COMPETITION IS COMPETITION

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Sergio Caruso, Senza titolo

Colui che non abbia mai balbettato parole denim nel sogno, colui che non possa permettersi di avere paura e di farsi rapire, colui che si ritrovi ad amare i morti e i film di Bela Tarr, colui che ascoltando Del Ray si domandi a settembre cosa sia successo, saprà con precisione nipponica cosa racconta Ferruccio Mazzanti in Competition is competition.
Il disegno è di Sergio Caruso.

Gocciola con una certa velocità il liquido rosso sul pavimento della cucina. È che i suoi vestiti hanno un qualcosa di particolare, un qualcosa di particolare tipo che non permettono la coagulazione anche se nessuno se ne accorge. Ma perché nessuno se ne accorge?

Il coltello Gyuto CR-HI2 sta gridando sull’acciaino uno SVCCCH, grida uno SVCCCH sull’acciaino. Sono le 19.47. La cuspide è solo un ● collocato in cima alla lama. Frax fa scivolare con particolare attenzione la punta lievemente curvilinea sulla lega ruvida e cilindrica che ravviva il filo del Gyuto, uno splendido esemplare giapponese costato chi sa quanto. SVCCCH SVCCCH SVCCCH. Mentre la mano stringe il manico in legno, il grip che batte sul metacarpo del mignolo, la gumurra che gocciola il liquido rosso sul pavimento, Frax ascolta Giorgio nella stanza di là, in salotto, che continua a parlare di un film di Costa Gavras, un film che a lei in questo preciso momento non interessa – perché pur essendo greco in realtà fa cinema francese esattamente come Kundera – sostiene Giorgio con le gambe incrociate sul tappeto. Frax vuole quel posto, lo voglio a tutti i costi.

Giorgio è seduto con le gambe incrociate su un tappeto rosso e la schiena abbandonata sull’alzata del divano e tiene in mano un bicchiere rubato da un pub pieno di Tequila e un gomito si è rilassato su un cuscino nero caduto per terra e ha la camicia sbottonata all’altezza del petto, non completamente, solo uno o due bottoni, così da mettere in mostra la pelle giovane e poco pelosa in quello che vorrebbe essere un segnale chiaro e inconfondibile per Frax, che senza dubbio non è una scema, ha perfettamente chiaro cosa significhi quella specie di décolleté maschile, anche se adesso è di là in cucina, nella cucina dei genitori di Giorgio a ravvivare la lama di un Gyuto CR-HI2 in modo quasi maniacale, formalmente per tagliare alcune fette di formaggio, un caprino morbido morbido, e anche per dilazionare un po’ il ritmo del corteggiamento: SVCCCH grida il coltello sull’acciaino per un’ultima volta, mentre Giorgio spiega che:
«Pur essendo greco in realtà Costa Gavras fa cinema francese esattamente come Kundera, che è cecoslovacco, fa letteratura francese, capisci?»
Frax non indossa mai pantaloni in denim, troppo aderenti per le sue gambe, solo larghe gonne medievali, gamurre o sottane, spesso due paia di calze, golf o maglioni marroncini atti a nascondere secondo logiche imperscrutabili le forme del corpo: se la sua estensione fisica non esistesse, se fosse solo volontà e intelletto, Frax sarebbe certamente più contenta. Il fatto che sia completamente bagnata da questo liquido rosso che non coagula e non evapora la rende stranamente felice.

Quando ritorna dentro al campo visivo di Giorgio, la camicia si muove lievemente attraverso le pieghe del suo sorriso. Sì, Giorgio non riesce a trattenere una risata nello scoprire che Frax non ha ancora tagliato il caprino ma che sta portando di là un grosso coltello giapponese, un Gyuto CR-HI2 di cui non sapeva neanche l’esistenza. Stringe le palpebre per osservarla meglio. Si immagina come debbano presentarsi quel seno e quelle gambe pazientemente nascoste sotto gli innumerevoli strati di lana. Se la immagina nuda e sudata, mentre la sua lingua, la lingua di Giorgio, asciuga qualche goccia di Tequila che gli è caduta sul polso. Ride e si lecca il polso.
C’è tutto un regno delle percezioni a cui solo casualmente facciamo attenzione, proprio mentre Giorgio solleva la testa con un gesto plastico e poco ironico – ti eccita quel pezzo d’acciaio? – e, giocherellando con un bottone della sua camicia, l’ultimo verso il basso, mormora:
«Ti eccita quel pezzo d’acciaio tra le tue mani?»

