LIEVISSIMI INCONVENIENTI SUL VOLO PISA-CAGLIARI

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Sergio Caruso, Senza titolo

Salve! Ben trovati ai Mercoledì Lisi*, il consueto spazio di Verde dedicato alle poesie e ai racconti di Simone Lisi. Oggi, che è 21 settembre (e naturalmente non è equinozio di autunno, così come il 21 giugno scorso non si era in solstizio di estate: EDIT differito), leggiamo Lievissimi inconvenienti sul volo Pisa-Cagliari, un oscuro e controverso affresco (a tratti gratuito) sulle donne sarde e i low-cost Ryanair. Il disegno è di Sergio Caruso.
(*Il titolo dello spazio è puramente indicativo e potrebbe non essere perfettamente rappresentativo delle caratteristiche del contenuto)

Parte prima – Arrivo
Io e i miei amici di successo arriviamo all’aeroporto dopo aver lasciato la macchina parcheggiata in un mezzo fossato.
Percorriamo a piedi il lungo tragitto che costeggia i campi, l’autostrada, lo svincolo, il raccordo, gli autonoleggi, le fermate dei bus navetta, i marciapiedi, fino all’ingresso dell’aeroporto.
Una volta arrivati andiamo in bagno, ci sciacquiamo la faccia, visitiamo la piccola libreria dell’aeroporto dai titoli scadenti, superiamo a fatica l’avvenente venditrice di carte di credito con i tacchi di un colore che non esiste, una figura la sua, dentro uno scuro vestito aderentissimo, che serve soltanto a creare illusioni circa le illusorie conquiste vacanziere che non faremo.
Così io cammino con i miei amici di successo, alcuni passi dietro a loro, e mi domando cosa c’entro io con loro due, io e tutto il mio fallimento.

Penso anche a questo: che il romanzo che scriverò tra qualche mese o al massimo un anno parlerà di noi tre, della nostra amicizia, di me sfiancato e appena più giovane alcuni passi dietro a loro, del venticello che scompiglia i loro capelli che pure si fanno radi, dei loro discorsi che quasi non riesco a sentire. Forse (forse) nel romanzo si accennerà anche ad alcune delle loro minuscole o meno idiosincrasie, ma non c’è tempo di pensarci, siamo già al nostro check-in. Davanti a noi, giovani ragazze se ne vanno in Costa Brava e noi le analizziamo per benino, ma non c’è tempo di portare a conclusione un qualche ragionamento completo che metta in relazione noi e il nostro non-andare a Ibiza con le giovani ninfe di oggi che sono uguali-diverse a quelle di ogni altra epoca – ci sarebbe tutto il tempo per finire quel pensiero, ma scegliamo di non farlo, volutamente.

Ci imbarchiamo a fatica sul nostro Ryanair numero e-mila (quando è cominciato tutto questo? Questi voli low cost, che anno era? Quando è stato che abbiamo smesso di creare ingorghi autostradali, per crearne di nuovi ai check-in degli aeroporti?) dalle lievi ma significative novità: 1. il bagaglio in più: non più un unico sacco immondo; 2. il posto sull’aereo assegnato casualmente dalla macchina, a meno che non si scelga di pagare, contro l’indeterminato che regnava da sempre e le conseguenti file per accaparrarsi posti migliori, più vicini alle uscite, alla ipotetica evacuazione.

Notiamo con piacere come le persone non abbiano capito, e continuano a correre per formare una fila ancor più inutile di quanto già fosse inutile prima e poi passare un’oretta in piedi ad attendere che l’imbarco venga aperto e poi prendere il loro posto che non hanno nemmeno scelto, perché avrebbero dovuto pagare. Noi li guardiamo dalle nostre seggiole, delimitate da una striscia blu, con disegnato, sempre in blu, un uomo in carrozzina. Li guardiamo e non commentiamo, lasciamo vagare lo sguardo e il pensiero su quel loro attendere in piedi inutilmente, non vi dedichiamo che un pensiero veloce, ma non lo portiamo a conclusione. Poi siamo sull’aereo.

