UN BANALE EQUIVOCO

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Sergio Caruso, Senza titolo

Flavia Todisco ama le parole da quando è nata (forse da qualche annetto dopo!). Ha dunque iniziato in tenera età a imbrattare qualche foglio di carta con dell’inchiostro: per primi hanno visto la luce suoi versi (Schegge, Gabrieli editore, 1988) e racconti (Senza scontrino non si esce, Robin, 2015), poi brevi monologhi (tuttora inediti). Ultimamente si sta cimentando nella stesura di un romanzo e nella drammaturgia: chissà, lei stessa non vede l’ora di stupirsi, quindi di sorprendere il resto del genere umano!
È laureata in lettere e insegna alle superiori, perché ama le materie umanistiche e stare con i suoi studenti. Appena riesce parte e se ne va a zonzo per il mondo, perché viaggiare è il modo migliore che conosca per imparare e capire. Ha Parigi nel cuore, perché vi ha vissuto e studiato; il Tibet nell’anima, perché non può essere altrimenti. Generalmente è felice e pimpante, ma ha anche lei delle giornatacce.
Con Un banale equivoco è per la prima volta su Verde. L’illustrazione è di Sergio Caruso.

Gli bastò volgere di poco lo sguardo per accorgersi che i suoi compagni, tutti e sette, stavano subendo la stessa tortura, immobili, in piedi al centro del portico, fiaccati dal caldo, infastiditi da una mosca ronzante, implacabile, inorriditi e impietriti da quella carneficina. Già, perché ai piedi di ciascuno di loro giaceva un cadavere, fresco fresco.
Era stata una mattanza, per che cosa poi? Per un equivoco, un banale, stupidissimo equivoco.
Ma com’era successo? Anzi, quand’era iniziato tutto? E perché si trovava lì? Con quei tizi poi, che definire compagni era un’esagerazione, un paradosso!

Colpa di Rita, era tutta colpa di Rita, la sua amica ficcanaso con assurde soluzioni in pillole per tutti, come era ben noto tra gli amici. E lui, ciò nonostante, ci era cascato anche quella volta e si era fatto convincere a partire per un viaggio Wild Strange Roulette, a tariffa super scontata, con quelli di Wild Strange Travels. In sostanza aveva sborsato quattromila euro – alla faccia della tariffa scontata! – per partire con altri nove idioti quanto lui e un accompagnatore, senza conoscere la destinazione del viaggio e, quindi, il clima, le tappe, la cultura della loro meta e, di conseguenza, senza potersi preparare adeguatamente. Lo spirito del viaggio, però, sembrava essere proprio quello.
Lì per lì gli era sembrato una follia, poi una trovata geniale, infine un grande azzardo, che si sarebbe potuto rivelare la scelta più intelligente e riuscita della sua vita oppure la peggiore e più sfortunata. E Rita? Beh, se n’era rimasta a casa, perché lei ad agosto non si muove, tanto si sa che cani e porci vanno in vacanza in quel mese! Lei ci sarebbe andata a settembre! E così era rimasta in città con Ennio, il fidanzato, che la sera l’avrebbe portata al cinema all’aperto, a qualche concerto, a mangiare un gelato e la domenica a fare una gitarella fuori porta.
«Sai che ti dico, Rita, ma va a…» Non ebbe però il tempo di completare il pensiero e prorompere in un rabbioso improperio contro l’amica, perché in quel preciso istante la mosca andò a posarglisi proprio sulle labbra, così che l’imprecazione si mutò istantaneamente in un impetuoso starnuto, i cui lapilli ricaddero sul corpo, che giaceva ai suoi piedi.