Frax studia la lama come se si fosse accorta solo ora di essersela portata dietro, il grip che batte sul metacarpo del mignolo, e in effetti si era dimenticata di impugnare il Gyuto, manico in legno ben levigato. Nella luce soffusa del salotto sembra uno di quegli oggetti da film. O da pubblicità – mi vorresti penetrare? – è come se ormai avesse una natura alterata questo mondo. Le cose si sono trasformate in pezzi di un déjà vu a cui non possiamo più sfuggire.
«Mi vorresti penetrare con quel tuo lungo coltello?» Domanda Giorgio appoggiando il bicchiere rubato dal pub sul tavolo in vetro dove le riviste della madre sono impilate secondo un ordine del tutto femminile.
SVCCCH mima Frax avanzando lentamente verso Giorgio, il doppio strato di calze nella frizione dei passi emette un suono tipo – le cose dure – SVCCCH mima Frax godendosi il peso che il coltello esercita sul suo braccio.
«Ti piacciono le cose dure?»
Frax fa un gesto osceno con la lingua dentro alla propria bocca chiusa – sì – solo le sue gengive lo percepiscono – sì – e poi risponde semplicemente:
«Sì, le adoro».
Si china su di lui, gambe divaricate, e bacia la perfetta dentatura bianca di Giorgio. I loro occhi sono aperti gli uni sugli altri. La mano con una certa frenesia si intrufola sotto il maglione anni Settanta per afferrare con tutto il palmo uno dei seni a coppa, poi l’indice e il pollice che premono sui due rosei punti nel mezzo del torace. Frax sussulta dentro alla bocca di Giorgio e – sì – solleva la mano verso l’alto e i suoi tendini sono tutti tesi e pronti e Giorgio sta puntellando la sua lingua sul palato di Frax – sì sì sì – mentre Frax si prepara a godere di quel suono che ha sentito tante volte – lo adoro – quel suono che fa SVCCCH e i muscoli imprimono forza al colpo – lo adoro lo adoro lo adoro – la lama del Gyuto trapassa l’esile collo, il braccio destro teso, quei denti che ora non sono più così bianchi, il rumore della cartilagine che si spezza e il rumore di uno schizzo rosso sulla sua gonna larga e il rumore del grosso coltello che sprofonda sempre più in profondità: SVCCCH, SVCCCH, SVCCCH.

All’inizio erano in 133. Colui che abbia anche solo sperato una volta nella propria vita di rendersi utile, colui che a piedi abbia attraverso l’intera città di Firenze per una riunione serale, colui che eroicamente sotto la pioggia senza ombrello sia sceso giù per andare a ritirare le locandine fresche di stampa, colui che abbia sognato di vedere il suo film preferito proiettato sul grande schermo di un cinema, colui che abbia visto la pellicola di celluloide tagliarsi tra le mani esperte di un proiezionista, colui che è inorridito per l’avvento del DCP, colui che per amore dei fasci di luce abbia stampato biglietti, colui che li abbia anche strappati in un sabato sera, il cellulare in tasca che vibra, colui che abbia fatto da chauffeur durante un festival internazionale, colui che abbia preso come paga una sola pacca sulla spalla o una stretta di mano o un sorriso, colui che abbia ideato intere rassegne, lunghe schede critiche, palinsesti esemplificati in slot temporali, colui che abbia fatto le tre di notte per chiudere la saracinesca, colui che si sia sentito felice nel dare lo straccio umido come straordinario non retribuito, Ivan Denisovic de noantri, colui che abbia digiunato, colui che abbia sofferto per il fallimento di un evento, colui che abbia permesso di farsi rubare la paternità di un proprio progetto, colui che non abbia mai potuto dimostrare tale paternità, colui che mordendosi la lingua sia rimasto in silenzio, colui che abbia lottato per ottenere ragione, colui che sia stato vilipeso per questioni che non riusciva a comprendere, colui che alla fine le abbia comprese, questo complottismo, questa trasformazione improvvisa del + e del -, questa onnipresenza di un piano meccanico, questo tuo abbassar la testa, colui che abbia abbassato la testa per difendere i propri sentimenti, oh mia piccola cuoricina ti ho esposta alle intemperie del mondo, colui che abbia digrignato i denti nella notte, colui che per anni non sia riuscito a farsene una ragione, colui che abbia sopportato il peso di un fallimento, del proprio fallimento, colui che abbia diviso 433,80 per 30, colui che si sia sentito contento per quel 14,46 che ha ottenuto, colui che non può più parlare, colui che tace, colui che teme, colui che ti sorride gentilmente, colui che non ha più forza, colui che muore, colui che non sarà seppellito, costui era inizialmente in quei 133.

