CASUAL FRIDAY #54: LA PRODUCER (2/4)

Casual Friday (qui e su Facebook) è la rubrica di Verde nata per promuovere un nuovo reading code. Ogni settimana un racconto inedito di un autore diverso cercherà di farvi ridere, divertirvi o semplicemente imbarazzarvi.
La producer, seconda parte (qui la prima): Gabriele non può sapere che ad aspettarlo nell’appartamento di Caterina Nucelli c’è anche un eccitatissimo Enzo Foschi; intanto Yuri e Glauco non ne possono più di aspettare sotto casa dell’attrice e decidono di salire. Filippo Santaniello consiglia di non affezionarsi ai personaggi: non è una storia a lieto fine, previsti sviluppi alla Society. È venerdì, rilassati!
Fotografia di
Federico Arcangeli (Where is my mind?).

Caterina Nucelli abitava al numero 6 di piazzale Clodio. Sulla pulsantiera del citofono, il cognome era scritto in corsivo a caratteri eleganti. Gabriele suonò e la voce di un filippino lo invitò a salire al sesto piano, dopodiché il portoncino si aprì su una serie di scalini coperti da una guida di tappeto rosso.
Sferragliando come un tram, l’ascensore d’epoca lo lasciò su un pianerottolo di marmo. La porta era socchiusa e Gabriele l’aprì chiedendo permesso, mentre i neuroni rilasciavano dopamina rendendolo vigile come un ghepardo nella Savana.
Chissà se si vede che ho pippato…

Faretti alogeni illuminavano un attico elegantissimo profumato al patchouli. Predominavano colori chiari e il pavimento di teak aveva lo stesso colore della carnagione del domestico che sostava sulla porta della cucina.
Come se varcasse la soglia del Taj Mahal, a Gabriele venne istintivo prodursi in un goffo inchino mentre il domestico, silenziosissimo nei mocassini di pelle, gli porgeva un flûte di prosecco. «La signora arriva subito» disse, e indicò un salotto da favola con divano a chaise longue e tende di raso bianco.
Gabriele aveva le palpitazioni.
Alcuni passaggi della sceneggiatura gli erano nebulosi e si chiese se la Nucelli ne avesse stampata una copia.
Speriamo di fare in fretta. Tra poco quei due mi chiameranno a rotella…
Per precauzione tolse la suoneria al cellulare.

«Scoccini! Anche tu qui?»
Si girò di scatto.
Accanto a una finta statua greca c’era Enzo Foschi, prosecchino e sciarpetta di cachemire buttata al collo.
Che cazzo ci fa dalla Nucelli?
«Ciao Enzo, non sapevo che Caterina avesse chiamato anche te».
Il regista dondolò il bicchiere come una campanella. «Mi ha telefonato poco fa, a quanto pare ha avuto delle idee per il personaggio».
«Mi ha detto la stessa cosa…»
«Quindi non è vero che hai modificato la sceneggiatura».
Non ci credo… si sono messi d’accordo… pezzi di merda!
Iniziò a balbettare: «Sì che l’ho modificata, devo aggiustare un paio di cose… avrei finito stasera, sul serio, ho avuto casini col trasloco…»
Farfugliava confusamente, ma Foschi non sembrava arrabbiato. Negli occhi aveva una luce strana. Si era avvicinato tanto da fargli riconoscere la fragranza del Breeze e adocchiando il divano disse a bassa voce: «Secondo me non vuole parlare della sceneggiatura».
Gabriele si sentì nervosissimo. In due ore era passato da True Detective a un threesome con la Nucelli.
«Sei sicuro?!» chiese agitato.
«Ssshhh!» lo zittì il regista, «Certo che so’ sicuro. ‘Sto periodo capitano tutte a me…» Prese il Blackberry e lo passò a Gabriele.

Gentile Enzo Foschi, c’era scritto sulla mail, sono Eka Kunze originaria della Germania, ovvero padre tedesco e mamma italiana. Attrice, ballerina e molto altro. Stimo il suo lavoro, mi propongo come attrice ma non le nascondo che non mi dispiacerebbe lavorare anche gratis come assistente alla regia al suo fianco. Credo che lei sia un uomo carismatico e affascinante. Sono libera, non ho figli, in poche parole disposta a tutto.

