GATTINI™#3: SCUSA, DICAPRIO

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DeadTamag0tchi after Andy Wahrol, GATTINI™

GATTINI™ è il contenitore degli orrori indifferenziati di Verde. Ogni venerdì, qui e su Facebook.
Dopo le due settimane aberranti con Robotfetishism, abbiamo chiesto a Francesco Quaranta, tornato single da poco, di scrivere qualcosa che abbassasse sensibilmente la tensione erotica – alle stelle – dei venerdì di Verde. Francesco, ormai lo sanno tutti, è il responsabile principale della morte del Casual Friday, ha un problema bello grosso con i titoli, ed è la voce dei The Last Project. Delle tre, almeno una non c’entra un tubo con Scusa, DiCaprio?, ma oggi esce il nuovo album dei ragazzi (è in streaming su Ondarock) ed è davvero bello: qui da noi in redazione è già un piccolo classico e volevamo consigliarvelo.
La copertina (di
GATTINI™, non di Pyrotechnic) è di DeadTamag0tchi, il disegno interno di Sergio Caruso. È venerdì, e allora? Miao!

Premessa: fuori c’è febbraio, sottoforma di un ghiacciolo nero opaco, impenetrabile, io sono solo dentro il mio locale chiuso. L’orologio segna le due mentre scoppio uno alla volta i secondi che mi separano dalle quattro, l’orario di apertura. Se cedessi al sonno non mi riprenderei in tempo, mi conosco. Perciò mi tengo attivo scrivendo una prima bozza di racconto, in tutta onestà senza capirci una mazza, tra caffé e alcol da smaltire.

La fine di una nottata è un limite sporco, strappato, frastagliato e sempre difficile da definire o digerire. Ti sembra di essere qualcun’altra, una mente disinserita dal contesto, presente Shutter Island? Smanacci per afferrare qualcosa ma il velluto scuro ti scivola via, ti resta tra le dita soltanto un filo e tu tiri, tiri, pian piano, due dita solo, per non strattonare. Cerchi di dipanare l’oscurità. Speri che, una volta disfatto il tessuto, dietro ci sia un nuovo giorno al posto di un altro incubo.

Non basta dire basta e pagare il collega barista, non basta dire che si va a casa a vedere la notte degli Oscar di cui francamente non ci frega una mazza; non è sufficiente perdersi dietro alla scia di qualche automobile, sopravvivere alla nebbia magari, no, no è ben più arduo l’atto di mettersi a dormire. Non serve pregare di sentirsi un po’ meno soli: nemmeno si può decidere come e con chi stare o se esista o meno qualcuno di cui fidarsi.
In momenti come questo mi pare di non essere una persona vera, ma un essere fittizio senza premesse che qualcuno si sta divertendo a scrivere e manipolare.

Viaggio poco sopra i settanta, non mi importa poi tanto della radio che blatera di made in Italy, manda un pezzo di Vasco pensando di farmi un regalo, mi espone il meteo dell’indomani come se mai ci sarà un domani, torna al made in Italy e via così altre cazzate. Le tre di notte sono odiose e spigolose se non sai come prenderle e un buon metodo è il gin tonic, che non è affatto prevedibile. Mi ha preso male, ça va sans dire, mi ha spossato a un livello così profondo che avverto come un tremore nel midollo delle ossa, freddo artico mi stringe attorno da tutti i lati dell’abitacolo e mi brina gli occhi come fa con i finestrini. Sono a malapena lucida da capire come tener dritto il volante, figurarsi riuscire a sistemare bene la sciarpa. Jordan Belfort fatto di quaalude, me la sciacqui proprio.

A casa mi aspetta il pincher Osvalda, nome di merda, e dire che già te la passi male in quanto pincher. Ma davvero, quando stai con un ragazzo di sei anni più giovane ti puoi aspettare di tutto, pure che chiami il suo cane con un nome di merda e poi lo appioppi a te perché i suoi genitori non vogliono animali in casa. E il pincher deve stare in casa per forza perché se lo lasci troppo fuori se lo mangiano le pantegane.

