CASUAL FRIDAY #55: LA PRODUCER (3/4)

Quando Francesco Quaranta si unì a Verde, l’ottobre scorso, passò almeno un paio di mesi a interrogarsi sul significato di Casual Friday. Quando un racconto è Casual? Perché un racconto è casual il venerdì? Che cosa succede il mercoledì? E che cos’è il reading code? Le nostre risposte lo convincevano ogni volta di meno, finché Alessio Posar, salvando pesci e capre, non ricondusse la faccenda all’essenziale con l’ormai massima boskoviana “Il Casual Friday è il racconto del venerdì di Verde”. Era davvero così semplice? La verità è che nessuno di noi ricordava più i perché e il come della rubrica più amata dai nostri lettori. Doveva essere la linea comica del blog e contenere i racconti più fanzinari, cannibali, orrorifici, grotteschi, surreali, divertenti o imbarazzanti – in una parola, sbagliata, Casual – di Andrea Frau, Paolo Gamerro e Filippo Santaniello. Dopo due mesi di perle come questa, questa o questa, le cose presero un’altra piega e il Casual si ribaltò su di sé. I famigerati scissionisti del venerdì cominciarono a scrivere racconti che non facevano più ridere e non erano più zozzi (alcuni non erano nemmeno racconti); nuovi autori componevano percorsi personali che si allontanavano sempre di più dalle parole d’ordine “è venerdì, rilassati!” ; il  primo aprile il Casual venne ufficialmente giustiziato e nessuno si oppose: andava bene così a tutti. Volevamo semplicemente continuare a pubblicare i nostri racconti, Casual o non che fossero, anche il venerdì. Aveva ragione Alessio, aveva ragione Francesco quando ci aveva compensibilmente  stalkerizzato messo a parte dei suoi dubbi oramai diradati.
Dopo cinquantacinque epiche settimane, il Casual Friday termina qui con la terza parte de La producer di Filippo Santaniello, il lungo racconto che doveva concludersi oggi ma a cui si è aggiunto un finale che leggeremo a settembre… di venerdì, in una nuova rubrica che conterrà – lo anticipiamo a beneficio di Francesco – i racconti del venerdì di Verde. Casual e non.
La fotografia è di Federico Arcangeli (Where is my mind?)
Il blog è in vacanza, i nostri inediti tornano a settembre. Ciao!

Yuri non era mai entrato in un cesso extralusso grande come casa sua. Appoggiò accappatoio e infradito sulla panca dello spogliatoio e osservò gli indumenti appesi ai ganci. Dalla tasca di un paio di jeans spuntava un portachiavi dell’Harley Davidson. C’era anche un portafoglio. Lo sfilò e guardò la carta d’identità.
«Ahò! C’è pure Luca Ward!»
Glauco non rispose. Aveva buttato l’accappatoio per terra e il Woolrich sul bordo della Jacuzzi. Sotto indossava la t-shirt di BoodyPlanet. I pettorali sembravano placche d’amianto e i muscoli delle braccia palle di cannone, tuttavia aveva un aspetto orribile: era pallido e sudava freddo.
«Mi scappa da cagare», disse dolorante.
Yuri uscì dallo spogliatoio. «Che cazzo dici?» Nonostante le mucose atrofizzate, sentì che l’aria si era fatta irrespirabile.
Cercò la finestra. Non c’era. Vide Glauco armeggiare drammaticamente con la cinta. «M’ha fatto male il panino…»
«Non puoi cagare adesso!»
Ma il Ferrarelle si era calato la tuta e crollava sul wc, una mano sul bidet e una sulla Jacuzzi.
«Girati per favore!»
La prima scarica fu raccapricciante e Yuri dovette aprire il rubinetto per coprire gli ignobili rumori.
«Madonna…» disse Glauco dopo un’ultima mitragliata. «Stavo malissimo…»
«Adesso sto male io», gemette Yuri cercando l’interruttore della ventola.
Non c’era nemmeno la cazzo di ventola!
Afferrò un deodorante Felce Azzurra e lo spruzzò rendendo l’aria ancora più tossica.

