TESTA D’ARTISTA

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Sergio Caruso, Senza titolo

L’artista non esiste, ma i lunedì mattina, ahinoi, sì: a più di un anno dalla sua ultima incursione, Simon G.Helly torna su Verde con Testa d’artista. L’illustrazione è di Sergio Caruso. Buon inizio di settimana a tutti.

Quando ci presentammo in galleria l’allestimento era già pronto.
Le tavole, della grandezza di un foglio A4, erano state appese al muro in modo lineare e seguivano il perimetro della sala rettangolare da sinistra a destra, seguendo lo stesso ordine con cui erano state riprodotte nel catalogo in vendita. In mezzo alla sala c’era un grande tavolo di legno con delle bottiglie ancora chiuse e dei vassoi coperti da tovaglioli di carta.
Le inquietanti deturpazioni del volto erano una caratteristica che si ripeteva in tutti i disegni.

«Ma l’artista dov’è?» chiese Luca.
Piero fece un gesto vago: «Non so neanche come sia fatto. Ho trovato il pacco dentro la cassetta delle lettere più o meno un mese fa».
«Il pacco?!»
Andrea lo guardò storto.
«Sì, le tavole erano nel pacco», precisò il proprietario della galleria.
«E c’erano anche le indicazioni per questo», continuò indicando il catalogo, che aveva il formato e la grammatura di un quaderno.
«E la pagina bianca accanto?» chiese Luca.
«Quello è lo spazio per scrivere una storia che abbia per protagonista la creatura disegnata. L’artista lo ha indicato chiaramente nelle istruzioni».
«Le istruzioni?»
«E come altro pensavate che vi avrei rintracciato? Evidentemente è qualcuno che vi conosce. Io non sapevo neanche della vostra esistenza, poi sono andato a vedere su internet. Comunque non siete scrittori famosi. Mica vi offendete, vero?»
«Macché!»

Avevamo una settimana di tempo per scrivere un racconto ispirato a una delle opere esposte, che avremmo letto in pubblico il giorno del vernissage.
Una volta usciti in strada, Lucio aveva espresso tutte le sue perplessità: «Quello non mi convince. E poi li avete visti, tutti quei tic?»
Luca sbuffò: «E non lo potevi dire prima? Ormai abbiamo accettato! Cerchiamo per una volta di essere seri, stavolta non ci saranno i soliti amici di sempre».
Lucio non era convinto, ma si sforzò di essere ottimista: «Massì, qualcuno verrà. Alla fine qualcuno viene sempre».

Durante le notti successive feci strani incubi e di giorno assunsi comportamenti inusuali, come lasciare luci accese in casa – io che controllavo sempre tutto almeno due volte – o libri sparsi sul tavolo. E poi ci fu il disdicevole problema alla testa, quel formicolare della cute che mi prendeva improvvisamente, come se una lingua di fuoco corresse lungo l’epidermide. Durante quella settimana presi persino l’abitudine di guardarmi allo specchio almeno due volte al giorno – io che non lo facevo mai mi toccavo la pelle, la tiravo e pizzicavo, per controllare che tutto fosse in ordine.
L’ultima notte fu la peggiore. L’artista mi si palesò in sogno con la faccia barbuta, e rideva indicando proprio me. Rideva così forte che prese a tossire – o forse ero io in una delle tante interruzioni per tirarmi le lenzuola addosso. Dalla bocca gli uscirono dei fiotti di sangue, dapprima liquido, poi sempre più denso; infine, ridendo ancora più forte, si prese la testa per i capelli e se la staccò letteralmente dal collo.
«Adesso l’opera è conclusa», disse prima di lasciare la presa.
La testa rotolò a terra e la bocca dell’artista si riempì di sporcizia e di schiuma che soffocò infine l’agghiacciante risata.

Quando riaprii gli occhi sentii che il bruciore era aumentato e che dalla cute il formicolio si era allargato anche alle tempie e alla fronte.
Davanti allo specchio la mia mente cercò una via di salvezza illudendosi d’essere in qualche modo ancora nel sogno, ma la mia faccia era ormai in fase di evaporazione e il processo aveva iniziato a estendersi anche alle zone inferiori, agli zigomi e al mento. L’epidermide stava venendo via a scaglie, sembrava forfora, e in certi punti già si potevano vedere i fasci di muscoli sottostanti. Avrei dovuto mostrarmi impaurito, ma il risultato, così simile al make up di un horror fatto in casa, provocò una risata così sguaiata (proprio come la testa del sogno) da strapparmi tutta la pelle intorno alla bocca, che si ritirò con il rumore d’un elastico spezzato. Il dolore mi venne in soccorso: non era un sogno, tanto meno un film. La cosa più strana, però, fu l’assenza del sangue. Non c’era traccia di rosso, la mia metamorfosi stava avvenendo in bianco e nero. Stavo ancora fissando la mia ridicola maschera quando sentii la vibrazione del cellulare. Era un messaggio di Lucio: «Non hai idea di cosa mi sia successo». Lo schermo, però, si appannò in pochi secondi, e persino lo specchio, dove il vapore si era già condensato. Passai un dito sul vetro. La mia testa sembrava ormai uno sgorbio, un groviglio di linee. Fui confortato dalla resistenza del resto del corpo, che al di sotto del collo si presentava in ordine.