Non è tanto la differenza di età tra me e Michele il punto: è che a lui, coi suoi vent’anni, non gliene frega un cazzo di niente, nemmeno di me. La comparsa di questa persona nel discorso è solo un pretesto per sfogarmi perché il gin è proprio bile distillata mentre la tonica è catarsi insapore di umori ostili: l’ho già detto che sono sola perché sono stata mollata, da Michele appunto, e in questo preciso momento esatto mi sento più sola che mai. E se non fosse stato ancora chiaro, ecco che l’ho detto adesso. Per essere onesti su tutta la linea, mi stanno venendo pure le mie cose, quindi andate proprio a fare in culo anche voi che mi fate i fari perché ho sbandato di una virgola. Fighette.

Questa ironia della sorte non può essere reale, giusto? Come se fossi un personaggio un po’ buttato lì, abbozzato. Ma non solo io, anche Michele col suo bel faccino, solo che lui è scritto proprio da schifo, non meriterebbe nemmeno due righe svogliate. Io con una bella ripulitina sarei interessante…
Non ci vuole molto a tagliare fuori una persona, basta un cambio di prospettiva: un giorno ci si sveglia e ci si ossigena i capelli, per dire, un altro giorno si desidera un pincher col nome di merda e un altro ancora ci si scopre stufi della persona più buona mai incontrata, a.k.a. la sottoscritta. Ma noi abbiamo vent’anni e assomigliamo a Leo “Vecchio Trapano” DiCaprio, no, cosa cazzo ce ne fotte della coerenza, della decenza, dell’amore in generale? Michele non maturerà mai, lascerà afflosciare a vita questa bolla malsana di adolescenza viziata fino alla fine dei suoi giorni. Tanto vale sopprimerli, lui e Osvalda cane di merda.

Accelero perché, wow, il mio corpo ha appena avuto un impulso, un input primordiale. È come scoprirsi diversa dopo una curva, ma un’altra per davvero, come se parte di me non fosse mai esistita fino a questo istante. Mi riassetto sul sedile e bon, smetto di essere incazzata. Lo giuro, mi passa di botto e mi metto pure a canticchiare quella nuova dei Negramaro con tanto di falsetti e tutto quanto. Non avrei mai pensato che fosse così liberatorio quando decidi di uccidere una persona. Persona oddio, un ragazzetto non ancora formato nel cervello e nella dignità, una spina dorsale ritorta e smidollata.
Oh sarà il gin tonic, saranno le ottomila serie di Desperate Houswives e Breaking Bad che mi regalano questa sicurezza, boh… Tipo, una volta ho letto un racconto della Mangrovia Editore scritto di getto da Paolo Gamerro, proprio senza pensare no, e questa cosa dell’improvvisazione mi ha colpita… Ora, io non sono mica una scrittrice, però posso agire di getto, improvvisare, arrangiarmi con quello che ho e quello che ho è la necessità di sbarazzarmi di Michele.

Però non sono mica un mostro, o peggio una stronza: lo so che sto per fare una cosa brutta, non è che sono in preda a un raptus omicida, ho semplicemente deciso che devo ammazzare Michele e sto andando a farlo. È solo una questione di correttezza se gli mando una whazzappata testuale letterale papale papale: Michele, passo di lì, vengo ad ammazzarti. Un quarto d’ora circa.

Ora, siccome so che è un vent’enne rincoglionito del cazzo, soprattutto alle tre di notte, gli faccio pure uno squillo così sono sicura che il messaggio lo legga. Potrei anche dirgli cosa dovrebbe fare per scongiurare che io attenti alla sua ridicola incolumità, però oh, se non li rendi indipendenti a un certo punto… E poi io stasera voglio proprio che lui crepi, ecco.
Risponde subitissimo con una risata sarcastica digitata male: AHAHBAJAJ, Che cazzo vuoi? Vuoi scopare? Tutto ciò di cui avevo bisogno, ha appena scritto il suo ultimo messaggio.