Una delle piazze più frequentate dalla gioventù fiorentina si trova a circa 2,3 chilometri di distanza dallo Stensen. Non è una piazza che si contraddistingua per le sue dimensioni e una chiesa non tra le più importanti domina lo spazio con le sue scalinate grige dove Carola beve una birra fredda comprata da un Minimarket. Sono le 21.13. Non sopporto questa cosa che mi si faccia aspettare – ti va se – ci sono intorno a lei almeno settantaquattro persone, di cui ventotto conoscenti. Carola saluta con la mano tutti quanti. Il suo sorriso è contagioso. Anche se non voglio parlare con voi. Mi fa fatica iniziare le solite conversazioni e la birra che si scalda – ti va se ce ne – per cui saluta educatamente con la mano e poi si volta da un’altra parte, come se facesse finta di non aver visto. Mi fa fatica, ecco tutto, non sopporto che mi si faccia aspettare. Si guarda le scarpe e stringe le natiche appoggiate sulle fredde scalinate della Chiesa. Quelli che indossa sono degli stivali scamosciati beige che risalgono fino alla metà esatta della fibula, lasciando uscire il polpaccio avvolto da pantaloni in denim aderenti, su su fino alla cintura in pelle logora rubata a suo padre qualche anno fa, dopo essere andata a trovarlo, a trovarlo in Belgio, quella nuova famiglia che Carola ha dovuto accettare, accettare in Belgio – senti, ti va se – il piumino è nero e sotto un golf vinaccia – non le sopporto queste piazze – c’è il suo corpo triste e sperso. Mi tocca salutare anche Franco. Odio aspettare le persone.

Quando arriva Frax dicembre è il più freddo di tutti i mesi. A gennaio si piange sui fogli bianchi del tempo, a febbraio si affonda il volto sotto coperte e desolazione, a marzo ci si tira su dal letto, ad aprile si trova il coraggio per uscir di casa, a maggio ci si innamora del 31, a giugno si sorride al sole, a luglio facciamo pace con gli elementi, ad agosto però tutto si secca, a settembre ci domandiamo cosa sia successo, a ottobre ci rattristiamo, a novembre scriviamo l’epitaffio delle cose morte e a dicembre arriva Frax, il più freddo di tutti i mesi.