«Apri l’allegato», disse Foschi con un sorriso che gli andava da parte a parte.
«L’allegato?»
«Avanti, aprilo».
Ubbidì e sul display apparve un culo perizomato di prima categoria.
«Che ti dicevo?» sospirò Foschi con fare da playboy. «È un periodo favorevole…»
Gabriele si passò le mani sudate sui pantaloni.
«Che facciamo?»
«Che vorresti fa’? Un’occasione del genere capita una volta nella vita».
Lo prese per un braccio e lo trascinò davanti a un caminetto di design sormontato da una collezione di fotografie.
«Guarda che roba», disse indicando la Nucelli in bikini su uno yatch insieme a Luca Cordero di Montezemolo. La foto risaliva ad almeno vent’anni prima. Montezemolo aveva un costume rosso e sorrideva abbronzatissimo mentre la Nucelli sfoggiava un corpo Vitasnella.
«So’ passati anni, ma il fisico è sempre quello. Pensa quando ti si avvinghia con quelle gambe», sussurrò Foschi allupatissimo.
«Enzo, non per fare il guastafeste, ma io mi sa che non me la sento…»
«È normale essere un po’ nervosi… comportati con naturalezza e vediamo come evolve la serata».
«Non è quello…»
«Che c’è?» Lo guardò meglio. «Non me di’ che sei frocio».
«No!»
«Non ci sarebbe niente di male».
«Non sono frocio! È che non vorrei fare figure di merda, ultimamente sono un po’ scarico, sarà che lavoro troppo…»
«Dalla faccia non si direbbe. Guarda che occhi…»
La bamba.
«Si vede tanto? Non è mia, me l’hanno offerta…»
«Dicono tutti così, tirala fuori dai che ci facciamo una botta prima che arrivi la Nucelli».
«Sul serio Enzo! Controlla se non mi credi».
La faccia impaurita di Gabriele fece sputacchiare Foschi dalle risate. «Sei troppo serio pe’ fa’ lo sceneggiatore… Rilassati, io me faccio fa’ il pieno da Sandokan».

Cercò il domestico e tornò con un nuovo bicchiere di prosecco mentre Gabriele osservava le foto sul caminetto. Si passava da Maria De Filippi a Fabio Fazio, da Raoul Bova a Barbara D’Urso. In una foto la Nucelli era a una tavolata con Vittorio Sgarbi, in un’altra abbracciava Paola Ferrari di 90° Minuto e ce n’era una con Danny DeVito che le arrivava alle zinne. Al centro c’era la foto che Gabriele aveva visto su Google: la Nucelli incoronata Miss Italia da Fabrizio Frizzi nell’88.
Tra gli scatti cercò Foschi ma non lo trovò.
Te credo, non se lo incula nessuno…
Poi si ricordò di una questione in sospeso e domandò: «Enzo, sei stato tu a darle il mio numero?»
Silenzio.
Fa finta di nulla, adesso mi sente…
Si girò a muso duro ma le parole gli morirono in bocca.
Enzo Foschi era riverso sulla chaise longue con gli occhi chiusi e la bocca semiaperta umida di saliva. Il bicchiere era rotolato sul tappeto e la camicia era bagnata di prosecco.
«Enzo!»
Si avvicinò e gli toccò una gamba.
«Enzo… sveglia… oh!»

***

«Fortuna che non c’avevi fame», disse Yuri dopo l’ultimo morso di Glauco a un Crispy McBacon.
Per favorire la digestione furono necessarie due piste nel cesso del Mc e un cicchetto all’aperto con una Camel intrisa di peruviana. Se la passarono come un calumet della pace contemplando il traffico che scivolava verso Ponte Milvio. Quando telefonarono a Gabriele, erano imbefaniti al massimo.
«Non risponde», disse Yuri .
«Ormai se sente ‘sto vip del cazzo», ringhiò Glauco.
Yuri provò a richiamare ma dopo una serie di squilli entrava la segreteria, così indugiarono fuori dal Mc intrippandosi su Facebook coi video di un punkabbestia di Ascoli che offendeva gli inventori della porchetta di tofu, e alle 21:30 decisero di intervenire.