Parte seconda – Attesa e navigazione
C’è di uguale a sempre lo spazio per sedersi, che è pochissimo e io mi trovo letteralmente lontano di posto dai miei amici di successo: loro in cima mentre io in fondo al velivolo. Ecco finalmente un po’ di giustizia, penso, e subito mi prende un pensiero circa incidenti aerei in cui solo io o solo loro moriamo o ci salviamo e tutto il dopo: il riconoscimento pietoso dei brandelli di corpi, mia madre al funerale, il doveroso processo di rivalutazione della enorme quantità di testi illeggibili che ho prodotto in questi miei quasi trent’anni.

Il mio posto a sedere: vicino a un tipo muscoloso, sospetto sia un maleducato, uno che non conosce le sfumature… Sbircio con malizia la sua gazzetta dello sport, i suoi messaggi alla fidanzata che ho creduto fosse Marzia, ma invece era esemplarmente Maria. Tutto ok. Io lo so che il vicino di sedia non è cattivo a starmi tutto addosso con i gomiti, a fare suo il nostro bracciolo in comune: è solo che non c’entra, che ha torace e braccia enormi, che ha del tempo libero di cui non sa che farsi, che forse è troppo ignorante perfino per guardare la televisione. Ma è probabile che io sbagli, che fare palestra sia un modo per tenersi occupato nelle sue pause dal dottorato di filosofia.

Guardo allora dall’altro lato (il mio posto è nel mezzo): c’è un tizio scuro, con i baffi e gli occhiali che non parla o quasi la mia lingua, che parla un dialetto incomprensibile sussurrato al telefono: sì, amwrw, il wolo è ritardow, non wenire a prendwrmi all’aeroportow. Mwett la bambina a lettow, non wenir con la bambwina. Un forestiero che sta qui da alcuni anni, che si è sposato una donna italiana. Che bella questa nostra nazione che si fa multietnica e moderna, penso dentro di me. Il pensiero successivo è: troglodita, spegni immediatamente quel telefono, ci farai precipitare con le tue interferenze e telefonate inutili. Ma queste impressioni fugaci hanno la durata di un attimo, il tempo di chiedere permesso e prendere il mio posto a sedere, assegnato dalla macchina, in mezzo a quei due, con cui forse condividerò la morte, così che stringo deciso la cintura e solo dopo saluto entrambi.

Per il resto sono quasi tutte donne, intorno, intendo madri e figlie, solo donne giovani vecchie sarde e toscane ma accomunate dall’essere femmine, dal parlare con un tono di voce troppo alto tra loro o al telefono e imprecare e lamentarsi per il ritardo che aumenta, un’ora, come se avessero qualche cosa da fare. Come se la vita avesse un senso.
Così l’aereo non parte, l’aria condizionata non si accende, il tempo passa e le donne si fanno sempre più moleste e urlanti. Una si alza e va da una hostess dolcissima, forse ha il nasino lievemente rifatto, si alza questa donna rubizza e mostruosa dal suo posto a sedere e cammina a passi maestosi verso quella che ho scelto essere la mia hostess di elezione e le dice: «Allora signorina, la vogliamo accendere l’aria condizionata?»
La hostess prova a spiegare qualcosa, ad addurre ragioni che io non sento. Intanto qualcuno dietro di me urla: «La ragazza sta male».
«C’è un dottore?»
Il dottore si avvicina alla donna: sono solo i nervi signora, si, è una leggerissima crisi di panico.
Poi niente.

Passa il tempo lentissimo, un ora e venti di ritardo, il tempo è immobile, fa caldo, io mi sventolo con il mio libro in francese, assumendo un aria di indifferenza verso le cose del mondo. Le donne intanto continuano ad urlare. Una si alza in piedi e urla: «Ci avete rotto i coglioni!»
Risa, altre grida ancora, gente che applaude, poi comincia la violenza.
La donne prendono lo steward, che fino a quel momento era rimasto nella parte in testa dell’aereo, e si avventano sugli altri membri dell’equipaggio.
Quella è la mia hostess col nasino all’insù, è la mia, la spingono a terra.
Le donne continuano a urlare, sono suoni che vengono dalla notte dei tempi. Qualcuno dice: «I bambini vadano in fondo che non vedano questo orrore questi schifosi».
La mia hostess, cosa le fanno penso mentre anche io mi acquatto tra i sedili con i bambini nel fondo dell’aereo, più in fondo ancora e mi sembra di scorgere lo sguardo di lei e quello disperato degli steward e del comandante, che non parlava benissimo l’italiano.
È il mio vicino di posto che si era alzato e non mi ero accorto. È lui a trascinarlo in mezzo ai seggiolini parlando nel suo dialetto incomprensibile:
«Capisciw che devi parlarew chiaro senno la gwnte si aggita».
O almeno questo è quello che intuisco.
Lo trascina per i capelli e vedo il comandante con i suoi gradi, la sua camicia di acrilico, che è stazzonata di suo per i moltissimi voli già compiuti oggi, per le molte ore di volo, che si lascia semplicemente trasportare dal mio compagno di seggiolino, si lascia andare, si può finalmente riposare e così trascinano anche lui verso il fondo dell’aereo, nella parte riservata al personale, dove chissà cosa avviene, se oscure sevizie sessuali, oppure dei pugni in pancia, o schiaffi e sputi in faccia. Si odono urla… Io non vedo. Non guardo.

