SOLO UNA DIDASCALIA

racconto-didascalia

Elisa Lipari, Tu non vuoi vedere

Torna su Verde Valentina Maini con Solo una didascalia, un inedito che fa parte di una serie di racconti sulla fotografia che Valentina ha scritto tempo fa. Se volete leggerli (dovreste farlo: il livello è altissimo, come sempre) sono su Terranullius (Qualcosa brilla) e su Cattedrale (Festa).
Se invece avete voglia di poesia, c’è una raccolta di Valentina che porta il titolo di Casa rotta, è uscita da poco per i tipi di Arcipelago Itaca e la trovate qui.
L’illustrazione su misura è di
Elisa Lipari, che sarà con noi per tutto il mese di ottobre.

Il gioco era associare a ogni foto una didascalia, senza cadere in facili descrizioni, il metodo era variabile, del tutto personale, lo scopo era dare un’immagine il più possibile autentica di quello che i propri occhi stavano guardando. Lo facevano spesso, dicevano che era il loro modo per conoscersi, per poter dire di conoscersi sul serio. Era anche uno dei loro segreti. Quella notte era il turno di Nicola, non giocavano da una settimana intera, una vera eternità, morivano dalla voglia di iniziare. Aveva scelto una foto in bianco e nero, un classico 3/2: una camera, una grande finestra che si apre su un paesaggio notturno, un uomo e una donna sdraiati a terra. A cominciare era sempre chi aveva portato la foto, ma Nicola aveva aspettato qualche secondo prima di iniziare a parlare. La guardava, era sempre attenta quando si trattava di giocare, ma quella volta lo era di più, i suoi occhi erano luminosissimi e sgranati mentre si avvicinavano all’immagine fin quasi a toccarla.

«Ei, non esagerare», aveva detto lui.
Lei non gli aveva dato ascolto, continuando a portare il suo sguardo vicinissimo alla fotografia per poi allontanarlo, riavvicinarsi, cambiare angolazione.
«Un attimo, ho finito».
Quel comportamento lo metteva a disagio. Si trattava solo di una foto.
«Allora, cosa vedi?» gli aveva chiesto, ficcando gli occhi nei suoi.
Lui si era schiarito la voce, sollevato, e aveva cominciato a raccontare. Per come la vedeva lui, si trattava di una coppia. Per quanto fosse banale, era così, e il gioco vietava di mentire. Si trattava di una coppia simile alla loro, una coppia di ventenni, come tante. Il perché si trovassero a terra era difficile da stabilire. Tutti gli elementi facevano pensare al sesso, sesso consumato con una certa urgenza e rabbia, oppure sesso di una coppia appena nata, oppure sesso di una coppia antica che cerca nuovi stimoli per non morire, ma lui sentiva di poter escludere tutte queste ipotesi. I due si erano invece appena trasferiti in quella casa, e non avevano ancora nessun letto a disposizione, sarebbe arrivato il giorno dopo, la mattina, e così si godevano la loro ultima notte da accampati. Sembrava particolarmente soddisfatto di questa sua trovata. Ricapitolando, la fotografia mostrava una coppia di ventenni trasferitisi nella loro nuova casa.
«Scrivi», gli aveva detto lei.