Carola rabbrividisce un attimo prima di vederla arrivare con il suo doppio strato di calze – andiamo a casa – la sua gumurra è tutta sporca di sangue. Ma perché nessuno se ne accorge? Carola beve dalla bottiglia un sorso di birra e attende seduta ai piedi di una chiesa. Finalmente! Si sente un po’ più allegra. Frax avanza tra la gente con gli occhi fissi su Carola. È come se non esistesse nessun altro che lei – ti va se – ad uno sguardo poco attento potrebbe sfuggire che tutte le chiazze rosse sui suoi vestiti sono umide e appiccicose. E gocciolano lievemente sulle pietre del marciapiede. E la mano destra di Frax sta tremando. E le si è rotta un’unghia. E il labbro superiore ha un quasi impercettibile tic tac. E si è dimenticata di mettere il deodorante. E alle sue mutande si è rotto l’elastico. E quello non è proprio un sorriso. No no no, no quello non è un sorriso. Carola però è senza dubbio troppo concentrata sul tempo, sì sì, il tempo che ha dovuto aspettare per, sì sì è troppo concentrata sul tempo che ha dovuto aspettare per essere in grado di mettere a fuoco tutta questa vasta gamma di particolari.
«Ti va se ce ne andiamo via da qui», dice Carola senza guardarsi intorno, «non le sopporto queste piazze fiorentine».
Frax non se lo fa ripetere due volte. Le dice: «Andiamo a casa tua».
E casa di Carola non è molto distante, solo una decina di minuti a piedi, tempo sufficiente a far sì che Carola apra il suo cuore a Frax, ne aveva proprio bisogno, oh sì ne ho proprio bisogno – mio padre in Belgio – per raccontarle dell’orrore che vive tutti i giorni: il lavoro, i colleghi, gli amici, le velleità perdute, i sogni infranti, la tonda assenza del pensiero, i mass media, il caos, l’entropia, il tradimento e soprattutto: «Lo sai che mio padre vive in Belgio con un’altra donna?»
Forse se suo padre non si fosse rifatto una famiglia in Belgio (Carola non lo sa ma sono tre in realtà le famiglie in Belgio), forse se non avesse capito che suo padre non tiene quel suo coso di merda dentro alle mutande neanche a castrarlo, forse se solo suo padre quella sera avesse usato un profilattico, lei ora non starebbe qui a piangere. No, non piangerei, sarei una donna capace, forte, sicura, con dei traguardi.

E la chiave gira nella toppa di casa sua con un cigolio hitchcockiano e le due ragazze si mettono a sedere sullo stesso divano, Carola che trema e piange, Frax che trema e accarezza il Gyuto CR-HI2 nascosto nella gonna, e Carola piange e si porta le mani sul viso, forse vorrebbe farsi una scopata per tirarsi su di morale e Frax potrebbe essere una nuova esperienza immorale, e Frax capisce il significato di quella testa nerocrinita che si appoggia al suo petto, quella testa da cui escono lacrime e sospiri, parole biascicate e singhiozzi, tremiti e vibrazioni, pressioni e leggeri titillamenti, tutti al limite del fraintendimento, o sì o no, Frax scopre di non sapere esattamente cosa provi, quale inclinazione sessuale stiano ponderando di assumere le grandi labbra del suo corpo, ma di fatto adesso è il numero 2, quel numero 2 che manca al suo traguardo che le inumidisce le mucose.
Carola solleva il proprio viso smarrito dal petto di Frax e la osserva da una distanza da cui è impossibile mettere a fuoco. Le loro gengive sono ravvicinate come pochi centimetri su un righello. SVCCCH grida Gyuto dentro al ventre molle di Carola. SVCCCH grida il colore rosso che sommerge Frax.

I genitori di Frax sono anaffettivi. Sua madre indossa camicie hipster anche se non sa cosa significhi esattamente questo termine perché stranamente non lo ha mai sentito. Sua madre è una professoressa presso un liceo classico in odore di presidenza. Quando va al cinema tossisce colpita da attacchi ipocondriaci di allergia, soprattutto se si trova allo Stensen. Sua madre insegna italiano. L’italiano è una morale rigidamente anagrammata nei codici sintattici delle percezioni sensoriali. Sì, è un anagramma delle percezioni. C’è tutta un’etica del linguaggio e del silenzio. Ogni volta che deve cucinare per la sua famiglia, sua madre usa pentole antiaderenti. La lavastoviglie sta accanto al forno. La besciamella ha una crosta dura e bruciacchiata. L’italiano è un anagramma delle percezioni sensoriali. Sua madre ha inculcato in Frax la convinzione che sia necessaria una rivoluzione morale per poter accedere alla cabina di comando. Ma comando di cosa? Ha obbligato la figlia a fare Letteratura comparata perché questa famosa cabina di comando sarebbe il linguaggio: se conosci una parola in più allora sei il padrone e questo è il mondo delle percezioni di sua madre. Sua madre sorride sempre quando vede rincasare la figlia, anche se non è capace di accarezzarla. C’è tutto un groviglio di croste dure e bruciate intorno alla possibilità di un abbraccio. Frax dopo aver lottato per tanto tempo nella sua adolescenza ormai è giunta alla ovvia accettazione e alla graduale identificazione con questa distanza fisica, netta, precisa, insondabile tra il corpo della madre e il suo.

