SESSIONE SPECIALE

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Sergio Caruso, Senza titolo

Lukha B. Kremo è ben noto ai lettori della fantascienza e del fantastico sia come autore che come editore. Ha fondato la Kipple Officina Libraria nel 1995 ed è condirettore della collana di letteratura fantastica Avatär, per la quale ha curato l’antologia del Connettivismo (di cui fa parte dal 2005) Frammenti di una rosa quantica (2008) e NeXT-Stream (2015). Dal 2000 fa parte del movimento della Mail Art e nel 2004, in quel contesto artistico, ha creato la micronazione Nazione Oscura Caotica.
Scrive fantascienza dal 1990. Ha pubblicato molti racconti in varie antologie e riviste e (tra gli altri) i romanzi Il Grande Tritacarne, Gli occhi dell’anti-Dio (finalista al Premio Urania 2007), Trans-Human Express (finalista al Premio Urania 2009 e finalista al Premio Italia 2013 nella categoria Miglior Romanzo). Nel 2015 l’antologia personale L’abisso di Coriolis (edizioni Hypnos) è finalista al Premio Italia nella categoria Migliore Antologia.
Nel 2016 ha vinto il Premio Urania con il romanzo Pulphagus®.
Il racconto che leggiamo oggi si intitola Sessione speciale. L’illustrazione è di Sergio Caruso.

I

Voglio condividere questa cosa con voi, una cosa che è più di una storia erotica.
Dico “condividere” perché è una parola abusata, e l’abuso ha sempre un suo fascino.
Condivido con voi il desiderio irrefrenabile di sperimentare, soprattutto misurare i limiti fisici. E andare a vedere là dove il corpo non può più, è esausto, esanime, vinto, questa è sempre una curiosità intrigante.
Quando ho scoperto quello che mi scaturiva il desiderio più insolente, non mi ero nemmeno accorto di che natura fosse. Nasceva in me come un demonietto assetato, ma l’avevo scambiato per uno sfizio, un gusto particolare, una botta di fantasia. Non sapevo nemmeno avesse un nome.
Con il tempo, mi sono accorto che la mia vita stava cambiando, che le mie giornate erano dettate da quella che si chiama ossessione. Nelle pause m’informavo su internet, la sera cercavo i luoghi, di notte la praticavo.
Ossessione sì, ma io non avevo ancora capito che si trattasse di qualcosa di più oscuro, enigmatico, e soprattutto che rientrasse nella sfera sessuale.

Se vi racconto che da piccolo mi piaceva giocare al dottore vi viene da ridere perché probabilmente piaceva a tutti. Avere la scusa per toccare un po’ qua e là il corpo di un’altra o un altro, o meglio, sdraiarsi e farsi toccare a piacimento. Ecco, è questo il punto, distendersi e lasciare il proprio corpo in balia del tocco. Una cosa che piace a tutti, ma poi quando si diventa grandi si scopre qualcosa di meglio, si va dritti al punto, si trovano posizioni strane, vestiti bizzarri, materiali stuzzicanti e situazioni imbarazzanti.
Oppure si continua, come me. Si cerca un ragazzo o una ragazza che faccia il dottore e ci si lascia curare. Io ho trovato questa dottoressa che fa degli interventi eccezionali. Insomma, anch’io non sono più un bambino, e non mi basta più “giocare al dottore”. Siamo grandi e facciamo le cose sul serio.

La dottoressa Tenenti è una chirurga e interviene un po’ su tutto il corpo. La dottoressa Tenenti si mette i guanti. La dottoressa Tenenti mi spoglia, mi lascia in mutande e mi distende sulla brandina. La dottoressa Tenenti mi visita e prende delle decisioni. La dottoressa Tenenti segna con il pennarello il punto da incidere sull’addome. La dottoressa Tenenti passa la benda intrisa di tintura di iodio. La parte del corpo assume una colorazione chimica violacea, e ora comincio veramente a provare piacere. La dottoressa Tenenti decide di togliermi anche le mutande, per lasciarmi inerme sulla brandina sotto i suoi occhi indagatori. La dottoressa Tenenti m’incide con il bisturi, la dottoressa Tenenti, con il suo daffare, mi toglie l’ossigeno al cervello, mi fa respirare convulsamente e mi fa balbettare. E anche adesso che condivido con voi il racconto, condivido la mia sensazione di tilt cerebrale, cominciando a ripetere le stesse frasi, le stesse parole, per uniformarmi alla stessa ossessione provocata dalla dottoressa stessa.
Ci sono voluti anni per perfezionare il tutto. Siamo grandi, e non dev’essere un gioco da bambini.