Enzo Foschi provò a urlare per svegliare Gabriele Scoccini, ma la ball gag che aveva tra i denti – utilizzata nel sesso sadomaso – ricacciava ogni tentativo in gola.
Vi prego ditemi che è uno scherzo, giuro che non m’incazzo!
Sforzò l’emisfero destro, quello della memoria, per ricordare se nell’ultimo periodo avesse fatto dei torti a qualcuno e gli tornarono in mente una decina di attrici trombate con la promessa di un ruolo e svariati produttori truffati miseramente.
Sono una merda, lo so!
Strattonò le cinghie escoriandosi i polsi. Poi udì un rumore – la portafinestra che scorreva sui binari – e la Nucelli si fermò tra i lettini con un vassoio di spritz. Era con Claudia Gerini e appena Foschi la vide, iniziò ad agitarsi per farsi notare. L’aveva conosciuta durante una rassegna cinematografica al Nuovo Cinema Aquila. Sperava lo riconoscesse, ma la ball gag lo soffocava e non poteva comunicare.
«Che film di merda…» stava dicendo Luca Ward a Frank Matano. «Solo dal trailer ho capito che era una monnezza».
«Intanto è andato al cinema», si difese il comico nato a Santa Maria Capua Vetere il 14 settembre 1989.
«Invece lo sai che a me è piaciuto?», disse Tessa Gelisio dopo un sorso di spritz.
«Ma per piacere!», sbottò Luca Ward. «Io me so fatto un culo così pe’ arriva’ do’ sto adesso, invece questo», indicò Matano con disprezzo «ha incominciato scoreggiando su Youtube e mo spinge il bottone rosso a Italia’s Got Talent. Capisci in che paese stamo?»
«Per quanto mi riguarda l’Italia si merita tutto questo», disse Frank Matano, «e se dovessi riassumere il nostro paese lo riassumerei così…» Contrasse lo sfintere ma la cilecca lasciò tutti a bocca aperta. Riprovò alzando il piede. Spinse forte, diventò paonazzo. Nulla più.
I vip lo guardavano col drink che aveva smesso di oscillare nel bicchiere.
Che era successo? Dov’era finito il talento che grazie a milioni di visualizzazioni su YouTube l’aveva reso uno dei personaggi più apprezzati della televisione italiana?
Matano rivolse ai colleghi uno sguardo da cucciolo di foca abbattuto da un pescatore norvegese. «Avete visto che disgrazia? Se non mi sblocco la mia carriera è finita… Caterina, solo tu mi puoi aiutare. Certi giorni mi sembra di star meglio ma non vado oltre qualche piccola arietta, nulla rispetto a prima. Vi ricordate che botti?»
«Tipo questo?» Ward sollevò l’accappatoio e sparò un colpo da fagiolata che umiliò Matano.
«Luca!», lo rimproverò la Nucelli. D’altro avviso era Tessa Gelisio che, divertitissima, spruzzò l’aperitivo sui piedi di Gabriele.

I sensi di Scoccini iniziarono ad attivarsi quando sentì che aveva i piedi bagnati.
Cazzo… l’ho fatto di nuovo… sono collassato sotto la cassa del Rebel e sta piovendo…
Gli doleva la testa e poteva respirare solo dal naso, la bocca occlusa da un oggetto sferico. Lo spinse con la lingua ma era incastonato come uno zircone.
Provò a muoversi. Non poteva. Polsi e caviglie bloccati da lacci di cuoio.
Alzando di poco la testa vide che era in mutande, sdraiato su un lettino prendisole, ma non sentiva freddo perché due stufe a gas riscaldavano il terrazzo. Sopra di lui, grossi nuvoloni carichi di pioggia assorbivano come spugne le luci di Roma.
Fece lavorare l’emisfero destro, quello della memoria, e l’unica cosa che riuscì a ricordare fu Enzo Foschi svenuto sulla chaise longue. Aveva provato a svegliarlo, poi anche lui si era sentito male: un diffuso calore al grembo, nausea ed era crollato.
Sentì gemere e girò la testa a destra.
Enzo Foschi era sveglio. Spaventato. Cianotico. Sdraiato su un altro lettino e strattonava le cinghie spellandosi i polsi e le caviglie.
Lo chiamò: «Enshho! Enshhoooo!»
Non si capiva niente. Sbavava come un mastino napoletano.
Devo stapparmi il naso…
Chiaro, o sarebbe morto soffocato.
Aveva soffiato ma non era successo nulla. Il muco si era solidificato. Aveva soffiato più forte, gonfiando le guance, piangendo grosse lacrime, finché c’era stata un’esplosione che gli aveva imbrattato la faccia di roba giallastra.
Si era spremuto fuori tutto tranne il cervello.
Respira!
Prese una boccata d’aria e la vista tornò nitida mentre i vip gli si stringevano intorno come le labbra di una pianta carnivora.