«Bella questa trovata!» esordì Piero.
Ci eravamo presentati tutti e quattro con il volto coperto: Andrea con la sua maschera da lottatore messicano; Luca e Lucio con un passamontagna, ma di diverso colore; io con la confezione di un pandoro che avevo bucato all’altezza degli occhi e della bocca (in casa non avevo trovato di meglio, a parte un sacco della spazzatura con cui avevo rischiato di strozzarmi).
L’interno della galleria era affollato di gente che pescava olive e patatine in gran quantità. I bicchieri di carta per il vino erano già finiti da un pezzo e le persone rimaste sprovviste si aggiravano freneticamente alla ricerca di quelli da riciclare. Nell’aria si respirava una grande euforia.
«Ma come, voi non ne prendete?»
Piero si dimostrò incredulo dinanzi alla vista di un gruppo di scrittori astemi (in realtà non lo eravamo, a parte Andrea che beveva soltanto succhi di frutta).
La voce di Luca uscì fuori strana, una sorta di squittio: «Se ci fossero i bicchieri… L’artista dov’è?»
«Si è nascosto», rispose il gallerista.
Sembrava eccitato, i suoi tic erano moltiplicati dalla velocità con cui stringeva mani e passava da un angolo all’altro della sala.
Io ero invece sempre più preoccupato dalla tenuta del cartone, che si stava inumidendo velocemente.
«Perché non iniziamo?» proposi.
«Ohi, ma mica vorrete seriamente leggere con quelli in testa?!»
«Non sarebbe la prima volta».
In effetti, Andrea aveva già fatto in passato delle comparsate in stile wrestling.
«E comunque», precisò, «non mi sembra carino cominciare senza l’artista».
«Guardate com’è strano quello», intervenne improvvisamente una ragazza del pubblico: «Ma che cos’è?»
Intorno ai miei piedi si era formata una pozzanghera d’acqua, anche i pantaloni erano bagnati.
«Calma», cercai di difendermi, «non mi sono pisciato addosso».

Nella concitazione qualcuno tirò il cartone con forza, che si strappò facilmente per quant’era fradicio. La mia testa, costipata per troppo tempo nel cilindro, esplose in un nuvolone vaporoso. Per la rabbia avrei voluto scatenare un temporale, ma constatai con sdegno d’essere persino inoffensivo.
Nella confusione i miei compagni cercarono di fuggire, ma la curiosità malsana della folla non risparmiò neanche loro: Lucio nascondeva un enorme becco d’avorio schiacciato, che lasciava scoperti soltanto gli occhi (ecco perché non parlava!); Luca aveva invece la faccia come risucchiata, spinta in dentro dall’urto contro un’entità invisibile (pensai a un palloncino sgonfio, forse per la vocina che aveva prodotto); Andrea, infine, non era poi così dissimile dalla maschera sgargiante e multicolore che indossava (difatti aveva la faccia di un panda, che di per sé è già una maschera). In qualche modo ognuno di noi aveva preso le somiglianze di uno dei disegni dell’artista.
La gente cominciò a spintonare e alcuni caddero a terra, per essere poi calpestati dai più robusti. Nel trambusto generale si ribaltò persino il tavolo, e con esso un recipiente che era rimasto fino ad allora coperto, dal quale rotolò fuori la testa barbuta.
«Signore!» gridò Piero: «Signori, fate attenzione: così schiacciate l’artista!»
Rideva ancora, e rideva la testa; la vidi persino azzannare un’anziana signora al polpaccio, da cui il sangue, rosso come nella realtà, prese a uscire copioso. Il gallerista gridava di gioia nel vedere tutto quel miscuglio di sudore e paura e sangue e teste che di lì in avanti non avrebbero partorito altro che discorsi orrendi come le loro fattezze: «E allora», urlò, «dov’è adesso l’artista?»
Una voce esile prese il sopravvento in un momento d’imbarazzato silenzio:
«E che cazzo ne so», disse Luca, con quella faccia tutta rinculata.
Piero continuava a urlare come un invasato: «L’artista non esiste», ripeteva, «l’artista è una testa di cazzo!»

La maggior parte delle persone si era ammassata contro la porta, che era stata chiusa dall’esterno. Presi dal panico, quelli più indietro cominciarono a spingere e in breve alcuni si ritrovarono schiacciati contro il vetro, che andò infine in frantumi a causa della pressione. L’avanguardia venne così travolta dal grosso della folla e fu calpestata a terra. Alla fine di tutto quel trambusto non rimasero che una manciata di corpi tumefatti e sanguinolenti, che il gallerista si affrettò a fotografare: «Eccola l’arte contemporanea, la body art più estrema!»
Eravamo ormai diventati un’orda di essere mostruosi, proprio come quelli appesi alle pareti.
L’artista eravamo noi.

Simon G. Helly

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