BACKUP

Qui su Verde, in questo primo anno di blog, di fantascienza se n’è vista poca o niente: un racconto classico di Bruno Ballardini, la scatience-fiction di Vinicio Motta (o in qualsiasi altro modo vogliate definirla) e alcune cose (in senso molto lato, d’accordo) di Paolo Gamerro. Di Guido Zanetti avevamo letto alcuni mesi fa il bello e acerbo Revolver, che fantascienza proprio non è, a differenza di Backup. Siamo ai tempi della Quarta Rivoluzione Industriale  e il “Processo Metempsychosis” ha finalmente inverato, in synth-meat, il sogno (o incubo) pitagorico dell’immortalità di anime vecchie in corpi nuovi: “Non era teletrasporto, pensò. Non era uno spostamento nello spazio, né nel tempo. No, lui era morto. Poi rinato, per la settima volta.”
Fotografia di Federico Arcangeli (da Where is my mind?).

Asettica. La stanza ovale, priva di ombreggiature, con le pareti bianche, il mobilio plastificato, era del tutto asettica. Cole non percepiva odori, nemmeno dai dirigenti seduti attorno al tavolo in laywood: la synth-meat, tipicamente, non ne aveva.
La congrega di completi e cravatte ascoltava pazientemente l’assegnazione degli incarichi. Marvin gli mormorò timorosamente all’orecchio: «Spero che non mi tocchi un trasferimento. Ho l’anniversario con mia moglie, questa settimana».

Tutti loro erano stati trasferiti almeno una volta, durante la loro carriera. Non era possibile avanzare di grado senza un trasferimento. Era il loro battesimo del fuoco, la soglia per entrare nell’Olimpo della classe dirigente. Seduto di fronte a lui stava Richard Mayer, un giovane e rampante arrampicatore, fresco di accademia ma vergine di trasferimento. Era il solo corpo naturale presente in sala. Il solo ad avere ancora odore. Odore di sudore acido, freddo. Sudore da panico.
Il direttore leggeva i nomi degli incaricati, i corpi che sarebbero stati trasferiti per controllare l’andamento delle estrazioni. La puzza del terrore di Mayer gli invadeva le narici, ma non sarebbe durato a lungo. Presto anche lui non avrebbe più avuto odore.

La “Solaris United” era attiva da decenni nel campo delle estrazioni minerarie interplanetarie, un settore nato nel 2043, quando le prime spedizioni colonizzatrici partirono per gli esopianeti rocciosi. Una volta stabilite le prime colonie, dopo viaggi durati decenni, le compagnie estrattive, attratte dai nuovi profitti, cominciarono le loro spedizioni. Vennero costruiti impianti, stabilimenti di lavorazione, le basi di lancio per le navi cargo, pilotate da computer.
Tuttavia, la distanza di quei pianeti rendeva i controlli diretti complicati, nonostante le velocità impressionanti che le navi avevano raggiunto durante la Quarta Rivoluzione Industriale. Una nave potente impiegava un tempo di circa quattro anni per raggiungere l’atmosfera terrestre. Per questo i carichi erano i più imponenti possibili: centinaia e centinaia di tonnellate plastiche naturali, silicio, coltan. E per questo, quando un carico partiva, era necessario che qualcuno venisse trasferito sul posto, in tempi brevi e in maniera efficace. La compagnia infatti si ritrovò ben presto con impiegati giunti a destinazione senza braccia, privi di cervello, o con gli organi interni fusi in una poltiglia. Ci furono molte cause e indennizzi da milioni di dollari, ma il progresso tecnologico rese i trasferimenti sempre più sicuri. Un’intera generazione di colletti bianchi nacque da quello che chiamarono “Processo Metempsychosis”.

«Melvin Cole».
Cole alzò lo sguardo verso il Direttore, mentre annotava con un pennino sullo schermo del tablet.
«Trasferimento. Kepler-452-B. Richard Mayer».
«S-si?»
La voce di Mayer era tremula. La risposta rapida, lanciata come un sasso, tradiva il suo nervosismo, nonostante tentasse di apparire calmo nel suo completo sintetico firmato.
«Trasferimento. Kepler-452-B. Cole, te lo affido».
Cole annuì piano, senza parlare. Mayer sudava a fiumi. La sua fronte brillava di tante goccioline. L’idea del trasferimento lo terrorizzava. Per Cole era divenuta una prassi. Non c’era veramente bisogno di essere guidati, solo rilassarsi e lasciarsi andare.
«È tutto, signori».
L’ologramma sparì, tra gli ossequi di tutti.