Nell’ultimo periodo, Alessandro Besentini aveva perso più di trenta chili. Era magro da far spavento. Di lui non erano rimaste che le basette e due ciuffi di capelli brizzolati. Stai lavorando troppo, gli dicevano. Frena o finirai ricoverato, ma il comico tranquillizzava entourage e familiari raccontando che l’improvviso deperimento era dovuto alle cure miracolose di un dietologo giapponese.
Non era vero.
Non si sarebbe mai messo a dieta perché non gli importava di essere grasso.
La verità era un’altra e la conoscevano lui e una ristretta equipe di medici del Forlanini.
Adesso era giunto il momento che la sapesse anche Franz.
«Il duo comico più famoso d’Italia è giunto al capolinea», disse col tono con cui faceva il gangster a Zelig.
Franz sorrise stancamente alla guida della BMW. «Ti prego Ale, dammi tregua». Credeva volesse improvvisare un siparietto. Per tutto il viaggio da Montecatini dove si erano svolte le prove del tour, non avevano fatto altro che perfezionare le battute.
«Non è uno sketch», disse Ale, cupo. «Mi hanno diagnosticato un cancro. Ho due mesi di vita».
Avevano appena superato il casello di Roma Nord e quando Franz capì che il socio era serio, sbandò paurosamente contro un tir e dovette fermarsi all’area servizio Settebagni.
«Dimmi che stai scherzando», disse spegnendo la macchina.
Ale lo guardò con affetto. «Sul serio ti eri bevuto la storia del dietologo giapponese? Mi piacerebbe dirtelo in un altro modo ma non trovo parole più adatte: ho un tumore ai polmoni e un piede nella fossa».
«Ma tu non fumi!», urlò Franz.
«Che c’entra? C’è chi muore di cancro al fegato senza aver mai bevuto un limoncello».
«Ale, non puoi farmi questo, almeno aspetta la fine del tour!»
«Mi spiace Franz, dovrai cavartela da solo».
Per i successivi venti minuti, Francesco Villa pianse come un vitello sulla spalla del socio ripensando a quanta strada avevano fatto insieme. Gli esordi al Pippo Chennedy Show, Mai dire gol con la Gialappa’s, il botto con Zelig. Il cinema! Quante emozioni…
Quando smise di piangere, aveva lasciato una chiazza umida sulla camicia di Ale. Rimase a lungo in silenzio fissando una comitiva che mangiava panini accanto a un pullman targato Ancona, finché a un tratto gli s’illuminarono gli occhi.
Come aveva fatto a scordarsi?
Guardò l’ora sul cruscotto.
Le dieci di quel drammatico venerdì sera.
Forse siamo ancora in tempo. Mise in moto e uscì sgommando dall’Autogrill.

Glauco portava il 45. Le infradito erano un 41. Non si tagliava le unghie da un mese. Erano degli artigli ingialliti che si conficcavano nella moquette.
Si tolse le ciabatte e procedette scalzo seguito da Yuri.
Per non farsi riconoscere si erano calati il cappuccio dell’accappatoio fino al naso e non vedevano altro che la punta dei propri piedi. Sotto i cappucci, gli occhi erano gonfi per l’aria da fogna di Calcutta che avevano respirato fino a un secondo prima.
«Ci sei?», chiese Glauco.
«Sì, ti seguo».
«Se fanno domande fai parlare me».
Percorsero il corridoio, superarono la vetrina con le statuette dei vip e si fermarono quando videro un paio di mocassini sulla soglia della cucina.
«La signora vi attende in terrazzo», disse Ajit.
«Perfetto», fece Glauco, e gli sbatté le infradito in mano.