I quadri alle pareti non vanno bene. A meno che si tratti di radiografie, allora sì. Ma delle belle pareti bianche sono il massimo. Nella stanza non ci devono essere mobili, soprattutto di legno. Vanno bene vetrinette, banchi e mensole di acciaio o alluminio, e soprattutto macchinari. Anche se non servono. Macchinari medici, odontoiatrici, freddi e minacciosi. Meglio se sottoposti a sterilizzazione tramite luce ultravioletta.
La sala operatoria dev’essere austera, pulita, con lampada scialitica e faretti a luce fredda. E il medico dev’essere concentrato, severo, non deve né ridere, né distrarsi, il suo è un compito importante e lo porterà a termine meticolosamente.
La dottoressa Tenenti m’incide all’altezza del pancreas, senza anestesia. A volte precede l’intervento con un’anestesia locale tramite iniezione, ma preferisce non seguire un rituale che renderebbe l’operazione troppo prevedibile per me. Io non devo sapere quale sarà la mossa successiva, se un ago sottocutaneo, un’endoscopia o un’incisione al collo.
Segue il sangue. Copioso, viscoso.

La dottoressa Tenenti osserva le lancette trasparenti dell’orologio a parete. Il tempo è quasi un segreto nelle sue mani, un elemento a propria disposizione. Lei mi osserva, con lo sguardo severo, senza fare nulla. Quindi inserisce la mano dentro il mio corpo, proprio come fanno certi guaritori filippini che estraggono tessuti e organi senza una vera incisione.

La dottoressa Tenenti è davvero abile in questo. In breve il sangue si mescola ai tessuti molli e collosi e il mio addome si riempie di una melassa semiliquida, mentre le sue mani forti stringono un pargolo stretto e lungo, che sembra una coda di lucertola. Sembra proprio che il mio pancreas se ne voglia sgusciare via dalle sue mani come un’anguilla. La dottoressa Tenenti accenna un’espressione soddisfatta. Racchiude il pancreas in un contenitore metallico da cui fuoriesce un vapore intenso. Forse grazie al suo lavoro qualcuno potrà utilizzare l’organo.

La dottoressa Tenenti ha un sussulto. Il suo paziente ha il cuore irregolare e registra un forte calo di pressione, la dottoressa Tenenti afferra un medicinale, v’inserisce una siringa e me la inietta.
La dottoressa Tenenti osserva ancora l’elettrocardiogramma, studia la situazione, poi si tranquillizza. Un climax chirurgico per finire in bellezza la sessione.
La dottoressa Tenenti mi pulisce l’addome e mi disinfetta.

Feticismo medico. Si chiama così. Si tratta di una deviazione sessuale per cui l’eccitazione è causata dall’ambiente asettico (e quindi minaccioso) di una situazione medica. Come tutte le manie sessuali ci sono diversi aspetti, come per esempio le broken dolls, donne ferite, bendate, ingessate, con il busto o i tutori alle gambe. Non che sia una novità, le broken dolls hanno raggiunto la ribalta del grande pubblico grazie alla fotografie di Araki, ai disegni di Trevor Brown, ma soprattutto al film Crash di Cronenberg e al video di Lady Gaga.
Con Lady Gaga il feticismo è diventato patinato, sviscerato della sua componente sinistra, e fuso con l’estetica.

Quando leggo un racconto di Palahniuk, in cui per esempio il tubo intestinale viene risucchiato fuori dall’ano per una questione di giochi di pressione e a causa di una furbetta fantasia dell’autore, io non rimango impressionato per il senso di ribrezzo nell’immaginare un organo umano scivolare via dal corpo come se avesse acquisito vita propria e si fosse ammutinato senza ragione. Io non provo un senso di nausea nel vedere i liquidi, fecali e non, schizzare intorno accompagnati da quello sciacquio, interrotto da echi di riflusso e rigurgito.
Io mi eccito. Il sangue mi ribolle solo se ripenso alla dottoressa Tenenti che stringe il mio rene e lo fa sgocciolare come se dovesse morderlo da un momento all’altro.

