NESSUN DOLORE (1/2)

Oggi su Verde ospitiamo per la prima volta una autrice che è già stata con noi per un mese. Chiaro, no? In realtà è semplicissimo: a maggio i nostri racconti inediti hanno indegnamente accompagnato gli scatti di Serena Mazzini, che a sorpresa qualche settimana fa ci ha inviato in lettura Nessun dolore, un racconto molto bello che abbiamo deciso di pubblicare in due parti (la seconda mercoledì prossimo). Non avendo altri racconti inediti da accompagnare all’inedito di Serena, abbiamo optato per una fotografia di Serena medesima, che così diventa la prima autrice unica della storia di Verde (una cosa molto Dylan Dog anni Novanta).
Tante certezze, un solo dubbio: abbiamo finalmente scoperto chi si nasconde dietro Lionhearted? Sei tu Serena? (Risp nei commenti pls).

Il promontorio si ergeva con i suoi fianchi ripidi sopra il mare, senza che la durezza delle onde spinte dal vento potesse in qualche modo scalfire la sua forza. Erano passati ottanta anni da quando i generali avevano preso il comando dell’isola, destituendo l’Imperatore che, messo in ginocchio con tutta la sua famiglia, aveva dovuto leggere da una pergamena, trattenendo le lacrime, le parole che i futuri despoti avevano pensato per la sua dipartita, resa ignobile e vergognosa quanto più possibile: “Io, Imperatore del cielo e della terra, dichiaro qui, dinnanzi ai miei figli e al mio popolo, la mia natura umana e non divina. Io, qui davanti all’estensione fisica della mia forza, alle terre che per generazioni la mia famiglia ha conquistato con la lotta e con il sangue, dichiaro la mia sconfitta. Da questo momento io, come tutti voi, obbedirò al Generale Nishima e le mie vesti e i miei capelli verranno gettati nelle acque, così che possano perdersi nella loro infinita profondità”.
Da quel tempo tutti i bambini dell’isola, il giorno del compimento del quinto anno di vita, venivano strappati dalle loro famiglie e, portati sulla cima del promontorio, seguivano dodici anni di allenamenti per poter diventare dei guerrieri nobili ma efferati, indottrinati giorno per giorno alla più completa dedizione verso i generali.

Erano passati sette anni da quando Komugi, Yozora e Shiruku si erano ritrovati compagni di addestramento al campo. Come tutti i bambini erano stati divisi in gruppi da trentatré, a seconda del mese di nascita e del villaggio di provenienza. I bambini nati nello stesso mese erano messi nello stesso gruppo ma ognuno di loro doveva venire da un villaggio diverso. La solitudine iniziale, il senso di abbandono e l’insicurezza avrebbero temprato il loro spirito, rendendoli più forti. Questo era il volere dei generali. I tre bambini avevano fatto amicizia fin da subito, da quando il carro che veniva a portarli via dalle loro famiglie si era fermato a Kodokuma Umi, il villaggio di Komugi. Yozora e Shiruku erano già su quel carro; Shiruku aveva vissuto il distacco dalla propria famiglia con una tale disperazione da cercare di soffocarsi con un lembo strappato dai suoi piccoli calzoncini marroni. La sua mamma era malata e, in cuor suo, nel cuore inconsapevole di un bambino di cinque anni, sentiva una strana sensazione di soffocamento, un peso sul petto che non capiva e che tentava di scalfire strisciando forte la sua manina dalla gola all’ombelico. Non capiva che, dentro di sé, sapeva che la sua mamma sarebbe morta senza che avesse potuto rivederla un’ultima volta. Yozora si avvicinò a Shiruku e, prendendogli la mano, gli mise sul palmo un cartoncino colorato e allo stesso tempo trasparente, che emanava un profumo denso, tranquillizzante.
«Me l’ha dato la mia nonna», disse Yozora, «dentro ci ha messo buccia di arancia e fiori di gelsomino. È il profumo della mia mamma. La nonna mi ha detto che l’ha costruito per me, al santuario di Kogi. Ha detto che mi avrebbe protetto dal dolore. Ora è tuo».

Komugi salì sul carro piangendo, sentì l’odore acro della paglia misto all’urina dei piccoli bambini che già affollavano quell’ambiente che li avrebbe portati lontani da casa, e in quella distesa di disperazione e paura vide due bambini sorridenti che parlavano tra di loro. Erano Yozora e Shiruku. Si avvicinò a loro sperando di allontanare da sé quelle sensazioni lugubri e Shiruku gli mostrò il regalo di Yozora. I tre legarono subito e Shiruku, strappando un altro lembo dei suoi calzoncini, divise il cartoncino a metà e il suo contenuto all’interno della stoffa che teneva ancora stretta tra le mani. Fece un fiocco e disse: «Tieni Komugi, tienine un po’ anche tu. Ora il dolore non ci sfiorerà mai».