Dio com’era stanco. Adesso che non doveva più nascondere la verità desiderava soltanto chiudere gli occhi e dormire per sempre, invece Franz lo stava tirando fuori dalla macchina e continuava a fargli una testa così: «Lo vuoi capire che chi partecipa alle sue sedute ne trae benefici miracolosi? All’allenatore della Juventus sono ricresciuti i capelli. Mara Venier è guarita da un’infezione urinaria. Persino Lamberto Sposini s’è ripreso dopo l’ictus a La vita in Diretta».
Lo spinse fino al citofono della Nucelli e Ale si appoggiò stremato al portone. «Smettila di assillarmi, è già tanto se mi reggo in piedi».
«Sei debole perché sei malato, ma stasera tornerai in salute, fidati di me».
Ale mormorò qualcosa che Franz non capì. Gli chiese di ripetere, allora Ale lo guardò in faccia e disse chiaro e tondo: «Chi ti dice che voglia guarire?»
Per Franz fu un colpo durissimo. Una lama d’acciaio rigirata nel costato.
«Ale…»
«Non mi guardare così, tu non c’entri nulla, senza di te chissà dove sarei adesso. Abbiamo avuto una carriera fantastica, molto più di quanto sognavamo agli inizi…» Sorrise fissando un punto lontano ma il ricordo durò poco. «Sono trent’anni che di lavoro faccio ridere la gente, ma quand’è stata l’ultima volta che qualcuno ha fatto ridere me? Mi sono indurito, non mi diverto più. Se non mi abbandonasse il fisico smetterei lo stesso. Te lo dico col cuore Franz, pensa a te stesso, vai avanti, trovati una nuova spall…»
C’era stato un lampo e poi il buio.
Franz gli aveva tirato un cazzotto in fronte.
«Scusa amico, stavi dicendo troppe cazzate».
Con Ale tra le braccia, citofonò alla Nucelli.

«Il tempo ci divora ogni minuto che passa!», tuonò apocalittico Luca Ward. Sotto di lui, Gabriele Scoccini e Enzo Foschi si fissavano col terrore negli occhi e ogni lamento era un tentativo di far capire all’altro che dovevano trovare il modo di liberarsi, altrimenti…
Impossibile non immaginare qualcosa di atroce.
Gabriele sperava che Yuri e Glauco andassero a cercarlo, ma quando immaginò come si sarebbe comportato lui, non fu confortante osservare che piuttosto che aspettare in strada sarebbe tranquillamente tornato in taxi, quindi riprese a dimenarsi sul lettino come un pesce appena pescato.
«Dove sono Ale e Franz?», domandò Tessa Gelisio mentre ombre scure le percorrevano il viso come nubi davanti al sole.
«Arrivano», rispose la Nucelli. «Si stanno cambiando».
Luca Ward batté un piede a terra. «Quanto ci mettono quegli imbecilli?» Li detestava da quando gli avevano soffiato il doppiaggio di Alex il leone e Marty la zebra in Madagascar e propose d’iniziare senza di loro. Benissimo! Erano tutti d’accordo, soprattutto la Gerini che il giorno dopo doveva alzarsi presto per un’intervista a Radio Deejay. Ma Caterina raffreddò gli animi chiedendo di portare pazienza, strinse il nodo dell’accappatoio e andò a chiamare i ritardatari.