Le donne sarde e toscane hanno assunto il controllo dell’aereo e accendono finalmente l’aria condizionata. Assalgono il carrello del cibo per darne a tutti ma in particolare ai loro bambini: «Sei euro per un cazzo di esta-the mi volevi far pagare pezzo di mmerda!», urla la donna dal portamento possente allo steward con la sua divisa Ryanair in poliestere mezza a brandelli, come Dioniso.
«Sei euro, sei euro!», continua a ripetere.
Ma anche nello steward io posso vedere una faccia solo apparentemente preoccupata, terrorizzata, ma invece rilassata, di chi si sta semplicemente godendo il viaggio e finalmente può dare un taglio a quella vita.
Poi non succede niente. Un ora e mezza di ritardo. Qualcosa si sblocca, dalla stazione di controllo arrivano voci, sembra che la pista sia libera. Il pilota ha la faccia livida di sonno, le donne lo prendono di peso e lo riportano al suo posto.
«E ora vola, cazzo», gli dicono.

Parte terza – Gran finale
Il volo a quel punto procede simile a se stesso e a ogni altro volo. Dopo circa un’ora che nessuno ci restituirà, una voce distorta nell’altoparlante si scusa per i lievissimi inconvenienti, la temperatura a Cagliari è mite, atterriamo con un ritardo di circa venti minuti, parte anche un timidissimo applauso tutto italiano: non trombette, ma un suono nuovo, il suono della sconfitta.
La gente comincia a alzarsi dal sedile e togliersi le cinture molto prima che il segnale luminoso si spenga.
Cellulari e messaggi che squillano, tutte le suonerie del mondo, poi la gente che si precipita verso l’uscita affollando il corridoio. Di nuovo tutti in piedi inutilmente a bloccare tutto, i corpi che si strusciano, materiali, ancora prevalentemente poliestere e cotone, a contatto con altro poliestere e cotone, pacchi che si appoggiano a spalle, seni che sfregano su braccia, su ginocchia.

Mi alzo anche io, uguale a tutti, anche se me ne sono alzato per ultimo e son stato a commentare, come tutti. Saluto con uno sguardo la mia hostess dal nasino all’insù (cosa abbiamo fatto? Penso): Arrivederci, grazie. Penso che magari ci incontreremo di nuovo, che forse ci riconosceremo tra alcuni anni, quando le cose saranno cambiate, su un volo diverso e identico a questo, e magari sarà davvero tutto diverso, ci guarderemo con la stessa insistenza, ma con minore compassione.

Una volta percorso il lungo corridoio con le pubblicità ai due lati si aprono le porte scorrevoli d’uscita. Come al solito una folla di persone che affollano la sala d’attesa, persone che aspettano, qualcuno, un parente, la fidanzata, la moglie, il padre il nonno, con cartelli, con permanenti e tinte appena fatte, con cappellini e occhiali da sole che non hanno tolto e io ho come sempre quella sensazione che siano là, tutti quanti loro, ad aspettare proprio me. Rincontro i miei amici di successo, già fuori dalle porte scorrevoli dell’ingresso dell’aeroporto, nella zona dedicata alla sosta breve: intanto che io uscivo lentamente dall’aereo sono già stati all’autonoleggio, espletato le pratiche, pagato, e preso la macchina che useremo in questa ennesima settimana di vacanza tutti e tre insieme, per chissà quale motivo.

Simone Lisi

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