Individuarono il citofono della Nucelli ispezionando tutti i civici di piazzale Clodio.
Rispose il domestico. Parlò Yuri, con garbo: «Buonasera, sto cercando un amico, dovrebbe essere lì…»
«Digli il nome!» sbottò Glauco.
Yuri avvicinò le zanne al citofono. «Si chiama Gabriele Scoccini… Gli può dire che lo stiamo aspettando? Pronto? Prontooo?!»
«Non sai manco citofona’!» Con una spallata Glauco si piazzò davanti al citofono e premette il pulsante col ditone.
Rispose la voce di prima.
«Buonasera, può dire al signor Scoccini che ci saremmo rotti il cazzo? Se non scende lui saliamo noi… Pronto?!»
Avevano attaccato di nuovo.
«Io lo sfondo!» Glauco si attaccò al portone e prese a scuoterlo come un gorilla.
Il vetro tintinnava paurosamente e l’avrebbe sradicato se un tizio con dei baffetti alla Noyz Narcos non si fosse affacciato dalla finestra del primo piano.
«Ahò! Che è ‘sto casino?»
«Scusa, ci apri? Siamo rimasti chiusi fuori», tentò Glauco.
«Come no, se non ve n’annate chiamo la polizia!»
A Glauco partì l’embolo. «E chiamala, stronzo!»
«Stronzo a chi?»
«A te, cornutazzo!»
Yuri lo strattonò per il Woolrich.
«Che cazzo fai, datti una calmata!»
Si spostarono vicino a una Harley Davidson Cross Bones nera, Glauco con una spalla fuori dal giaccone, tremante d’adrenalina come un pugile sul ring.
«Ce l’hai i soldi per il taxi?» chiese Yuri.
«Col cazzo che torno in taxi! Piuttosto aspetto fino a domattina e quando torna Gabriele gli apro il culo».
«Fa’ come ti pare, io prendo il 60 fino alla metro».
«Bravo, bravissimo! Begli amici di merda!».
«Io che c’entro? Prenditela con quel coglione!»
Yuri stava per incamminarsi, quando un rumore di tacchi lo fece voltare verso il semaforo.

Nata a Roma il 18 settembre 1971, partner del cantautore regista sceneggiatore Federico Zampaglione, unica attrice italiana in grado di condensare nel proprio aspetto tutto ciò che rende eccitante una donna senza rimetterci in eleganza e sensualità, Claudia Gerini attraversava la strada ancheggiando paurosamente, tacco alto e gonna corta sotto un cappottino strettissimo.
A Glauco cadde la mascella.
Yuri, per la prima volta in vita sua, chiuse la bocca.
La Gerini non li degnò di uno sguardo, si fermò davanti al portone della Nucelli e col dito dall’unghia curatissima, suonò il citofono. Quando ricevette risposta non si presentò col proprio nome, spinse in fuori le labbra e pronunciò: «Pomofiore».
Tlac!
Aprì il portoncino e se lo chiuse alle spalle affrontando i gradini coi polpacci che guizzavano come salmoni controcorrente.
«Lo sai chi è quella?» chiese Yuri, ingrifatissimo, ma Glauco si era già attaccato al citofono.
«Pronto?»
«Pomofiore!»

***

A gennaio era stato annunciato il ritorno del più longevo talk show nella storia della televisione italiana. La prima puntata del Gaudenzio Stanzo Show, giunto alla ventinovesima edizione, sarebbe andata in onda su Rete 4 il 12 marzo 2016. Una settimana prima della registrazione, gli ospiti erano stati invitati al numero 6 di piazzale Clodio per una seduta di ristrutturazione organica. In corsivo su carta d’Amalfi, chiudeva l’invito la parola d’ordine per partecipare alla serata.