No, non sono un violento. Amo gli organi umani come potrebbe farlo un chirurgo, ma è la loro manipolazione a eccitarmi, soprattutto se è una dottoressa bella e robusta a manipolare i miei.
La dottoressa Tenenti è alta, ben piazzata, non ha particolari esagerazioni nelle forme, ma è la sua figura nel complesso, decisa e importante, a renderla affascinante. Se dovessi incontrarla per strada o in un bar, non m’impressionerebbe più di tanto. È nel momento in cui si fa dottoressa, che assume per me tutto il suo valore erotico.

II

Guardo lo specchio e vedo un uomo.
La testa mi gira come se fossi su una giostra, è come la sensazione dei postumi di una sbronza, ma non ricordo di aver bevuto.
Lo specchio è quello del mio bagno, con le macchie ossidate nello stesso punto, da anni. Lo specchio lo riconosco, l’uomo no. È un uomo distrutto, imbolsito in volto, ma senza pancia, anzi smagrito.
Ho un sussulto, mi guardo alle spalle. Che sciocchezza.
Guardo lo specchio, l’uomo guarda me. L’uomo ha i capelli unti e scompigliati, due fosse che sembrano voler spingere via gli occhi dalle orbite e una barba incolta a macchia di leopardo. Allargo la camicia del pigiama, come se avessi bisogno di una conferma. L’uomo allo specchio fa lo stesso. Ma la sensazione di alienità del personaggio non scompare.
E il mio pensiero corre come sempre alla dottoressa Tenenti e all’urgenza di una sua visita. E un altro pensiero, questa volta nuovo, più inquietante, provocato dalla vista di quell’essere, corre al limite.
Perché quando ci si sveglia sul proprio letto con la dottoressa Tenenti che ti fa il controllo medico del mattino, quando alle 10 la dottoressa Tenenti ti fa il clistere aromatizzato, quando dopo pranzo ci si concede la prima sessione chirurgica della giornata, capite anche voi, c’è qualcosa che non va, e il limite, se non è già superato, è molto vicino.

Le giornate sono diventate per me lunghe degenze. Le complicazioni, vere o presunte, si susseguono tra il giorno e la notte, fino a quando il corpo, soggiogato dell’ossessione tutta mentale, interrompe la fase REM più convulsa e raggiunge la polluzione notturna. Così si chiama l’orgasmo durante il sonno, involontario, ma stimolato evidentemente dal sovraccarico diurno del cervello.
Non m’interessa raggiungere l’orgasmo durante un intervento, e nemmeno più tardi. La sensazione d’impotenza, di consegnare il proprio corpo, la propria vita nella mani di qualcun altro, è sufficiente per un orgasmo mentale. A volte c’è un po’ di erezione, è chiaro, ma nulla di più.

I dottori si sono scontrati spesso, negli anni, sulla definizione di perversione sessuale. Già Freud aveva incontrato le prime difficoltà, quando non riuscì a definire le pratiche sessuali non deviate come quelle che portavano alla procreazione. In questo modo avrebbe escluso il sesso orale, ma anche il semplice bacio in bocca. Allora qualcuno decise che qualsiasi pratica, sempre non violenta, poteva non considerarsi “perversione” se era prevista, la penetrazione (durante o al termine). Anche questo era un tentativo di avallare una certa etica cristiana o in generale religiosa o, peggio, sessista.
A me, come a tutti coloro che praticano sesso non ortodosso, non è mai interessato la definizione. Soprattutto perché un’eventuale guarigione sarebbe stata impossibile. Se devo essere considerato malato a vita, tanto vale sguazzare nella malattia.
Finché è lo stesso tuo corpo a ribellarsi. E allora ti accorgi che hai superato un limite.

Mi passo una mano sul mento. Non credo basti radersi per migliorare. Noto qualche ruga in più, qualche segno del tempo, diverse macchie.
Il mio addome è scarno e sembra quello di un’iguana che abbia combattuto per accoppiarsi. E ci sono delle cicatrici. Delle cicatrici da taglio, lunghe. E dei segni di punti di cuciture e addirittura quello che sembra un filo di sutura che fuoriesce dalla pelle!
Cerco l’interruttore della luce, ma mi accorgo che è già accesa, una lampadina a basso consumo che sembra fare più ombra che luce. Apro la finestra. Fuori è giorno. Un raggio di sole illumina quello che per me è soprattutto un campo di battaglia, i segni delle operazioni ci sono tutti, cicatrici che disegnano arabeschi fantasiosi, punti ancora da togliere. Una profonda angoscia s’impossessa del mio stomaco, ho il sospetto di aver superato il limite. Solo il sospetto, perché non voglio crederci del tutto.
Mi abbasso le mutande. Il mio pene sembra una salsiccia deforme, piena di macchie, ma soprattutto con un profondo solco alla base, come se qualcuno avesse tentato di tagliarlo via!