«Chissà che trombate su quel divano», mormorò Glauco immaginando la Gerini in posizione doggy style sulla chaise longue.
Anche Yuri sbirciava il soggiorno con le pupille dilatate da maniaco. Poi ci fu un rumore secco, frusciante – la Nucelli che tirava la tenda – e i due tornarono in incognito sotto i cappucci.
«Villa, Besentini, aspettiamo voi per iniziare!»
Impietrirono.
Nella loro limitata porzione di spazio gli era impossibile vedere la padrona di casa sulla portafinestra.
Se Glauco non si muove io non mi muovo, si disse Yuri. Stessa cosa pensava Glauco, talmente rigido che faceva già parte dell’arredo. Poi suonò il citofono e udirono Ajit raggiungere a passi svelti l’ingresso dove annunciò: «Ospiti signora».
La Nucelli corrugò la fronte.
Chi altro manca?
Gli invitati c’erano tutti.
Guardò meglio i tizi in accappatoio.
Il piccoletto sarebbe anche potuto essere Ale – aveva letto su Gossip.it che era terribilmente dimagrito – ma quello a destra era troppo grosso per essere Franz.
«Ajit, ti sei fatto dire la parola d’ordine?», chiese preoccupata.
«Sissignora».
La Nucelli venne avanti e ordinò agli estranei di togliersi il cappuccio. Glielo impose col cuore che le otturava l’esofago, terrorizzata d’avere a che fare con una banda di romeni pronti a svaligiarle l’appartamento, ma nonostante i due facessero gli gnorri, ogni dubbio fu spazzato via dall’apparizione sulla porta di casa di Francesco Villa e Alessandro Besentini.
Ale non si era ancora ripreso dal missile in fronte e si aggrappava al socio per non cadere.
«Scusate il ritardo», disse Franz col fiatone.
A quel punto la Nucelli capì di non avere scelta. Per non mandare tutto all’aria, l’unica cosa da fare era comportarsi con naturalezza. Forzò un sorriso Oral B e ignorando momentaneamente Yuri e Glauco, acchiappò per un braccio Ale e Franz e si barricò in cucina dove, col piglio del sergente Doakes, illustrò la gravità della situazione.
C’erano degli intrusi.
Qualcuno gli aveva dato la parola d’ordine.
Bisognava agire prima che sospettassero qualcosa.
Anche Franz, mentre Ale si accasciava su uno sgabello Ikea con una mano in fronte, spiegò alla Nucelli la gravità della situazione.
Il socio era spacciato.
Malato da tempo.
Se non lo aiutavano sarebbe morto.
Alla Nucelli bastò un’occhiata per capire che non scherzava. Besentini aveva il colorito di Lou Reed durante il suo ultimo concerto e sembrava indossasse i vestiti di Mario Adinolfi.
Ragionando in fretta escogitarono una soluzione soddisfacente per entrambi.
Il primo problema avrebbe risolto il secondo.
Mossa numero uno: offrire agli intrusi un prosecchino.

Lo stato mentale di Gabriele Scoccini era tale da offuscare qualsiasi ragionamento, perciò quando vide Yuri Pozzi e Glauco De Bernardi tra il suo lettino e quello di Foschi, gli sembrò così assurdo che quasi non ci fece caso.
Eppure erano lì. Nella stessa trappola. Li chiamò ma produsse una mescolanza di suoni indecifrabili che lo avvilirono e si lasciò andare a un pianto sommesso.
Anche Enzo Foschi aveva esaurito le energie. Si era battuto come Tony Jaa in The Protector e adesso, se provava a muoversi, i lacci gli grattavano la carne viva. Tuttavia, anche se i lamenti erano cessati, l’attico al numero 6 di piazzale Clodio era in tumulto perché Luca Ward continuava a gridare: «ESIGO CHE SI FACCIA LA CONTA!»
«Dì la verità», lo accusò Franz. «Vuoi che Ale tiri le cuoia perché speri nel doppiaggio dei prossimi Madagascar, be’ scordatelo, abbiamo firmato sia per il quarto che per il quinto capitolo».
«Frega un cazzo di quel cartone di merda», mentì spudoratamente. «Dico solo che sconfiggere un tumore è diverso da tappare qualche buco di cellulite».
«Questo sta a me dirlo!», intervenne la Nucelli. «Ale ha bisogno del nutrimento più di chiunque altro e se non iniziamo da lui, potrebbe non bastare».
In tutto questo, il diretto interessato sedeva stordito davanti ai lettini come un vecchio sul lido di Jesolo perché Franz gli aveva fatto bere uno spritz che era cinquanta per cento Xanax.
«E va bene», si convinse Ward che in fondo desiderava soltanto dire addio alle borse sotto gli occhi, «se siete d’accordo procediamo, ma diamoci una mossa, abbiamo perso fin troppo tempo».
Allora tutti guardarono la Nucelli che accese lo stereo portatile vicino al barbecue e iniziò a flettersi come un maestro yoga sull’intro di Splendido Splendente di Donatella Rettore. Poi, con un movimento sensuale delle spalle, sgusciò dall’accappatoio lasciando che la luna le tingesse le tette di giallo.

