ELISABETTA E LA CASA DEL POGGIO

“Ho sessantatré anni, sono un medico, ho sempre lavorato nel campo della ricerca, e di recente mi occupo anche di sperimentazione clinica. Ho sempre scritto, ma fino a pochi anni fa solo articoli scientifici, la maggior parte dei quali in inglese. La scrittura creativa, sia di racconti, sia di memoir, è nata di recente come un gioco tra amici, ed è ora diventata una parte importante della mia vita.”
Fiorella Malchiodi Albedi ci ha inviato in lettura Elisabetta e la casa del Poggio, un bel racconto che l’anno scorso ha partecipato alla quarta serata di 8×8 – Un concorso letterario dove si sente la voce. Lo riproponiamo oggi con uno scatto di Federico Arcangeli (da Where is my mind?).

La mia amica Elisabetta ha una casa in Toscana, vicino alle terme di Saturnia, e a volte l’accompagno per il fine settimana. Quando mi dice: «Venerdì vado al Poggio, vieni con me?», io spesso nicchio, perché sono stanca, e pigra, e trovo delle scuse, ma a volte invece mi decido e l’accompagno, e poi quando sono lì penso, ma che stupida a fare tante storie.
La strada è lunga, ma si va in Toscana e questo già ci fa sentire in vacanza.

La strada è lunga, ma la mia amica conosce una serie di scorciatoie. Solo che in realtà dilatano il percorso perché sono strade bianche e piene di buche e bisogna andarci pianissimo. Ma il viaggio fa parte del piacere della gita, perché su questa specie di sentieri si fanno incontri imprevisti, come un capriolo, uno stormo di gruccioni, un’upupa che fa il bagno di sabbia, o, di notte, una famiglia di ricci che attraversano in fila indiana, oppure una lepre che ci fissa per un attimo, con gli occhi fosforescenti, e poi scompare nel buio. La mia amica ha uno sguardo molto più attento del mio ed è rapidissima nell’avvistamento. Mi dice: «Guarda, una volpe!» Io mi giro di scatto ma faccio in tempo a vedere solo la punta di una coda fulva che scompare nell’erba. Ghiandaie, gazze e colombacci (da quando la conosco ho scoperto il mondo degli uccelli) sono ormai di comune frequentazione e non ce li segnaliamo più a vicenda, come facevamo i primi tempi.

La casa del Poggio ha una strana collocazione, un po’ in paese, un po’ in campagna. Sta alla fine di una stradina, in una minuscola piazza, quasi una corte. L’appartamento è in un piccolo complesso antico, con le case a due piani, una vicina all’altra, come quelle dei centri storici dei paesi, ma intorno non c’è il resto del paese, è tutta campagna, e quella costruzione sembra sia sorta nella corte così, quasi per magia. Le altre case sono vere e proprie fattorie, circondate da orti, giardini e pollai. C’è una fontanella, nella piazza, dove si dice che l’acqua sia più buona. Io e la mia amica ci guardiamo scettiche, ma poi ogni tanto andiamo a berla.

Elisabetta si è fatta molti amici al Poggio e nei paesi vicini, e alcuni hanno fantasiosi nomi toscani, che a noi romani suonano così insoliti, come Consiglia, Fedo, Corinto. Nelle case della Torre (così viene chiamata la corte) abitano alcune signore di una certa età, che si sono molto affezionate alla mia amica. Hanno una vita piena di guai, come quella di tutti, ma loro li considerano dei guai speciali, i peggiori che possano capitare, e ogni volta che le andiamo a trovare cominciano una serie interminabile di lamentazioni. A me sembrano piagnistei fatti per scacciare la malasorte, che se ti vede infelice ti lascerà in pace. È il timore dell’invidia degli dei, quella che studiavamo a scuola, e quando le incontro penso sempre all’anello di Policrate e alla sventura che pende sul capo degli uomini troppo fortunati. La mia amica rimane ad ascoltarle con pazienza e sa che le loro domande su come stiamo noi sono fatte solo per cortesia, e le eventuali risposte non hanno molta presa. Io le chiedo: «Perché non hai detto che sei stata operata?» Oppure: «Ma non sanno che ti è andata a fuoco la casa?» Perché alla mia amica di guai ne capitano veramente, e di seri, ma lei ha un altro carattere, e un’altra forza. E così alla domanda: «E tu come stai, Elisabetta?», lei risponde: «Tutto bene».

