NESSUN DOLORE (2/2)

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Serena Mazzini, Ray of light

“Era passato circa un anno da quando Yozora e Komugi avevano scoperto la verità su Shiruku. Nulla era cambiato tra di loro.” Seconda e ultima parte di Nessun dolore (la prima qui) di Serena Mazzini (sua anche la fotografia: Ray of light) che la settimana scorsa ha giurato nei commenti di non essere Lionhearted (e noi ci crediamo, continueremo a cercare, sebbene ormai il cerchio si stringa attorno a Francesco Quaranta – caso quasi chiuso?).

Le giornate passavano veloci al campo, tra le lezioni, gli allenamenti, le punizioni, la fatica, il sudore. Coloro che erano entrati come bambini innocenti, stavano ormai diventando uomini. Le loro voci stavano cambiando, i loro corpi diventavano più scolpiti, i loro volti stavano subendo dei mutamenti, a qualcuno già iniziava a crescere la barba. Era passato circa un anno da quando Yozora e Komugi avevano scoperto la verità su Shiruku. Nulla era cambiato tra di loro. Anche durante gli allenamenti, qualora i ragazzi avessero dovuto scontrarsi con lei, la trattavano come se fosse un ragazzo e, qualora Shiruku percepisse che la stavano trattando come una femmina, li guardava con disappunto e le sue movenze si facevano più aspre. Era passato circa un anno e, solo in quel giorno, solo in quel giorno di maggio, Komugi capì ciò che Yozora gli aveva detto quella sera, sul promontorio. Quando vedeva Shiruku sorridere a qualcuno, quando la vedeva appoggiare la mano sulla spalla di qualcuno, sentiva dentro di sé una sensazione irreprimibile, una sorta di dolore al petto, alla testa, un sudore freddo che gli squarciava il cranio. La stessa cosa gli succedeva quando Shiruku e Yozora parlavano tra di loro o si sorridevano. Cosa gli stava succedendo? In che modo poteva esprimere quelle sensazioni? Decise di fare una passeggiata nel bosco, da solo. Si diresse verso il tempio e cercò conforto in quell’odore misto di incenso e spezie. Stava per tirar fuori dalla tasca il quadratino profumato che ormai otto anni prima Yozora gli aveva regalato, quando…
«Komugi!», sentì urlare, «Komugi, dove sei?»
Era Yozora che correva disperato tra gli arbusti, in cerca del suo amico.
«Cosa succede Yozora?»
«Shimuku è scomparsa».

Erano passati tre anni da quel giorno. I ragazzi avevano cercato Shimuku ovunque, avevano allertato i compagni e i generali, ogni centimetro del bosco era stato ispezionato più volte. L’unica soluzione era che Shimuku, autonomamente o forzata da qualcuno, fosse caduta nelle gelide acque del mare. Yozora e Komugi ne erano usciti distrutti ma non potevano mostrarsi deboli dinnanzi agli altri, sarebbero stati uccisi. Yozora era sempre stato quello con l’animo più forte, fin da quando erano bambini. Con il tempo la sua unica ambizione divenne quella di diventare il più abile tra i guerrieri. Si allenava giorno e notte, sul promontorio o al campo; il suo corpo, ormai quasi adulto, diventava sempre più scolpito e la sua forza era ammirata da tutti i compagni e dai ragazzi più giovani.

Mancava solo un anno alla fine dell’addestramento e tutti sapevano che Yozora sarebbe diventato uno dei più temuti guerrieri dell’esercito dei generali. Komugi invece era sempre stato fragile. La perdita di Shimuku era stata devastante per la sua anima. Ogni notte, prima di addormentarsi, stringeva il piccolo quadratino di stoffa tra le dita, chiedendosi se mai l’avrebbe rivista. Certo, continuava gli allenamenti, ma in lui erano tangibili i segni di una malinconia soffocata, di un sentimento rinchiuso da qualche parte nel suo corpo, bloccato, circondato da spesse coltri di nebbia, sepolto lì, nei più profondi giacigli della sua anima. Nonostante tentasse di arginare quel peso che sentiva dentro di sé, nonostante la solitudine non gravasse su di lui, si rendeva conto di essere diventato molto più schivo e solitario e di provare piacere solo quando riusciva a concentrarsi su qualcosa di concreto. Occupava la mente nei più svariati modi, dalle preghiere nel tempio alla costruzione di spade di legno per i bambini più piccoli. Era sempre amico di Yozora ma qualcosa in lui era cambiato, era come schiacciato da delle mani invisibili che facevano sì che spesso era per lui impossibile far uscire qualsiasi suono dalla sua bocca che non fosse un sospiro. Si interrogava sul trascorrere del tempo. Sembrava essere volato quando Shimuku era ancora lì mentre ora sembrava non passare mai. Si rese conto che poteva ricordare con facilità moltissimi episodi di quando la ragazza era ancora con loro ma con difficoltà riusciva a ricordare nitidamente di qualcosa avvenuto negli ultimi anni. Forse perché il tempo è qualcosa di così variabile a livello di percezione, pensava Komugi. Potremmo vivere in pochi secondi gli istanti più importanti della nostra vita, forse senza nemmeno rendendocene conto. Uno sguardo, i silenzi, le esitazioni. Potremmo sentire tutto in quei momenti. Tutto quello che renderebbe lucente la nostra anima. E poi, poi potremmo vivere il resto della nostra vita senza che il tempo non ci regali altro che secondi che si sfiorano prima di soccombere uno sull’altro. Forse è questo ciò che rende così malinconici, ciò che rendeva così malinconico Komugi: il tempo passato nella solitudine è solo un accavallarsi di istanti mentre il tempo condiviso con qualcun altro si può chiamare memoria. È così che nascono i ricordi, dalla condivisione parziale del tempo.