Il morto era sempre lì, sembrava tranquillo e indubbiamente, come gli altri sette cadaveri, aveva una posizione chiara e definita in quella circostanza. Non come lui e i suoi compagni di viaggio che, non solo per le mosche, non se la passavano bene, dato che non sapevano che cosa sarebbe loro successo di lì a poco. La notte, infatti, era sempre più nera, man mano che trascorrevano i minuti e, quindi, le ore. La voce di quella strage, inoltre, si stava sicuramente spargendo. Presto sarebbero giunti in molti e che cosa sarebbe stato di loro? Un’altra carneficina, certo, uno scempio!
Solo che dei loro corpi non sarebbe rimasta alcuna traccia, perché quelli che stavano arrivando non
potevano che essere cannibali e si sarebbero pasciuti delle loro carni. Se solo si fosse riusciti ad avvisare il resto del gruppo, che si trovava in albergo o, meglio, nella stamberga in cui alloggiavano, si sarebbe potuto lanciare l’allarme e ottenere aiuto e, magari, anche rinforzi!

Invece nulla. Nessuno di loro riusciva a muovere un arto, a articolare una parola, a formulare un pensiero che includesse la volontà di imprimere movimento al corpo: lo shock aveva loro pietrificato le membra, l’animo e parte dell’intelletto, perciò non se ne parlava proprio di chiedere
soccorso. Gli altri tre membri del gruppo, poi, si stavano dedicando a altre faccende.
Riccioli d’Oro e Peter Pan, i due fidanzati che viaggiavano con loro e che lui, per scherno, aveva così soprannominato, si erano difatti ritirati di buon ora nella loro stanza, «Perché», come avevano pubblicamente dichiarato i provetti viaggiatori, «stanchi e provati dalla giornata», mentre il loro accompagnatore era svanito, dileguandosi alla fine della pittoresca cena tradizionale, che avevano consumato al ristorante dell’albergo.

Intanto la notte era sempre più nera e il caldo sempre più spossante. Erano senza scampo. Non voleva accettare quell’epilogo, non voleva diventare una prelibatezza per il palato di quegli sciagurati che sarebbero arrivati, famelici e furiosi, a fare strage dei loro corpi.

Ma il loro accompagnatore dov’era finito? Dov’era andato quello spilungone della Wild Strange Travels, che si era presentato in aeroporto, in ritardo, con una Barbie in lacrime al seguito – perché lui l’avrebbe lasciata sola per più di tre settimane! -, privo di bagagli e, soprattutto, senza i loro documenti di viaggio e, dunque, senza conoscere neppure lui, a poche ore dalla partenza, la loro destinazione e su quale volo imbarcarsi?
«Tranquilli, tranquilli», aveva detto. «Nessun problema. Una telefonata e risolvo tutto. Mal che vada, ci facciamo aggiungere una tappa, anticipiamo i soldi per i biglietti e voliamo belli belli a Pechino! Tanto, ho qualche amico e amica là», aveva proseguito, ammiccando prima alle donne e poi agli uomini del gruppo. «Di sicuro non ci annoiamo! Così, quando i biglietti saranno pronti, noi si riparte e si va!»

I dieci pellegrini del viaggio Wild Strange Roulette, a quel modo appena inaugurato, si erano guardati perplessi e non avevano osato proferire verbo. Anzi no, qualcuno ci aveva provato, ma sarebbe stato meglio che non lo avesse fatto, perché si era messo a chiedere il costo del volo per Pechino, i tempi del rimborso e se ci sarebbe stato anche qualche scalo. I compagni di viaggio lo avevano freddato con lo sguardo; il leader no, lui, portando la mano destra al mento, ci aveva pensato, per poi scuotere la testa e proferire il vaticinio: «Questo ancora non si sa, ma tranquilli, mi informo, una telefonata e tutto è risolto. Chiaro, pulito, lineare».

Da quel momento in poi il viaggio era stato una vera e propria roulette, poco selvaggia, ma decisamente strana e bizzarra, nella quale non solo non era loro successo nulla di buono, ma, per “un disguido”, non meglio definito, “un’inezia”, nell’organizzazione di quel “meraviglioso viaggio”, avevano anche dovuto sborsare nuovamente la caparra già saldata all’agenzia.
«Comunque», aveva quasi intimato il loro guru, lo spilungone, «non vi dovete preoccupare e neppure inquietare, ma divertire. Questo deve essere il vostro unico pensiero, al ritorno penseremo noi a farvi avere il rimborso e vi offriremo anche un bello sconto per il vostro prossimo viaggio con la Wild Strange Travels
E loro, tutti e dieci, erano stati ottimisti, fatalisti, avevano guardato al bicchiere mezzo pieno. Peccato che, poi, a furia di guardarlo, quel bicchiere un poco pieno si era svuotato e si erano ritrovati in quel dramma, in quel fattaccio e ora non sapevano come uscirne.

