferzare dall’aria gelida.

Minnie era accucciata sullo scendiletto di lei, a vegliarla durante il sonno. Normalmente non le era permesso dormire in camera da letto, insieme a noi, ma era una notte speciale, si poteva chiudere un occhio.

Flavio Ignelzi

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