***

Mentre l’ascensore lasciava Claudia Gerini al sesto piano, il citofono della Nucelli suonò di nuovo e il domestico non aprì finché non favorirono la parola d’ordine.
«Caterina!», vibrò la Gerini entrando in casa, «sono così contenta di vederti!»
Si baciarono sulle guance.
«Che sei venuta a fare?» disse la Nucelli squadrandola dalla testa ai piedi. «Ti trovo in formissima!»
«Stai scherzando? Guarda che orrore…» La Gerini pizzicò con le dita la pelle rilassata del collo.
«Tesoro, quello è colpa del cellulare! Ormai lo sanno tutti che stare piegati sullo schermo del telefonino invecchia la pelle».
«Davvero? Non lo sapevo!»
«D’ora in poi i-Phone sempre altezza sguardo e prima di andare a letto una bella spalmata d’olio di cocco e cera d’api».
La Gerini ebbe un attimo di esitazione. «Vuoi dire che stasera non riusciamo a fare nulla?»
«Altroché! Stasera ci diamo tutti una bella rinnovata. Mi spiace solo non potervi offrire più materia prima ma c’è stato un imprevisto con un gruppo di stronzi e ho dovuto sostituirli all’ultimo secondo».
«Chi hai trovato?» chiese la Gerini sbottonandosi il soprabito.
«Due del cinema. Sarebbe stato meglio averne uno a testa, lo so, ma questi sono molto più giovani».
«Mi fido di te. L’importante è che esca di qui col collo di Nicole Kidman».
«Ovvio, anch’io devo correre ai ripari, cosa credi?» Strinse i gomiti e la pelle del seno s’increspò in una serie di grinze.
«Dum loquimur fugerit invida aetas», snocciolò la Gerini in uno slancio oraziano.
«Giusto, diamoci una mossa, anche se come dico sempre: non bisogna combattere il tempo, ma evitare che ci sorpassi. Ajit!?»
Il domestico apparve come se sbucasse da una botola sul pavimento.
«Lo spogliatoio è libero?» chiese la Nucelli.
«No signora. Stanno finendo di cambiarsi».
«Allora portaci due accappatoi in camera da letto».
«Subito signora».
La Nucelli sorrise alla Gerini, la prese per mano e la condusse verso le stanze.

***

Yuri e Glauco si erano fatti le scale a piedi leggendo i cognomi sui campanelli. Alcune targhette erano scolorite. Avevano suonato lo stesso rompendo le palle a mezzo condominio. Al sesto piano la porta era socchiusa e Glauco fece per aprirla.
«Aspetta», lo bloccò Yuri.
«Che c’è?» Il vocione rimbombò sul pianerottolo.
«Non possiamo entrare così…»
«Perché? Quello fa i festini e non c’invita…»
Yuri tirò fuori la palletta di peruviana, la scartò e aspirò direttamente dalla bustina, poi la diede a Glauco che sbafò tutto con un verso suino. «Adesso possiamo entrare».

***

È inutile che scappi, tanto t’acchiappo…
Enzo Foschi rincorreva Eka Kunze in un parco eolico. Erano nudi. Il sedere della tedesca sembrava una pesca matura. Enzo aumentò la falcata mentre di tanto in tanto Eka si voltava con uno sguardo da troia. L’avrebbe agguantata, ci avrebbe fatto l’amore, avrebbe spremuto le sue vesciche seminali dentro di lei… se non fosse inciampato nell’unico sasso nel raggio di 120 chilometri. Eka Kunze non si fermò né rallentò, divenne un petalo rosa e sparì all’orizzonte tra due giganteschi aerogeneratori. Enzo Foschi stava cercando di rialzarsi quando qualcuno gli tese la mano. Dita raffinate, polso sottile. Alzò gli occhi verso quelli di Caterina Nucelli, i capezzoli turgidi come se li avesse strofinati col ghiaccio. L’erezione di Enzo era disumana. Si mise in piedi, afferrò la Nucelli e lei alzò una gamba schiudendo il sesso. Con un colpo di reni, Enzo tentò di penetrarla ma si fece malissimo perché la vagina era occlusa da una sfera di metallo che risuonò come una campana tibetana.