Dopo la morte del padre, un noto studioso di pedagogia, la mia amica ha portato i romanzi che facevano parte della biblioteca di famiglia nella sua casa del Poggio. Quando ho scorso per la prima volta quei titoli, ho provato un senso di familiarità che da principio non comprendevo. Certo, più o meno li conoscevo tutti, ma c’era qualcosa di più intimo in quella sensazione. Poi ho capito: erano i miei romanzi di ragazza, la mia prima biblioteca, quando negli anni del liceo avevo cominciato a comprarmi dei libri miei, ed avevo smesso di attingere dalla libreria di zia Maria, l’unica lettrice della famiglia. Negli anni, quei titoli si sono dispersi in mezzo a tutti gli altri libri che ho comprato e hanno smarrito la loro identità, ma ora ne ritrovavo molti e tutti insieme, ed era come incontrare un compagno di scuola molto amato e perso di vista. C’erano Pavese, Buzzati, Moravia. Alcuni nomi sono scomparsi dalle cronache letterarie, come Cassola e Berto. Altri hanno forse perduto il prestigio di un tempo, come Ginzburg. Che peccato! Della Ginzburg, nella casa del Poggio, ho letto di nuovo Lessico famigliare, un capolavoro insuperato, e per la prima volta, amandolo profondamente, Le piccole virtù. Un racconto, in particolare, mi ha commosso fino alle lacrime: Ritratto di un amico, dedicato a Cesare Pavese, dopo la sua morte. La malinconia e la nostalgia che ispirano quelle righe fanno risuonare corde a me profondamente congeniali, sono sentimenti, seppure tristi, che amo molto e a cui non rinuncerei, anche se fanno soffrire. Così provo nostalgia per Pavese, come se l’avessi davvero conosciuto, come se fosse stato un mio amico, per quell’incredibile contagio delle emozioni che la letteratura sa creare. Ogni volta che vado da Elisabetta, in Toscana, è ormai un rito trovare dieci minuti per rileggere quel racconto, e ogni volta gli occhi mi si inumidiscono. Ho preso ad amare Torino, una città che neanche conosco.

Quando siamo al Poggio, spesso andiamo a fare lunghe passeggiate in campagna, o se è bel tempo e fa abbastanza caldo, risaliamo i fiumi. Ma non saltiamo mai, verso sera, il bagno al Gorello, il ruscello che fluisce dalle terme di Saturnia. È un corso d’acqua lungo e stretto, e si trova sempre un tratto isolato in cui ce ne possiamo stare per conto nostro, da sole o con qualche amico venuto da Roma. Si rimane a lungo nell’acqua calda, profumata di zolfo, con la corrente che ci accarezza, e ci si sente inclini alle confidenze, a raccontarci la vita. Oppure si sta in silenzio, a guardare le canne che diventano sempre più scure contro il cielo del tramonto. Non si uscirebbe mai dal Gorello.

Io e la mia amica andiamo d’accordo, anche se lei non ha proprio un carattere facile. È quella che si definisce generalmente una donna dalla forte personalità, ma questo a me va benissimo, se qualcuno di cui mi fido prende decisioni per me, stanca e pigra, gliene sono molto grata. Se mi chiede: «Che facciamo per cena?» so che lei ha già in mente tutto il menù, e qualunque cosa io le proponga, alla fine mi convincerà. Per cui le rispondo: «Quello che scegli tu andrà benissimo». D’altra parte, è un’ottima cuoca. È anche molto intelligente, e questo non sempre facilita i rapporti umani. Se in casa si presenta un problema, ad esempio, lei mi chiede «Come lo risolviamo?» Ma è una domanda oziosa, entrambe sappiamo che la soluzione migliore sarà la sua. Allora perché chiedere? A volte questa cosa un po’ mi indispettisce. Un giorno le ho detto: «Non hai rispetto per la mediocrità altrui», o qualcosa del genere, sicuramente meno altisonante. Ho temuto che si arrabbiasse, invece mi ha risposto «Come hai ragione, devo far sempre il grillo parlante».
Io mi sono rinfrancata, e le ho voluto bene per questa risposta. Anche se non è che per questo poi abbia smesso di farlo, il grillo parlante; ma ormai, se cambiasse, non sarebbe più la mia amica.

Fiorella Malchiodi Albedi

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