Chiunque con un discreto livello di testosterone nelle vene avrebbe massacrato la famiglia pur di assistere alla performance dell’ex Miss Italia, almeno fino a quando con un plop sparò a terra i bulbi oculari che rotolarono sotto i lettini.
I vip fecero: «Ooohh!», e Foschi gemette come un cardine arrugginito.
La Nucelli lo individuò con i nuovi occhi convessi che le si erano sviluppati sul volto, e gli si sdraiò sopra scossa da movimenti osceni, brulicanti.
È piena di vermi! Gesummio è piena di vermi! urlava dentro di sé Enzo Foschi.
La fronte della Nucelli era aumentata d’ampiezza divorando ciocche di capelli e le labbra si erano allungate in un apparato pungente-succhiante con cui penetrò il torace del regista all’altezza del cuore. Gabriele Scoccini si girò orripilato dall’altra parte pregando di morire d’infarto prima che toccasse a lui. Sentiva la Nucelli suggere rumorosamente coprendo con suoni peptici i singhiozzi di Enzo di cui rimase una molle carcassa dalla quale spuntava il bianco delle costole.
Gonfia di glucosio, proteine e grassi che avrebbe convertito in plasma ad alto valore nutritivo, la Nucelli strisciò su Yuri che fu assorbito rapidamente e produsse una carcassa non più grande di un cocker investito da un’auto. Con Glauco ci volle più tempo. Anni di palestra l’avevano reso un marcantonio e generò un rifiuto organico che Ajit avrebbe trasportato a fatica.
Entrambi non soffrirono perché a differenza di Foschi rimasero incoscienti per tutta la durata dell’assimilazione.
Il ventre della Nucelli era quello di una donna al settimo mese di gravidanza e la proboscide che le penzolava sui seni sembrava un cordone ombelicale reciso.
Sbandando satolla, andò a spiaggiarsi su Gabriele mozzandogli il respiro mentre Luca Ward, temendo che non avrebbe retto, le consigliava di andarci piano. Ma lei non l’ascoltò e penetrò Scoccini tra le costole.
Gluup… gluup… gluup…
Più suggeva, più la pancia cresceva aumentando la distanza tra le sue tette e i capezzoli di Gabriele.
Gluup… gluup… gluup…
Come un tedesco all’Oktoberfest.
Gluup… gluup… glu…
Tutti trattennero il fiato.
La Nucelli si era intoppata.
Doveva scegliere se ingoiare o rigettare.
Deglutì a fatica, poi assorbì ancora, ostinatamente, quindi sfilò la proboscide da cui stillò una goccia color panna e fragola, si sollevò da Gabriele e ondeggiò come un’odalisca davanti ai vip prima di stramazzare tra i lettini con un rutto disumano.
«Caterina!», la soccorse Claudia Gerini.
Le tastò il collo livido. «Non respira!»
Esplose il panico.
Grida, spintoni, caviglie slogate.
Tutti cercavano la fuga ma nessuno voleva rinunciare alla sua dose di plasma.
«Non tirare o si strappa!», urlò Franz a Tessa Gelisio che gli contendeva la proboscide. Tessa gli azzannò il braccio ma Franz la colpì con una gomitata in pieno naso spedendola sotto la sdraio, afferrò la protuberanza con entrambe le mani e se la strizzò in bocca come una bomboletta di panna montata. Poi raggiunse Ale e accostando le labbra alle sue, lo sfamò travasando il plasma come un uccellino che assimili il cibo rigurgitato della madre.
Rattrappito come una prugna Sunsweet, Gabriele Scoccini era ancora vivo e vedeva tutto.

Vide il collo della Gerini acquistare tonicità e le borse di Luca Ward assorbirsi prodigiosamente. Vide Ale inghiottire il plasma e la sua carnagione sfumare da un grigio moka Bialetti a una tonalità più salubre mentre Frank Matano, scavalcando un lettino, calpestava il ventre gonfio della Nucelli che esplose come un gavettone. Vide Tessa Gelisio sollevarsi da terra imbrattata di plasma come Sissy Spacek in Carrie – Lo sguardo di Satana, e Claudia Gerini scivolare sul pavimento impiastricciato, cercare un appiglio e trovarlo nella stufa a gas che prese a oscillare paurosamente fino a schiantarsi nel vano della portafinestra. Vide tutto questo respirando a malapena con i polmoni ridotti a sacchetti sottovuoto e il corpo piatto come una sfoglia di pane azzimo.
Poi chiuse gli occhi e non vide più nulla.
Sentì solo molto caldo.

CONTINUA a settembre (qui tutte le puntate)

 

Filippo Santaniello

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...