A questo cose pensava Komugi mentre camminava vicino allo strapiombo.
Forse dovrei solo chiudere gli occhi e cadere…
Era così vicino a buttarsi quando dietro di lui sentì una strana presenza. Gli sembrava di vedere il profilo di un cavallo o di un altro animale completamente ricoperto di bende, anche attorno agli occhi. L’animale si avvicinava lentamente a Komugi e la cosa strana è che il ragazzo non provava paura ma una sorta di mistica eccitazione. L’animale era ormai a qualche metro da lui quando riuscì a capire chiaramente che era un cavallo ricoperto di un’unica benda che gli girava attorno al corpo. Sentì come un richiamo, qualcosa che lo spingeva ad avvicinarsi. Allungò una mano verso l’animale, gli toccò il muso e in quel momento la benda iniziò ad avvolgere il corpo di Komugi, velocemente, come una danza. La benda gli girava attorno e lui si sentiva come avvolto da un abbraccio infinito. In poco tempo il ragazzo era completamente avvolto, nemmeno il viso era rimasto scoperto. Il ragazzo e l’animale erano uniti dalla benda che non si spezzava mai, andando ad avvolgerli entrambi. Fu allora che il cavallo iniziò a camminare e Komugi non poté fare altro che seguirlo, fidarsi dei suoi passi e ricalcarli nel buio della sua cecità.
A un certo punto il terreno si fece più soffice, sabbioso. Fu allora che il cavallo si fermò. Komugi iniziò a sentire le bende slegarsi e lasciarlo di nuovo libero, era difficile mettere a fuoco ciò che lo circondava dopo tutto quel tempo passato nel buio ma capì subito di trovarsi in una grotta.

Vide la benda ritornare sul corpo del cavallo e poi, a poco a poco, scivolare via dal corpo dell’animale. Non poteva credere ai suoi occhi, non poteva credere a quello che stava succedendo a pochi centimetri da lui. Più la benda volava nell’aria, più il corpo del cavallo dava forma a un corpo umano, al corpo di una donna, al corpo di… «Shimuku», sussurò Komugi. La ragazza lo prese per mano e gli sorrise. Chiuse gli occhi e fu allora che Komugi potè vedere nella sua testa tutto quello che era successo, come se fosse stato lui a viverlo. Vide Yozora parlare con Shimuku sul promontorio, lo vide avvicinarsi a lei e vide lei respingerlo, li vide lottare e poi sentì tutto il peso dell’aria trascinare il corpo di Shimuku verso le onde e il suo corpo piegarsi sugli scogli. Vide la sua anima scivolare tra le acque, cercare riparo, illuminarsi, la vide cercare la riva, sentì quanto violentemente stava lottando per rimanere su questa terra.

«Non so Komugi come sono arrivata fin qui, come queste bende mi abbiano avvolta o come sia possibile per me trasformarmi. So soltanto che la mia anima voleva così fortemente ricongiungersi a te che ora siamo qui. Ce l’hai ancora il nostro quadratino profumato?»
Komugi lo estrasse dalla sua tasca e lo porse a Shimuku. La ragazza aprì la stoffa, avvicinò i due quadratini riportandoli alla loro forma originale.
«Me lo aveva regalato Yozora», disse la ragazza, «e io poi l’ho diviso per darne un pezzo a te. Mi chiedo come sia diventato ciò che è ora. La nostra promessa però s’è mantenuta pura: nessun dolore».

E così dicendo, prese il ragazzo per mano, iniziò a correre, lì sul fianco del promontorio e, arrivata vicino al margine, si gettò, trascinando il ragazzo con sé. Le loro anime divennero fasci di luce colorata che iniziarono a risplendere nelle profondità del mare, iniziarono a danzare in quella distesa infinita di acqua, leggeri come se fossero luci, senza sentire il peso della gravità che li avvolgeva. Shimuku era una fascio di luce rosa pallido ma luminosissimo mentre Komugi s’era trasfomato in un fascio di luce blu cobalto. Iniziarono a intrecciarsi, come se non fossero solo luce ma corpi, come se fossero ancora fatti di carne entravano uno nell’altra, creando vortici infuocati. Dalla loro unione si sprigionarono infiniti fasci di luce che racchiudevano in loro tutte le variazioni di colore possibili e che iniziarono a danzare nell’acqua, illuminando il mare. Il loro amore aveva superato i confini della morte e le loro anime avrebbero danzato per sempre continuando a colorare i mari d’oriente.

おわり

(la prima parte è qui)

Serena Mazzini

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