La seconda fase del gioco prevedeva infatti la scrittura di ciò che era stato oralmente esposto, e l’assegnazione di un titolo. Conservavano tutte le didascalie in un grande quaderno che ogni tanto riaprivano per confrontare le diverse versioni. Nicola aveva preso un foglio dal cassetto a fianco e, senza riflettere più di tanto, aveva cominciato a scrivere: L’ultimo appartamento. Giovane coppia attende il mattino. Le consegnò il foglio aspettando una sua reazione.
«Tu credi veramente che il fotografo abbia voluto catturare l’attesa di un materasso?»
Sembrava divertita, ma non scherzava affatto. Era seria e, allo stesso tempo, canzonatoria. Non era mai successo, e Nicola sentì che, a vampate regolari, il disagio tornava, misto a un vero e proprio imbarazzo, anzi a una vergogna che impediva alla sua bocca di trovare una risposta adatta.
«Non ho scritto materasso, ho scritto mattino».
Lei leggeva ad alta voce le sue parole, due tre volte, giovane coppia attende il mattino, giovane coppia attende il mattino, giovane coppia attende il materasso, rideva di una risata triste, amara.
«Tu non vuoi vedere».
Nicola aveva voglia di andarsene, ma lei già lo aveva scavalcato, e adesso si ergeva sopra di lui come un’amazzone.
«Tocca a me».
Gli aveva strappato di mano la foto, e si era messa a guardarla in quel modo strano, incantato, che aveva avuto poco prima.
«Per cominciare, i due non hanno affatto la stessa età».
Nicola la guardava come se gli avesse detto qualcosa di terribile. Invece, lei continuava a parlare tenendo gli occhi fissi sulla foto, la sua mano tesa in direzione della finestra.
«Vieni, sdraiamoci a terra», aveva detto poi.
In quel momento Nicola non avrebbe potuto impedirle di fare niente. Una volta a terra – lei ora sdraiata al suo fianco – ci aveva messo un po’ prima di ricominciare a parlare.
«Diciamo che lui ha la tua età, trent’anni, e lei molti di meno, facciamo sedici, appena compiuti».
Qualche cosa incrinava la sua voce che, allo stesso tempo, era diventata più profonda, adulta.
«Lo vedi come si stringono?»
Aveva avvicinato la foto agli occhi di Nicola e indicava i corpi delle due figure, disegnando strani cerchi sull’immagine. Lui non aveva risposto, l’aveva solo guardata, implorante.
«Sono così attaccati che sembrano una persona sola».
Lo stringeva, quasi facendogli male.
«Così», aveva detto poi.
Avrebbe voluto dirle di smetterla, che il gioco era finito. Lei continuava a stringerlo forte, a volte allentava la presa come per illuderlo, poi ricominciava. Su una sola cosa era d’accordo con lui: i due erano amanti.
«Ricordi quella volta? La volta dell’albero?»
Nicola non era certo di capire a quale momento si riferisse. Si ricordava che un giorno lei aveva portato una foto di un albero, e avevano cominciato a giocare.
«Tu mi avevi detto che si trattava dell’albero più grande del mondo. Che nella tua immaginazione quell’albero era un albero madre, l’albero da cui si generava la vita, tutte le creature, l’albero che avrebbe trasformato tutto in ossigeno per respirare. Avevi detto cose molto belle».
Nicola adesso ricordava. Con assoluta precisione. Lo avevano colpito i rami, numerosissimi, che si dividevano in tralci sempre più sottili. Sì, tralci, perché quell’albero era simile a una vite o una pianta rampicante, che si inerpicava verso il cielo, pieno di puntini scuri simili a uccelli. Adesso non avrebbe avuto bisogno della sua voce per ricordare cosa aveva detto lei quel giorno.
«Non riuscivo a capire come tu potessi vedere tutto quello. Non riuscivo a vedere».
Nicola avvicinò la mano alla bocca di lei per farla smettere. Ma lei continuò a parlare, con il palmo che premeva sulle sue labbra.
«Tutta quell’ombra, ai piedi dell’albero. Tutta la collina, se era una collina, o un prato, una pianura, tutto quanto era un’ombra, una sola grande ombra. Ma tu non lo vedevi. E come facevi a non vedere le foglie, come facevi a non vedere che quell’albero non aveva foglie? Che era un albero secco, quasi morto. Tutto lo diceva, tutto urlava, quello era un albero morto, quelli non erano uccelli ma erano le sue foglie che una ad una volavano via».
Non dava alcun segno di tristezza, di inquietudine. Solo, dalla sua voce era uscito un suono spezzato, di ramo rotto.
«E sono a terra perché hanno appena scopato».
L’aveva detto veloce, severa, questa volta guardandolo. Poi si era alzata, facendogli il gesto di rimanere immobile dov’era, e aveva aperto la finestra. Entrava aria fredda e il vento le agitava i capelli. Si sdraiò di nuovo accanto a lui. Cominciò ad accarezzarlo, quasi sfiorandolo, poi alternando tocchi più energici, veloci. Nicola credeva che niente avrebbe potuto accendere il suo desiderio in quel momento, ma c’erano le sue labbra socchiuse, le dita che scorrevano seguendo quella specie di cantilena, tutto il corpo di lei che diventava cantilena sopra il suo. Quando ebbero finito, lei disse che avrebbero dovuto rivestirsi subito. «Come nella foto», ordinò. Per qualche minuto ci fu solo il silenzio, poi lei riprese il suo racconto.