Sono pervaso da un’emozione che non conoscevo del tutto, che proviene da dentro di me, credo sia il terrore. Una tremenda paura di ciò che è dentro di me. Come se il mio corpo fosse la sede di una battaglia secondaria dell’Armageddon, dove minuscoli demoni fuggiaschi hanno trovato un posto dove svernare, trasformarsi in parassiti e cibarsi dei miei organi interni.
Sento distintamente i demonietti agitarsi dentro di me, far bruciare la pelle e ribollire i liquidi corporei, abusare della mia linfa, produrla in quantità abnorme per trasformarla in pus. Sento il male dentro di me, e identifico questo male con l’origine della mia ossessione erotica, che ora riconosco come malattia.
Eppure, non mi mancano i momenti di lucidità, questa mattina. Come se uscissi da un ciclone ben peggiore e ricominciassi a ragionare con il mio cervello.

La dottoressa Tenenti. Afferro il cellulare e la chiamo. Lei si fa attendere, come è giusto che sia. Quando risponde non so più con chi sto parlando. La voce decisa e inflessibile mi chiede se ho bisogno di qualche medicinale o di un intervento.
«Non lo so. Potresti venire qui, non sto molto bene…»
La dottoressa Tenenti sa essere disponibile, quando è necessario. La dottoressa Tenenti accetta la visita non prevista. La dottoressa Tenenti arriva a casa mia a tempo di record.
Mi trovo ancora a petto nudo, la testa mi ronza ancora, ma riesco a non barcollare. Anzi, sento che si stanno moltiplicando i momenti di lucidità. Quando la dottoressa entra le mostro subito il petto, senza dire nulla.

«Cosa succede?»
Espongo ancora meglio il mio addome, ma la donna rimane impassibile.
«Ma come, non vedi?» Rompo gli indugi: «Sono pieno di cicatrici! Vere cicatrici!»
La donna mi osserva. Non guarda il mio corpo, mi fissa gli occhi.
Allora mi abbasso le mutande.
«E questo?»
Il mio pene pencola come se ormai non avesse più terminazioni nervose collegate al resto del corpo.
«Hai preso le medicine?»
«Quali medicine?»
«Quelle che ti ho prescritto, no?» E si fionda in bagno come se fosse casa sua. Deve essere stata molte volte qui, ma ora non ricordo se e quando.
La dottoressa Tenenti apre il cassetto delle medicine. All’interno ci sono contenitori anonimi e scatole di alluminio vuote.
«Hai finito tutto?»
Io la guardo, ancora non capisco. Sì, mi prescriveva medicine, mi faceva interventi all’addome, ma pensavo fosse tutta una messinscena, più reale possibile, con veri organi di maiale e sangue, autentici strumenti chirurgici. Non pensavo si potesse arrivare all’incisione.
«Hai finito tutte le medicine?» Insiste.
«Non so, se vuoi darmene altre, ma…»
Per la prima volta la vedo preoccupata, non è più padrona delle proprie emozioni. Apre la borsa e preleva un’altra confezione anonima.
«Ecco, devi prendere queste», dice.
Io prendo la confezione e la apro: all’interno ci sono delle pastiglie.
«Va bene. Ma ora voglio sapere di queste…»
«Le cicatrici? Cosa c’è che non va?»
«Non so… non è che mi tagli davvero e mi prelevi gli organi, no?» le chiedo, ma appena termino la frase mi vergogno di averla pronunciata.
Lei ride: «Certo che taglio, ricordi? Ma sono tagli superficiali, che a te piacciono tanto. Poi inseriamo trucchi e fili posticci. Ma dai, non mi far parlare di come faccio le cose, so che non ti piace se sveliamo tutto…»
«Sì, hai ragione dottoressa, scusa. Se te l’ho chiesto è perché pare tutto così reale… quindi va bene, sta andando tutto bene, ho solo avuto dei dubbi?»
La dottoressa Tenenti mi accarezza.
«Tranquillo, tu devi solo fidarti di me. Completamente. Ti piacerà, te lo garantisco».
Annuisco.
«Ora prendi le pastiglie che ti ho dato e dimentica tutto. Domani abbiamo un importante trapianto di rene…»
Annuisco nuovamente.