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Sergio Caruso, Senza titolo

La villetta è assopita tra le coltri del suo silenzio di nottuccia borghese sottile sottile, pure la nebbia pare bambagia in questo quartiere. Fa comunque un freddo porco quando scendo dall’auto che ho avuto l’accortezza di parcheggiare a fari spenti. Il coglionazzo abita in una dépendance sul lato ovest della casa, o meglio la sua famiglia è proprietaria di una villa con i controcazzi e un botto di soldi, mentre lui in quanto Michele figliodipapà più che altro va in giro col suo faccino alla DiCaprio versione giovinotto a fare gli occhi dolci e credere di potersi innamorare delle cameriere sfigate più vecchie di lui, eccerto, poi gli manca qualcosa, grazie al cazzo, viziato com’è. M’ha pure appioppato il cane di merda col nome di merda. Prima di lasciarmi.
Ma va tutto bene, perché il cane lo posso sempre affidare al canile. Che bello se potessimo dare Michele a un canile o abbandonarlo in autostrada. Easy.
Ma questo racconto merita una conclusione degna delle paranoie che mi sono fatta.

Scavalco in giardino, la porta della dépendance è provvidenzialmente aperta: Paolo Fox stamattina c’aveva preso. Nella stanza la televisione è sintonizzata a basso volume sulla notte degli Oscar, che caso, sono arrivati alla nomination per il miglior attore e Leo DiCaprio è più teso di me la mia prima volta.

Trovo Michele nel letto, lo scemo si è rimesso a dormire. Biondiccio slavato ossigenato, al buio pare indistinto dalla pelle pallidissima, diresti che è malato. Sì vabbe’, in effetti è malato: ha tipo una di quelle malattie della pelle che non ti impediscono comunque di essere un maledetto bamboccio coglione. Soltanto le labbra hanno un filo di colore, quella sfumatura rossastra è la prima cosa che sfioro, poi penserò a che fare. Oh ragazzi, sexy è sexy non ci si può far nulla. Miglior attore protagonista.

Spalanca gli occhietti e nella penombra si gonfia di sorpresa, allora io salto giù dal letto e lui se la scompiscia alla grande perché annusa da lontano due chilometri quanto sono sbronza. Vado alla mensola dove tiene il solito tocchetto di fumo e Michele resta lì indeciso: da un lato mi vuol dire che è finita e di lasciarlo in pace, ma dall’altro non disdegnerebbe una saltata in allegria. Ci credo, con tutto quello che gli ho insegnato. Mi dice che ha finito tutto il fumo da solo, ma io mica cerco quello, raggiungo invece il serramanico che tiene lì vicino come un oggetto di scena che non aspetta altro che il suo momento. Lo faccio scattare. Lui fa, wow, fa tipo, cosa vorresti fare? Uuu che paura che mi fai!

E lì scopro che tutto sommato sono rimasta sempre io, purtroppo. Non sono una me stessa differente, affatto. Il mio personaggio non è mutato. Assalirlo, ferirlo, tagliarlo, infilzarlo, squartarlo con questa lama, immagino tutte queste cose, ma non fanno parte di me ora che me le figuro, non ce la posso fare. Non sono io. Peccato.

Credo che Michele non abbia mai riso così tanto in vita sua, addirittura applaude, sottolineato dal pubblico del Dolby Theatre di Hollywood mentre Leo sale sul palco per andare incontro al suo primo Oscar, colmo di emozione trattenuta.
Tra le mie mani scopro con sorpresa il freddo tocco di un grilletto, un revolver pesante che so già armato di un unico colpo in canna. Be’ decisamente già più nel mio stile. Così si può fare.

L’espressione dell’ebetuzzo si fa ancora più pallida, ciao ciao mezzasega, poi il botto, la nuvola di umori, i poster impiastrati di rosso, un foro al centro della fronte bianchiccia che spilla sangue, un fischio alle orecchie, cervella sul copriletto e infine il corpicino che ricade su se stesso.

Porca puttana che figata!
Scusami Michele ma che me ne facevo più di te se non portarti rancore?