«Lei non riesce a respirare. Per questo ha aperto la finestra. Vedi?» Aveva gettato la foto a terra, e premeva sull’immagine con l’indice sinistro della mano. Lui la strinse a sé, questa volta era lui a stringerla, come per paura che volasse via e allo stesso tempo per sgretolarla, ridurla in pezzi. Farla tacere.
«Ti ho detto che soffoca, che non riesce a respirare».
Nicola allentò la presa. Sentiva che gli mancava il fiato. Avrebbe voluto gridare e cominciare a picchiarla, riempirla di schiaffi fino a farla sanguinare. Immaginava il suo corpo bianco pieno di lividi, come tumefatto.
«Guarda lui, Nicola».
Si era rifiutato. Aveva girato il viso dall’altra parte, chiudendo gli occhi e spingendola via, mentre lei si stringeva di nuovo a lui, si aggrappava al suo braccio, al suo petto.
«Lui è solo. Lui vive per lei. Lui morirebbe senza di lei. E non hanno comprato casa, perché lui è grande. Lui ha già una casa».

Il vento gonfiava le tende, faceva vibrare i vetri della finestra producendo il suono di un animale sconosciuto, o di uno strumento a percussione, un minuscolo tamburo. Lei mise una mano sul cuore di Nicola che batteva molto più veloce, molto più veloce dei vetri, della finestra, del gracile essere che suonava nella notte.
«Lui non è d’accordo. Lui non vuole aprire la finestra. Lui vuole tenere tutto chiuso, sigillato, perché niente scappi via. Perché lei non scappi. Perché tutto resti immobile. Lui è arrabbiato con lei, ma non vuole che lei se ne vada. Vuole solo che lei chiuda la finestra».
Strisciando sul suo corpo era riuscita a raggiungerlo, e aveva afferrato il suo viso tra le mani.
«Che cosa c’è fuori, Nicola?»
Riuscì a sollevarsi, mettersi seduto. Lei lo seguì, e si inginocchiò davanti a lui. Sembrava più calmo, ora, come se qualcosa dentro di lui avesse smesso di lottare. La sua voce, dopo tanti minuti di silenzio, aveva preso coraggio per uscire.
«Guarda», le disse, non più indicando la fotografia, ma la finestra che continuava a vibrare nel vento. Lei obbedì, guardò, ma non le bastava. Si alzò e si sporse, per vedere meglio, per vedere quello che lui vedeva.
«Hai visto?»
«Cosa?»
«Entra la notte».

Lei percorreva strade celesti con lo sguardo, Nicola la vedeva sporgersi, alzare la testa in direzione di qualcosa, poi girarsi verso di lui, quasi sollevata, quasi sorridendo, come a dire che aveva capito, che adesso vedeva, mentre Nicola non faceva che guardarsi intorno, guardare lei, i vetri che sbattevano, le foglie dell’albero morto che entravano una ad una dalla finestra.

Valentina Maini

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7 thoughts on “SOLO UNA DIDASCALIA

  1. Pingback: SOLO UNA DIDASCALIA — VERDE RIVISTA | .sillages.

  2. Non ti conosco. Non ti avevo mai letto. Sono approdato qui per caso…Il tuo racconto è interessante, e scritto bene. C’è la giusta tensione. Cercherò di seguirti in altre cose. Forse ti scriverò di nuovo…chissà.

      • Eh, Valentina, succede che ricevere una risposta a distanza di otto mesi mi mette in crisi perché non ricordo il mio stato d’animo di allora. Come faccio a seguirti in altre letture? Dove pubblichi i tuoi racconti? (se ti garba, naturalmente!). Grazie, comunque.

      • Scusa, sono molto lenta! Sul mio blog (quello da cui ti sto rispondendo) metto più o meno tutto quello di cui non mi vergogno troppo. Puoi darci un’occhiata ogni tanto, se ti va 🙂
        Grazie a te

  3. Molto bene. Ho visto che di tuo ci sono sei racconti (compreso “Solo una didascalia”). Presto voglio leggerli con attenzione. Poi ti dirò che impressioni ne traggo. Penso che inizierò da “Lei è cattiva”; anche i titoli sono importanti e questo mi piace. Vedremo… A presto (spero).

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