Si svegliò con una signora erezione. La sfera non era nella vagina della Nucelli, ma nella sua bocca.
Dove sono? Che è successo?
Aveva gli occhi pesanti come saracinesche e gli girava la testa. Provò a muoversi. Non ci riuscì.
Era tutto indolenzito.
Chi mi ha legato?
Poi Samuel L. Jackson disse: «Duecentomila like su Facebook non so’ affatto pochi considerando che in giro me se vede poco».
«Io ho superato i trecentomila», disse una voce di donna.
«Mortacci tua!» esclamò Samuel L. Jackson. «Come hai fatto?»
«Mi faccio gestire il profilo da un social media manager, se vuoi ti passo il contatto».
«Costa molto?»
«Lui no. Sono i like che costano. Cinquecento fan venti euro, duecento fan settanta euro. Con trecento… Oh! Si sta svegliando…»
Enzo Foschi aveva mosso un piede sentendo l’aria sulla pelle. Era senza scarpe, senza calzini. Disteso su una superficie rigida. Polsi e caviglie bloccati da lacci ruvidi. Sentiva tutto ma non vedeva niente attraverso le palpebre pesanti.
Quella troia ci ha sedati col prosecco…
«Direi di iniziare prima che si svegli del tutto», disse Samuel L. Jackson.
INIZIARE COSA?
Terrorizzato, veicolò le energie ai muscoli delle palpebre e quando finalmente aprì un occhio riconobbe, in piedi accanto al lettino, l’uomo che aveva doppiato Keanu Reeves in Matrix, Dannis Quaid in Ogni Maledetta Domenica, il drago Smaug ne Lo Hobbit, ma soprattutto…

Ezechiele 25.17. Il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti…

Samuel L. Jackson in Pulp Fiction.
Luca Ward era in accappatoio e tra i lembi scostati, il pene ricadeva moscio sui testicoli. «Dopo il trattamento ce la prepari ‘na cosetta?», domandò con l’inconfondibile pastosità che gli era valsa il Premio Nazionale Leggìo d’Oro.
«Volentieri», rispose la donna, «se Caterina ha gli ingredienti potrei fare una torta porri e noci».
Enzo aprì anche l’altro occhio e vide Tessa Gelisio di Cotto e Mangiato, le anche sporgenti e il pube nero nonostante fosse bionda. Più in là, su un lettino prendisole, Gabriele Scoccini vegetava con una palla in bocca e gli arti bloccati da fasce di cuoio. Davanti a lui fumava una sigaretta Frank Matano.

***

«Grazie Ajit».
La Nucelli fece capolino dalla camera da letto, prese un accappatoio per lei, uno per la Gerini, e prima di richiudere la porta domandò: «Ale e Franz sono arrivati?»
«Sissignora», rispose il domestico.
«Bene, li faccia accomodare e prepari un aperitivo».
Millecinquecento euro al mese di ricarica PostePay – con cui avrebbe finito di pagare la Twingo attirando l’invidia degli altri domestici che ogni sabato incontrava a piazza Manila – valevano per Ajit Pawan il totale disinteresse verso i bizzarri passatempi della donna per la quale lavorava da cinque anni. Certo, avrebbe preferito che fosse qualcun altro a pulire il terrazzo – quei sacchi neri di materiale flaccido e maleodorante gli davano il voltastomaco – ma faceva parte del lavoro, e abituato a racconti di cingalesi sottopagati, eseguiva senza fiatare.
Percorse il corridoio e trovò gli ospiti davanti alla porta di casa.
Strani individui…
Quello alto indossava un cappotto col cappuccio spelacchiato e il piccoletto coi denti da castoro un Lonsdale con la zip e un paio di Nike Squalo sfondate.
Senza dubbio due babbei usciti da un Talent…
«Buonasera. La signora è quasi pronta. Se intanto volete seguirmi…»

Non appena li avesse visti, Gabriele si sarebbe incazzato a morte. Vent’anni di amicizia spazzati via per cosa? Per vedere da vicino le tette della Gerini?
Ovviamente!
Yuri e Glauco seguivano Ajit senza fiatare, i sensi alterati e uno stato di vigilanza mentale estremo. Superata una vetrina di statuette di vip in porcellana, il domestico entrò in stireria e ne uscì con due accappatoi puliti e due paia d’infradito. Offrì il necessario agli ospiti e aprì la porta di fronte: un bagno con pareti a specchio e spogliatoio adiacente alla vasca idromassaggio.
Yuri e Glauco si guardarono come due bambini a Gardaland e una volta dentro chiusero la porta nel momento in cui si apriva quella in fondo al corridoio.
Con movenze da Terme di Saturnia, la Nucelli e la Gerini uscirono dalla camera da letto, passarono accanto al bagno e si diressero in terrazzo.

CONTINUA (qui la prima puntata)

Filippo Santaniello

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