La dottoressa Tenenti aspetta che io metta in bocca un paio di pastiglie, e mi ordina di prenderne due ogni sei ore. Infine mi saluta, mi dà l’appuntamento per il pomeriggio e se ne va.
Appena uscita, corro davanti al lavandino e sputo le pastiglie.

Mi tocco le cicatrici. No, sono troppo reali. E poi i tagli… non ricordo di aver concordato sui tagli, anche se superficiali. Prelevo una nuova pastiglia e vado al computer.
La pastiglia è celestina, esagonale, con una “H” impressa sopra. Potrei cercare per ore, ma ho un’idea migliore: scannerizzo l’immagine dalla pastiglia e la inserisco su Google Images. Il sistema la confronterà con milioni di immagini trovando la più simile.
La ricerca non dura molto: la dottoressa Tenenti mi sta somministrando pesantissimi antipsicotici in quantità eccessiva. La dottoressa Tenenti mi sta drogando! La dottoressa Tenenti mi sta prelevando gli organi!
Esco. Lei abita sopra al laboratorio dove fa le operazioni. Ora voglio tutte le spiegazioni. Non m’interessa più il sesso, l’ossessione, il feticismo medico, ora voglio capire cosa mi sta facendo!

Arrivo sotto i portici dove abita la dottoressa e mi dirigo verso il suo portone. Appostata lì davanti c’è una bambina che m’impedisce di raggiungere il citofono.
«Scusa, mi fai suonare?»
Lei mi guarda con disprezzo, con un sorriso misto di odio e sadismo. La sua faccina ha un che di inquietante che però mi tranquillizza. Immagino siano le mie deviazioni sessuali a interferire. La bambina sta per spostarsi, quando improvvisamente mi colpisce conficcandomi un ago nella coscia e fuggendo via di scatto. Grido per il dolore e la sorpresa, vedo una siringa che penzola attaccata ai jeans. La stacco, faccio appena in tempo ad accorgermi che lo stantuffo è premuto al massimo, che un tremendo bruciore mi parte dalla coscia scendendo giù lungo tutta la gamba. Il dolore aumenta, è come se il sangue mi bruciasse, sono costretto a stendermi a terra.

Chiedo aiuto, ma in quel momento il portone si apre. La dottoressa Tenenti è in compagnia di un uomo corpulento. Non sono affatto stupiti di vedermi. Vorrei gridare, ma il dolore è troppo e capisco che sarebbe inutile. L’uomo e la donna mi afferrano e mi portano all’interno. Scendono un piano e raggiungono il laboratorio. Nel frattempo sento perdere i sensi. Non so cosa diavolo mi ha iniettato la bambina, ora il bruciore è diminuito e prevale il senso di spossatezza.
Gli occhi mi si chiudono, ma riesco ancora a parlare: «Co… cosa mi avete fatto?»
«Valium in sospensione fisiologica al sale».
La dottoressa e l’uomo mi adagiano sulla brandina e mi legano. Quindi si mettono i camici e i guanti.
«Ora ti addormenti e lasci fare a noi».

Mi accorgo solo in questo momento che la stanza è diversa dal solito, la dottoressa deve aver tolto qualche macchinario inutile e alla parete non ci sono più le radiografie. Intravedo anche delle casse di legno, alcune piccole, altre più grandi, possono contenere una persona intera. Ora, più che una sala operatoria, ha l’aspetto di un laboratorio illegale da vivisezione.
Avverto il freddo della branda metallica sotto di me e mi sento come un pezzo di carne stagionata pronto per essere affettato. Sono tornati gli ospiti bizzarri, sono tornati i demonietti interiori il cui attrito mi provoca quel terrore che mi blocca il respiro. L’emozione più forte, la paura della morte, prende il sopravvento. Ma non è l’unica: intorno, una serie di vampate emozionali mi stimola e aumenta l’adrenalina.

«L’avevo capito… dottoressa, che mi stavate facendo qualcosa… troppo tardi. Vi prego, fatemi sopravvivere».
La dottoressa mi si avvicina al volto, forse per farsi sentire bene: «Tu non ti preoccupare. Non abbiamo ancora deciso il tuo destino. Lasciaci fare, se ti comporti bene ti risveglierai…»
La vista è annebbiata, le voci sono sconnesse, ora la dottoressa Tenenti e il suo nuovo assistente confabulano scambiandosi strumenti chirurgici.
Il terrore di morire non è più insopportabile: le flebili emozioni che lo contornavano sono più forti e vivide: tra di esse riconosco il piacere.
Mi trovo nudo e inerme davanti alla dottoressa Tenenti e al suo assistente: mi sento persino eccitato!