La donna alla sua sinistra starnutì, la mosca le era entrata in una narice e per espellerla ne era nato uno starnuto, che lo riportò al gran caldo di quella notte sotto il portico, tra i suoi sette compagni, gli otto cadaveri e le otto fastidiosissime mosche. Gli sembrò di udire delle voci in lontananza e di scorgere avanzare il bagliore di alcune torce. Un fremito lo percorse. Aiuti o pericoli stavano arrivando? Salvezza o morte? Non poteva che attendere e lo avrebbe scoperto; tanto di muoversi da
lì non se ne parlava: immoti gli arti, cortocircuito del sistema nervoso, labbra sigillate.
Si sentiva spacciato.
Distolse il pensiero dalla catastrofe e lo riportò al loro dinoccolato accompagnatore che, zitto zitto, lemme lemme, quella sera, subito dopo cena, se n’era sgattaiolato via con la cuoca dell’albergo e non si era più rivisto. Probabilmente stava gustando altre prelibatezze locali, mentre loro rischiavano la vita o, meglio, il collo e tutto il resto.
Mannaggia a Rita, a Ennio e ai loro film all’aperto! Mannaggia alla propria irrefrenabile voglia di viaggiare! Mannaggia al “non domato spirito” di Ulisse, che aveva creato e nutrito in lui quell’anelito al viaggio! Mannaggia pure all’amato poeta, mannaggia a Saba!
Mannaggia, mannaggia, mannaggia a tutto il mondo e a chi lo aveva creato!

I suoi pensieri erano convulsi, scomposti, sovreccitati, mentre il suo corpo era inerte, pietrificato, marmoreo. Che, poi, era stato un equivoco, tutto un malinteso quella mattanza. Lui e i suoi compagni, dopo la cena, si erano rivolti a quell’hotel o pensione che fosse, perché sembrava meno terribile del postaccio in cui la Wild Strange Travels li aveva mandati. Cercavano delle stanze, doppie, triple oppure quadruple! Anche il portico andava bene, per una notte, pure le mosche e le zanzare ci potevano stare! Ciò che contava era non restare nel tugurio in cui li avevano sistemati, che non era altro che un postribolo lercio e maleodorante, frequentato da prostitute, che sembravano regine rispetto ai loro clienti e sfruttatori. Per non parlare dei trafficanti di ogni sorta di illecita merce, dei delinquenti, che lì sostavano un’ora, una notte o qualche giorno e che era meglio evitare, per non finire male il viaggio e l’esistenza in generale, che per quella gente sembrava valere meno di niente.

Così, giunti a quell’hotel dall’aspetto discreto, lui e sette dei suoi compagni avevano chiesto al receptionist, se così si poteva definire il ragazzetto che li aveva accolti, se ci fossero delle stanze, dei posti letto, delle brande da mettere nel portico, per una sola notte, pagamento in contanti. E fino a quel punto era andato tutto bene: il ragazzo aveva garbatamente sorriso, mostrando che il casellario delle chiavi delle stanze era vuoto, come a dire che l’albergo quella notte era full, esaurito, pieno zeppo. Poi, però, si era messo al cellulare, a chiamare questo e quello e a dire loro, a un certo punto, in un inglese un po’ stentato – che non riportiamo! -, di stare “tranquilli”, che non c’era “alcun problema” e che “gli amici” lo avrebbero “aiutato”.

Quindi era sparito con una spranga e una torcia elettrica e li aveva lasciati lì sotto al portico, con quel gran caldo e le mosche che iniziavano a frequentare le loro fronti, guance e bocche, i loro volti, sui quali si era allora impressa un’espressione di perplessa delusione, per quel suo dire, per quei suoi modi, per il suo sparire. Sì, perché, in sostanza, il ragazzetto aveva ricordato loro l’allampanato accompagnatore, da qualche ora infrattato con la cuoca del cosiddetto “albergo” e loro lì a cercare una sistemazione!