Appena scende in strada, Giovanni è lì che la aspetta appoggiato al cofano della sua Panda color pistacchio, mentre si fuma una sigaretta. In linea del tutto teorica dovrebbero andare ad una festa in campagna – posso guidare io – sono le 22.45. Giovanni fuma una sigaretta come se non ci fosse domani. Frax sorride e lo abbraccia – ne ho voglia – la sua gumurra più rossa che altro: c’è qualcosa che impedisce al sangue di coagularsi sul vestito di Frax, probabilmente il fatto che la sua gonna medievale ne è talmente intrisa (di sangue) da non permettere l’eucarestia della crosta, è come se le piastrine non potessero diventare la dura crosta marroncina che ci riveste come una corazza calda – come preferisci te – niente crosta significa che Frax lascia dietro di sé una lunga striscia di sangue liquido come un mollusco di terra.
Frax abbraccia Giovanni. Ma perché nessuno si accorge di niente? È che Giovanni è sempre contento di vedere Frax, Giovanni vede in Frax una liberatrice.
«Posso guidare io, che ne ho voglia?»
Giovanni pensa che Frax possa sostenerlo nei momenti difficili della propria coscienza, questa pupilla interiore su cui riposiamo.
«Non ci sono problemi – risponde Giovanni – come preferisci te».
I due salgono in macchina e non si allacciano le cinture, nessuno dei due. Giovanni si accende una sigaretta e fuma come se non ci fosse un domani. Abbassa lievemente il finestrino e cambia la stazione radio, finendo ad ascoltare una hit di Lana Del Ray, che fa:

I got my red dress on tonight
Dancing in the dark in the pale moonlight
Done my hair up real big beauty queen style
High heels off, I’m feeling alive

Oh, my God, I feel it in the air
Telephone wires above are sizzling like a snare
Honey, I’m on fire, I feel it everywhere
Nothing scares me anymore

Il problema di Giovanni, il problema che gli impedisce di vedere come il sangue coli dai vestiti di Frax imbrattando tutti gli interni della sua Panda color pistacchio è stranamente la filosofia. Giovanni è circondato da persone che studiano filosofia: la sua ragazza studia filosofia, il suo miglior amico studia filosofia, sua sorella studia filosofia, il marito di sua sorella insegna filosofia, la migliore amica di sua sorella sta facendo un dottorato in filosofia, la peggior nemica di sua sorella, quella che le ha rubato il ragazzo quando erano ai primi anni di università di filosofia, studia filosofia, anche il peggior nemico di Giovanni studia filosofia, il suo professore preferito al liceo era di storia e filosofia, sua madre si guadagna da vivere col counseling filosofico, il suo cane si chiama Hegel, il suo gatto Wittgenstein, il suo secondo gatto Deleuze, il suo pesce rosso Aristotele; suo padre ha dato un nome a tutti i vani della casa attaccando alla porta o ad una parete una targhetta d’ottone col nome della stanza: il salotto è il Falansterio, il bagno la Decostruzione, il corridoio l’Atomismo logico, camera dei suoi genitori è il Panopticon, e quella di sua sorella La Città di Dio. Giovanni dorme nell’Iperuranio. Chiunque abbia un qualche peso nella sua vita, nella vita di Giovanni, chiunque abbia avuto una certa importanza per lui, studia, ha studiato, si compra il pane, vive e vegeta nella filosofia tranne lui, tranne Giovanni che studia ingegneria ambientale. La sensazione più comune che esperisce nelle relazioni umane è di sentirsi come un pesce fuor d’acqua. Giovanni vorrebbe poter comunicare col mondo esterno tutto quelle cose che, pur non essendo filosofo, avrebbe da dire, ma chiaramente qualsiasi cosa che gli esca di bocca non va mai bene e c’è qualcuno che gli fa sempre notare qualche errore o imprecisione o ingenuità, perché di fatto non hai letto Stirner o Szondi, perché non conosci Foucault o Cioran, perché ti sfugge la critica che Bergson muove ad Einstein, perché Russell ha davvero scritto una roba che si chiama Principia Mathematica?, perché se non conosci Edmund Husserl è bene che stai zitto, e insomma vaffanculo, pensa Giovanni, vaffanculo, filosofi di merda, mi avete rotto il cazzo, sempre a parlare e ad aver ragione voi, io gli intellettuali li epurerei tutti quanti, tutti quanti in un Gulag.