Quello che posso fare in questo momento è maledire la mia ossessione, che mi ha portato prima a vivere una vita assurda e ora in questa situazione. Ma il pensiero successivo, mentre la dottoressa Tenenti mi disinfetta e prende le misure per prelevare il rene, è quello del piacere.
Mi sono meritato questa fine, non ho mai rinunciato a questo piacere e ora sono nel posto giusto. Mi preleveranno il rene, forse anche il cuore e probabilmente morirò. Allora lasciatemi godere questo momento, lasciate che mi ecciti beffardamente davanti a una situazione in cui chiunque sarebbe terrorizzato. Fatemi operare dalla dottoressa Tenenti. Dalla dolce, severa dea della chirurgia di precisione. Dall’asettico e gommoso guanto della sua mano. Dai suoi pungenti e concentrati occhi che sembrano affilati come il bisturi che scivola freddo affondando nella pelle e raggiungendo i primi tessuti rossi che fanno sgorgare sangue che…

Prendo un respiro. La dottoressa Tenenti mi sta incidendo all’altezza del cuore. Questo è un pensiero fugace, laterale, mi chiedo come io possa essere ancora cosciente. La dottoressa Tenenti mi apre un varco sul petto. Non cerca il rene, ma il cuore.
Sento l’eccitazione salirmi come nelle migliori occasioni, un caldo mi riempie l’inguine.
La dottoressa Tenenti affonda la sua mano nervosa nel mio petto, la piega a cucchiaio e mi stringe il cuore. La dottoressa Tenenti strappa via il mio cuore dal petto. Sento distintamente l’aorta allungarsi fino a cedere e recidersi in due, rilasciando potenti fiotti di sangue. Un rumore secco, accompagnato dallo sciaquio sordo dei liquidi.
Ora non ho più il cuore, la dottoressa Tenenti sorride soddisfatta con il mio organo tra le mani.
Quindi congiunge il suo sorriso con il mio organo. E lo lecca. Lecca via il sangue in eccesso. Tra tutti gli organi è il mio preferito, perché oltre ai tessuti molli c’è un contenuto liquido che lo rende piacevole al tocco come un tortellino ripieno. La dottoressa Tenenti se lo spinge in bocca e me lo succhia. La dottoressa Tenenti me lo morde.
Il mio pene è eretto. Non lo posso vedere, ma lo percepisco. L’inerme e maculato organo è ora un duro e turgido osso pronto alla battaglia. Non ci posso credere. Sto morendo felice. Se non felice, arrapato.
Infine la dottoressa Tenenti mi morde il cuore, affonda le sue zanne nell’organo e se lo mangia, la sua bocca cola sangue da tutte le parti.
Questa è l’ultima cosa che percepisco, quindi il buio. Eppure qualcosa non torna, avrei dovuto sentire un dolore straziante, invece tutto è stato un orgasmo mentale, un viaggio onirico.
E mi rendo conto di dormire.

Allora mi sveglio. Davanti a me, una famigliola sorridente.
Strizzo gli occhi: tre persone. La dottoressa Tenenti, l’uomo e la bambina.
«Ti ho dovuto coprire. Sei ancora eccitato!»
Noto che un lenzuolo mi copre pudicamente le parti intime, io non mi sento male. Porto istintivamente le mani al petto, poi all’addome. Nessuna cicatrice, nessun segno, nessuna macchia.
«Cosa è successo?»
La dottoressa Tenenti mi presenta l’uomo e la bambina come il marito e la figlia.
«Te ne ho parlato spesso, ma non te li avevo mai presentati. Mi hanno aiutato in questa ultima sessione».
Osservo l’uomo, poi la bambina, e riconosco l’evidente somiglianza.
«Volevo farti un regalo per il tuo compleanno. Oggi compi 40 anni e ho deciso di organizzare tutto a spese mie».
Resto senza fiato, mentre una serie di dubbi si sciolgono al ricordo dell’orgasmo più bello della mia vita.
Poi il mio sguardo si dirige verso la bambina: «Scusa, signore, se ti ho fatto male con la siringa».
I miei organi sono tutti a posto, non ho alcun segno d’incisione. Forse l’organo più fuori posto è il cervello, ma ora non ci voglio pensare più.
Mi alzo dalla brandina e cammino verso la dottoressa.
«Grazie», e l’abbraccio.

Ecco, voglio condividere con voi. Condividere con voi quest’abbraccio.

Lukha B. Kremo

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