Erano passati sette anni da quel giorno, nuovi bambini sarebbero arrivati sul promontorio mentre loro crescevano, imparavano l’arte della guerra, studiavano la matematica e la storia, si esercitavano sulla punta più alta del promontorio là, vicino al limite dello strapiombo, nell’antica arte della spada. Si stavano esercitando anche quel giorno, quando Shiruku cadde a terra e dai suoi pantaloni iniziò a sgorgare del sangue, rosso come la vita, denso come la morte. Yozora e Komugi corsero dall’amico, lo portarono tra gli alberi così che i maestri non lo potessero vedere. Chi veniva ferito o mostrava incapacità o falle fisiche durante l’allenamento veniva infatti spinto nelle profondità marine. Nessuno era mai riuscito a risalire.
«Ho male alla pancia», disse Shiruku, e i suoi occhi si chiusero. I due amici cercarono di capire da dove provenisse quel sangue, se fosse una ferita o un maleficio. Aprirono la sua tunica e rimasero in silenzio a fissare il suo corpo. I bambini non potevano mai stare a contatto tra di loro senza vesti perché i generali dicevano che la nudità imbratta lo spirito, così non avevano alcuna cognizione di come potesse essere un corpo diverso dal proprio. Dal silenzio e dal loro sguardo, i due bambini capirono che c’era qualcosa che non andava nel corpo di Shiruku. Senza confrontarsi, espressero nello stesso momento lo stesso pensiero: «Portiamolo nel tempio, dal vecchio saggio».

Il vecchio saggio era un uomo dall’animo gentile, era premuroso ed amichevole con tutti e per i più piccoli incarnava un collegamento con la propria famiglia, lo vedevano come un nonno pronto ad aiutarli nei momenti di dispiacere e sconforto, a volte con le parole, altre indirizzandoli verso lunghi e silenziosi pomeriggi di preghiera. Yozora e Komugi portavano l’amico sulle spalle, coprendolo con le sue vesti. Entrarono nel tempio e chiamarono il vecchio saggio che disse loro di sdraiarlo davanti all’altare. Il vecchio esaminò il corpo di Shiruku, vide il sangue sulle vesti, il sangue tra le sue gambe e, inginocchiandosi davanti all’altare del dio Yotzama, piegò la testa e disse: «Shiruku è una donna». I due bambini increduli erano pieni di domande, sentivano dentro di loro sensazioni contrastanti, non potevano spiegarsi quale tipo di maleficio avesse colpito il loro amico. Volevano sapere, volevano avere risposte, ma il vecchio saggio disse loro: «È affetta dalla malattie delle donne, una malattia dolorosa ma allo stesso tempo indispensabile perché è ciò che permette loro di trasformare anime perdute in bambini che crescono nel loro grembo. Lasciatela riposare ora».
Yozora e Komugi erano pieni di pensieri confusi. Una femmina? Cosa ci faceva lì, una femmina? Ora che lo avevano scoperto loro, potevano scoprirlo anche i generali? L’avrebbero rimandata a casa? O peggio, l’avrebbero uccisa?

Se ne stavano sulle scale del tempio, seduti con i gomiti appoggiati sulle ginocchia e le mani aperte a contenere il viso, come fossero una coppa. Non parlavano ma i loro pensieri erano gli stessi. Ciò che provavano era paura, paura che le cose cambiassero, che il loro amico se ne andasse, che non lo vedessero mai più. Fu a quel punto che il vecchio saggio li richiamò all’interno del tempio. Shiruku era sdraiata davanti all’altare, con una coperta addosso, dei cuscini sotto i piedi che le tenevano le gambe sollevate. Fece cenno agli amici di avvicinarsi.
«Caro Yozora, caro Komugi. Spero possiate perdonarmi se vi ho mentito, se ho tenuto nascosta la mia vera natura. Io sono una donna. Non sapevo che un giorno sarebbe uscito del sangue dal mio corpo e questo avrebbe rivelato ciò che sono. Dovete sapere che sono nata come terzogenita. Mio padre si vergognava così tanto di non aver avuto maschi, di non potersi vantare che almeno uno dei suoi figli fosse in addestramento sul promontorio che quando nacqui disse a tutti che ero un bambino. Nonostante l’insistenza di mia madre e le sue amorevoli cure, sono stata cresciuta come un maschio, preparandomi al giorno in cui sarebbero venuti a prendermi per portarmi qui. Sono state le mie sorelle a farmi conoscere le differenze dei corpi, a dirmi ciò che ero. È sempre stato il mio più grande segreto, fin da quando aspettavo che tutti dormissero per pettinare i capelli alle loro bambole e ungermi la pelle coi profumi di mia madre. Nonostante questo sono cresciuta forte, sono abile con la spada e nel confronto diretto e per questo vi prego di non rivelare nulla ai generali. Mi ucciderebbero».
Komugi estrasse dalla tasca della sua veste il quadratino profumato che sette anni prima Shiruku aveva diviso con lui. «Nessun dolore, ricordi? Questo sarà per sempre la prova che finché staremo tutti insieme, nulla ci potrà fare del male. Non permetterò mai che tu possa morire».

I ragazzi uscirono dal tempio, lasciarono Shiruku nella mani del saggio e tornarono sulla cima del promontorio. Gli allenamenti erano ormai terminati e il tramonto colorava l’inizio della notte. Fu Yozora questa volta a parlare: «Komugi, ci conosciamo da sette anni ormai. Il nostro legame è indissolubile. Un giorno non troppo lontano ce ne andremo da questo promontorio e la nostra vita sarà dedicata a proteggere gli altri. Il fatto che Shiruku sia una femmina, una donna ormai, spero non attacchi la nostra amicizia».
Komugi non rispose, non capiva il senso di quelle parole. Perché la scoperta che Shiruku fosse una femmina avrebbe dovuto in qualche modo cambiare la loro amicizia? Erano cresciuti insieme, insieme avevano affrontato le insidie e le difficoltà dell’allenamento e per altri cinque anni le avrebbero affrontate. Nulla sarebbe cambiato.

つづく

 

Serena Mazzini

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