Ma Frax non è una filosofa e oltretutto condivide di fondo la posizione di Giovanni, in quanto l’etica che la madre le ha trasmesso non permette l’esistenza di qualcuno che usi il linguaggio meglio di lei. E allora eccoli lì in macchina, una Panda verde pistacchio, ad ascoltare una stupida, sì finalmente una stupida, superficiale inutile hit di Lana del Ray, con Frax che guida e Giovanni che fuma una sigaretta come se non ci fosse domani. Il sangue, il sangue ancora non coagulato che gronda negli interni.

Giovanni quindi potrebbe parlare con Frax, ma alla fine sta zitto, non dice niente, silenzio. E Frax sterza su una strada a strapiombo che da Fiesole porta all’Olmo, una stretta strada di campagna ancora in salita e Giovanni fuma come se non ci fosse un domani una sigaretta dietro l’altra. I due non parlano, stanno in silenzio guardando la strada illuminata dai fari. Sembra quasi una proiezione cinematografica. I freni stridono ogni volta che Frax preme sul pedale. La sua mano trema nonostante stia stringendo il volante. Deve solo aspettare la curva giusta. Deve solo aspettare che inizi la discesa. Frax accelera. La strada è buia e non c’è nessuno. Appena scollinato, accelera ancora di più. Frax si concentra stringendo le palpebre: quella curva in fondo alla discesa. La vede. Ci sono alcuni faggi in attesa. Il radiatore prima o poi sarebbe stato comunque da buttare via. E anche il motore. Frax accelera ancora, mentre con la coda dell’occhio ricontrolla se per caso Giovanni si sia messo la cintura di sicurezza. Beh no, sta ancora fumando una sigaretta come se non ci fosse un domani, il finestrino leggermente abbassato. E non sospetta di nulla, la cintura proprio per niente allacciata.

All’improvviso il rumore degli pneumatici sull’asfalto sparisce. Frax apre la portiera e rotola sull’erba. Tutto si accartoccia intorno ad un faggio ora vagamente inclinato verso destra. Frax ha come la sensazione di essere in trance, le fanno male le gambe e si è procurata diverse contusioni su tutto il corpo, ma è come se non sentisse nulla. Si guarda intorno, riempie e svuota i polmoni con una certa calma, poi si rialza in piedi e raggiunge la Panda verde pistacchio, estrae il suo Gyuto e apre lo sportello del passeggero: Giovanni respira ancora – mi dispiace proprio, ma – nonostante il sangue zampilli fuori dalla sua fronte, nonostante un braccio sia curvato in modo irregolare di 180° 35′ ENE. Frax spinge indietro la testa di Giovanni e appoggia la cuspide della lama sul suo collo. Gli dice:
«Mi dispiace proprio, ma il numero 1 è terribilmente affascinate».
1, UNO, u-n-o mentre il Gyuto emette il suo rumore di SVCCCH.

I genitori di Frax sono anaffettivi. Suo padre è un uomo non molto alto che è disceso da un monte. Un alto monte dalle cime aguzze e ghiacciate. La carica più alta che abbia ottenuto nella sua vita è quella di Rettore della Facoltà di Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Firenze. Rettore per Frax, solo per lei, significa povertà economica. Sua padre non soltanto concepisce la dimensione affettiva come un avvocato interpreta il Codice Civile, ma ha sempre disprezzato tutte quelle persone che prendevano uno stipendio ingiustificatamente più alto del suo. Se le carezze assomigliano a norme o eccezioni, il conto in banca ricorda una gara podistica da vincere, e per vincere sono necessari dei sacrifici. Così tutti a tirare la cinghia. Per Frax questi sacrifici non hanno mai avuto niente di relativo, erano valori assoluti che un matematico avrebbe scritto esattamente così: |sacrifici|. Suo padre vorrebbe che Frax proseguisse questa morale religiosa del tardo capitalismo e che fosse disposta a tutto pur di vincere la competizione che la porterà al traguardo. Suo padre non ha mai detto a Frax che aveva fatto bene questo o quello. Suo padre il più delle volte neanche la saluta.