Uno schizzo di sangue denso è finito sullo schermo della televisione in cui Leo stringe l’agognato premio, parla e abbraccia la statuetta, turbato da tanta emozione, dalla concitazione. Dallo sparo. Scusa, DiCaprio, scusa se ti rovino la cerimonia, ma niente di questo è abbastanza reale…

Un rumore alla saracinesca del bar interrompe il mio trance creativo. Sciacquo una Red Bull in una mistura di vodka e ghiaccio sciolto, i rumori alla saracinesca non smettono: ma chi ha voglia di alzarsi per andare a vedere?
Mi concentro sullo schermo: non sono ancora convinto che la pistola sia lo strumento migliore, però è sempre molto scenica. E poi mi piace questa cosa di Leo DiCaprio, crea un’attesa traditrice con un semplice cameo. Godo dello spasmo di onnipotenza dell’aver terminato le righe che ora nereggiano sul foglio elettronico.
Bussano di nuovo e questa volta vibrano persino i vetri, odo richiami ovattati, riconosco il mio nome. Mi getto addosso un maglione e corro ad aprire prima che sfascino qualcosa o parta l’allarme.
Sembrano due agenti di polizia, ma non riconosco la divisa.
«Signor Quaranta, lei è in arresto», annuncia uno.
«Che vuol dire? Per cosa? Chi siete?»
Mi vedo sbattuto sul naso un distintivo che mi sbarluccica negli occhi: Squadra Speciale Scrittura.
«Siamo agenti letterari», spiega il secondo con tono da poliziotto buono ma spintoni da poliziotto stronzo.
«Sei accusato dell’omicidio di Michele Levari, vent’anni».
«Ma che dite, Michele Levari è un mio personaggio! Non esiste!», ma è inutile tentare di dare o chiedere spiegazioni: sono già in manette.
«Un suo personaggio, ma certo, ma certo, non le viene il dubbio che i personaggi, per quanto frutto della sua fantasia esistano e vivano da qualche parte nel mondo? Lei è un irresponsabile!»
«Ne abbiamo piene le tasche di tipi come lei!», rincara l’altro.
«Ma quindi Gandalf e gli hobbit esisterebbero davvero?», provo con l’ironia.
«Non stiamo parlando di fantasy, cicciobello, non faccia il furbetto!»
«Già, non è il nostro dipartimento! Dagli una smanganellata, per favore».
Arriva sulla schiena, bella convinta, casco a terra. Da lì cerco di giustificarmi con le necessità narrative, la stanchezza, la noia, ma mi dicono che ho pure l’aggravante di aver scritto male, usato inglesismi e parole orrende, costruzioni pigre e titoli disdicevoli.
«Si rende conto di quante volte ha adoperato l’avverbio “proprio”? È per colpa di quelli come lei se l’editoria indipendente sta come sta stasera».
«Come sta stasera?», biascico preoccupato.
Mi assestano una sana puntata di stivale alla bocca dello stomaco e ho finito di protestare.
«Un bel soggiorno con tutti gli altri scrittori casi umani non glielo leva nessuno!»

Stappo una birra e mi abbandono sulla poltrona a rotelle, la faccio girare un po’ di volte finché non mi viene solletico al senso dell’equilibrio, uiii uiii yuhu! Nonostante il pinguino De Longhi sono un capogiro fradicio nel mio pigiamino a fiori. Eppure sto una favola! Brindo al faccino di DiCaprio nel poster di Inception.
Il gruppo di Whatsapp di Verde sta impazzendo: “Commissario”, scrivono, “È sparito, dove cazzo è andato Quaranta?”
Li ignorerò ancora per un po’, non riesco a trattenermi, sono scosso da una risata che riecheggia per tutto il palazzo. Prendo cinque minuti per gustarmi ancora una volta la pagina a schermo e sorseggiare la birra. Rutto in francese.
E così mi sono sbarazzato di Francesco, penso soddisfatto.
Hai finito di inventare titoli di merda.

Francesco Quaranta

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