Alla delusione si era in seguito sommata la rabbia e a questa si era aggiunta prima la paura e poi l’angoscia, quando la notte era calata e del ragazzetto non si era scorta neppure l’ombra. Allora la mente di quegli otto disperati aveva fatto tutto il resto: aveva sommato la spranga ai sorrisi, lo stare “tranquilli” all’idea degli “amici” che lo avrebbero “aiutato”. A fare che cosa?, avevano pensato tutti individualmente, finendo poi col mettere in comune quel pensiero: ne era nato un putiferio di terrore, ansia e istinto di sopravvivenza.
Erano così calati nella cucina, nello scantinato e nella rimessa dell’albergo, alla ricerca di qualcosa con cui difendersi. Ciò che avevano trovato, si era in seguito trasformato in una pericolosa arma letale contro quelli che, in un breve lasso di tempo, erano passati dall’essere qualificati come “gli impostori”, poi “gli aggressori”, quindi “i malviventi” e, per finire, semplicemente “i nemici” da aggredire, per salvarsi e non morire.

Va da sé che, con tali premesse, quando il ragazzetto aveva fatto ritorno con altri sette della sua età, stranieri e dunque sconosciuti, che avanzavano verso di loro, sotto il portico in piena notte, impugnando ciascuno, così come l’oscurità lasciava intuire, una o più spranghe lunghe e appuntite, la mente degli otto viaggiatori avesse collegato, aggiunto, sovrapposto questo a quel particolare, un frammento a un’impressione, un ricordo a un racconto o a una fobia, infiammando così gli animi e inviando al sistema nervoso l’impulso di reagire, aggredire, difendersi, colpire, colpire, colpire, non demordere, fino alla fine, la loro fine, la morte dei nemici, i ragazzetti!

Era stato un bagno di sangue, una carneficina, una mattanza.
Otto corpi erano a terra e otto in piedi, immoti, tutti. Otto mosche si muovevano sui loro volti e sedici aste giacevano in terra. Presto sarebbe finito tutto anche per loro: una volta arrivati, infatti, i cannibali avrebbero vendicato quegli otto giovani compagni morti.
“Che notte avrebbero trascorso quegli stranieri, nelle amache che avremmo fissato sotto il portico per loro!”, questo aveva pensato il ragazzetto prima di spirare.
Giaceva morto, vicino ai suoi piedi, mentre la mosca lo torturava e nessuno dei suoi sette compagni di viaggio quasi respirava.

Si sente un trillo nella stanza accanto, poi passi a piedi scalzi.
È sudato, si gira nel letto.
Una mano lo afferra a un braccio. Spalanca gli occhi terrorizzato e, di soprassalto, si mette a sedere sul letto.
Falso allarme. Nessun pericolo. È Rita che gli dà la sveglia. Deve alzarsi, è quasi l’alba, Ennio lo accompagnerà in aeroporto, prima di andare al lavoro, ma bisogna fare in fretta, perché, si sa, quando si parte per un viaggio come quello, è meglio non perdere tempo e arrivare il prima possibile all’imbarco!
Lui la fissa, la ascolta, ancora assonnato, rielabora alcune informazioni, poi prorompe con una frase che getta l’amica nello sgomento: «Sai che c’è, Rita? Sai che ti dico? Non c’è fretta. Non parto più. Perderò la caparra, ma non importa. Nelle prossime settimane, di giorno andrò in piscina, a giocare a tennis, in bicicletta e anche al parco; solo o in compagnia, non importa. La sera, invece, farò lunghe passeggiate, leggerò un buon libro e verrò al cinema con voi, qualche volta. Va bene, così. Stai tranquilla».

Quindi, senza curarsi del turbamento dell’amica, si dirige verso il bagno. Apre la porta, la chiude, si guarda allo specchio, passandosi una mano tra i capelli: nota del sangue sul dorso.
Una mosca gli vola attorno alla testa, fastidiosa, e dopo un po’ gli si posa, calda e ronzante, sul volto.

Flavia Todisco

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