Sono le 02.29 e finalmente Frax ha raggiunto a piedi il Babylon, coltello in mano e sguardo immobile. Colui che abbia diviso 433,80 per 30, colui che si sia sentito contento per quel 14,46 che ha ottenuto, saprà con precisione nipponica come ci si senta di fronte a quel numero 1, UNO, u-n-o.
Inizialmente erano in 133. Centotrentatre persone rinchiuse nella Sala Riunioni, i libri alle pareti disposti secondo uno strano ordine alfabetico, cioè dalla Z alla A, tutti che pendevano dalle labbra di M. C., in lunghe serate passate a discutere di film. M. C. che pretende ordine e serietà anche se sembra un amico, sembra proprio un amico, di quelli di cui ti puoi fidare, di quelli che ti daranno una mano a diventare una persona migliore. Devi solo affidarti a lui e ogni cosa andrà al posto giusto – chi sopravvive – M. C. sembra competente e preparato – il contratto – sa fare ogni cosa. A volte Frax pensa che sia un genio, altre volte invece che sia la sua occasione per diventare una grande organizzatrice di eventi cinematografici. Comunque sia ogni cosa che fa è perfetta, perché lui, M. C., è maniacale nella cura di tutti i particolari, tutti quanti, anche quelli che Frax ritiene nella maggioranza dei casi secondari e minori, di nessuna rilevanza. Vedi, ha pensato anche a questa cosa qui, a questa quisquilia che neanche riuscivo a immaginare e che forse non è così irrilevante come potrebbe sembrare ad un primo sguardo.

E adesso Frax è davanti al Babylon, una nottata come poche la sua. Nessuno si accorge di come sia vestita, del fatto che per lo più è ricoperta di sangue liquido che non si coagula sulla sua gumurra, su quella gonna medievale, sulle doppie calze, nessuno vede che lascia dietro di sé un’ecatombe, che tiene in mano un Gyuto CR-HI2, un coltello giapponese affilatissimo, lo tiene in mano nonostante il tremito, gli occhi immobili che guardano davanti a sé, alcune ferite, è come un mollusco di terra che imprime la propria traccia lubrificante sulle creature che vuole eliminare, competition is competition, i suoi occhi che guardano fissi verso la massa informe che attende davanti all’entrata della discoteca, Frax che si mette in fila educatamente e nessuno che si accorga di tutto quella epistassi generale dei suoi indumenti, si mette in fila e avanza passo dopo passo con il coltello in mano, il coltello in mano che neanche i buttafuori vedono, il sangue da tutte le parti, neanche quel grosso energumeno che le timbra la mano e si ritrova una melassa color vinaccia appiccicosa tra le mani, e Frax avanza inesorabile verso di me, di me che sto ballando come una sardina in una scatola con una mano dentro alle mutandine di questa ragazza che studia psichiatria – no ti prego no – i suoi capelli riccioli che sventolano sulle mie spalle, la sua bocca aperta che ride – ti prego no – io che le succhio il lobo di un orecchio – noooo – Frax che si avvicina sempre di più a me, la sua orma di sangue liquido che nessuno vede, io che succhio quell’orecchio, la mano che trema nelle sue mutandine, mentre le persone nella pista da ballo mi spingono a destra e a sinistra, la sua gumurra che non permette la coagulazione – no ti prego – io che assecondo i movimenti degli altri in una danza che non sto propriamente ballando, Frax col suo Gyuto CR-HI2 in mano, io che le dico che è magnifica e la ragazza con la bocca spalancata guarda il soffitto, il soffitto, mentre Frax mi pugnala alle spalle ed io con un tremito sento le gambe della psichiatra stringersi sulla mia mano e la musica copre le mie urla col suo:

Kiss me hard before you go
Summertime sadness
I just wanted you to know
That, baby, you’re the best

Ma perché nessuno si accorge di nulla? Frax sferra una seconda pugnalata alle mie spalle e mi afferra per i capelli e mi trascina in bagno continuando a pugnalarmi, senza che nessuno si accorga di nulla, neanche la psichiatra, rimasta lì sulla pista soddisfatta nella carne e felice di non dovermi più parlare – no ti prego no – e là nel bagno sto gridando di dolore ma nessuno fa niente, il Gyuto CR-HI2 continua a pugnalarmi mentre la cuspide conferma che sono fondamentalmente una persona indifesa, sto per varcare la dead line, alla prossima pugnalata alle spalle muoio, ma Frax mi volta, pancia all’aria, e mi guarda negli occhi mentre il mio sangue le zampilla addosso, mi guarda negli occhi e la vedo ricoperta del mio sangue che non si coagula, la sua gumurra, i suoi occhi vitrei anche se la mano trema, sento la cuspide che preme sul mio petto, sento che sto soffocando:
«No ti prego, no, fermati».
Nei polmoni non c’è più spazio per l’aria. Poi vedo poco prima del buio assoluto vedo Frax che danza e canta, canta stringendo il suo grosso coltello e nessuno si accorge di nulla, nessuno nota l’ovvio colore che la ricopre. Per 433,80 euro al mese.

Se voi foste dei fantasmi vedreste lo Stensen come un edificio a due piani che si affaccia in Viale Don Minzoni con le sue goffe porte a vetri – saliamo su – un edificio provvisto di foyer dove vecchie signore aspettano l’inizio di un film che gli faccia trascorrere qualche ora, la regressione amniotica della sala, il paesaggio come il proprio volto sul grande schermo, un pubblico ansioso di sedersi su una poltroncina verde pistacchio – allora – l’insegna là fuori è di un blu denim quando cala la notte e le luci si accendono, il pavimento è di un rosso stranamente anni Settanta, 242 posti a sedere, se voi foste dei fantasmi – allora ce la – vedreste questa fondazione culturale, qualsiasi fondazione culturale, per quello che è, ma Frax è viva e vegeta lì davanti alla porta d’ingresso, sono le 04.59 del mattino, i suoi vestiti che grondano sangue, Frax che sta aspettando l’altro vincitore. In fondo al viale sbuca un uomo per adesso non riconoscibile – allora – perché anche dai suoi vestiti grondano litri di sangue che non coagula, ma perché nessuno vede niente, perché nessuno se ne accorge, perché, perché? Poi da sotto il colore rosso comincia ad emergere il volto di Giuffrida, sorridente e compiaciuto.

Frax gli stringe la mano – allora ce l’abbiamo – i due si guardano negli occhi sorridenti e stanchi, all’inizio erano in 133, e fanno cadere a terra lei il Gyuto giapponese, lui un coltellino svizzero, si guardano negli occhi sorridenti, sorridenti e Giuffrida afferma:
«Allora ce l’abbiamo fatta».
«Sembrerebbe di sì».
«Saliamo su?»
«Sì».

Giuffrida suona al campanello. La porta che dà sulle scale degli uffici si apre con un guizzo elettrico. I due salgono al primo piano con una calma trionfante. Le luci sono tutte accese. A quell’ora della notte non dovrebbe esserci nessuno, ma questa notte M. C. ha deciso di fare gli straordinari e a 37 anni sente finalmente di non doversi dare più giustificazioni sui propri orari di lavoro. E così eccolo lì seduto alla sua scrivania che aspetta Frax e Giuffrida con una penna in mano. Frax e Giuffrida che trionfanti fanno ingresso nel suo ufficio.
«Dunque siete voi due».
«Già».
«Non avrei scommesso due soldi sulla vostra vittoria finale».
«E invece…»
«Questi qui sono i contratti da firmare».

Giuffrida strappa la penna di mano ad M. C. e pone la sua firma nell’apposito spazio in basso a destra per 433,80 euro al mese. Il contratto, la vita, la morte, le amicizie, l’amore, il desiderio, il traguardo, mamma, babbo, il mio contratto, il mio primo contratto, finalmente il mio primo sudato contratto, mamma, babbo, mi sentite, mi sentite? Frax impugna la penna e sospira mentre la sua mano esegue un disegnino legalmente valido.
«E ora andate a pulirvi che mi state riempiendo i corridoi di sangue».

Ferruccio Mazzanti

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