La poltrona per la Metempsychosis venne preparata, perfettamente calibrata da un computer per assumere la forma esatta della sua schiena. Cole si sdraiò e osservò il fascio di laser verdi scannerizzare il suo corpo. Quando gli passò sugli occhi, non poté fare a meno di chiuderli, accecato dal flash che da verde diventava bianco.
«Occhi aperti, signor Cole».
Inspirò, alzò le palpebre. Si lasciò scannerizzare. Quella era forse l’unica cosa alla quale non si sarebbe mai abituato.
«La ringrazio, signor Cole».
Il dottor Makamoto, direttore della Sezione Trasferimenti, si sporse su di lui, il casco neurale tra le mani. Lo poggiò sulla testa di Cole, assicurandosi che le ventose aderissero correttamente alle tempie e alla nuca. Al cuoio capelluto applicò dei piccoli aghi. Pizzicavano leggermente. Nulla di intollerabile.
«Il backup inizierà tra pochi secondi».
Mentre inizializzava la sequenza, si frugò nella tasca del camice. Ne estrasse una capsula dal colore ambrato.
«Antidolorifico?»
Cole accettò e prese la capsula molle tra le dita.

Il backup neurale è sempre un’esperienza strana. Si avverte chiaramente lo svuotamento, i recettori, i neuroni, gli internodi che pezzo per pezzo vengono ripuliti.
Iniziò con la corrente elettrica che gli attraversò la calotta cranica. Ne poteva sentire il movimento, dapprima ondeggiante, dentro e fuori, poi solo fuori. Come se le sinapsi venissero risucchiate all’esterno.
La tensione si fece più forte. Maggiori sono le informazioni immagazzinate in un cervello, maggiore è la tensione che un individuo sente. A cinquant’anni suonati, era inevitabile soffrire. Guardando Mayer, in piedi in un angolo, sentì una nostalgica invidia per il suo cervello trentenne. Essendo lui così giovane, il dolore sarebbe stato una bazzecola.
Invece lui cominciava a soffrire. Makamoto, con un cenno della mano, diede il comando alla macchina di aumentare l’intensità. Il backup vero e proprio stava iniziando, così come la sofferenza.
Cole schiacciò la capsula con i denti, facendone strabordare il liquido anestetico, velocemente assorbito dalle mucose orali. Improvvisamente, l’infernale formicolio si trasformò in un piacevole ronzio di fondo.
La sua coscienza cominciava a sbiadire. La lucidità lo lasciava lentamente. In una manciata di secondi, Cole dimenticò la sua destinazione. Il suo incarico. Il suo ruolo.
Si guardò intorno, senza riconoscere la macchina a cui era collegato. Incapace di capire chi fosse l’uomo in camice bianco che sembrava dirigere quello scatolone bianco. O chi fosse il giovane ben vestito, che lo guardava profondamente inquieto.
Ben presto non riuscì a ricordare la sua vita. La sua identità. I volti dei suoi cari, di sua moglie, dei suoi figli, vennero avvolti dalla penombra. Statue immobili, che pezzo per pezzo perdevano significato.

Al culmine del ronzio, Cole non ricordava più alcuna forma di espressione, di coordinazione. Non era più in grado di compiere un ragionamento.
Solo uno spasmo, solo quello gli riusciva. Al massimo della tensione muscolare, il ronzio raggiunse il suo apice, diventando un sibilo continuo, assordante, penetrante.
Infine, il corpo vuoto di Melvin Cole si accasciò. I muscoli si rilassarono tutti contemporaneamente, la testa si reclinò di lato, con la lingua a penzoloni, gli occhi vitrei spalancati.
Mayer fissò lo spettacolo con orrore, mentre Makamoto poggiò due dita per controllare i battiti.
«Backup completato. Ora del decesso: tredici e ventitré».
Makamoto inviò i dati del backup, per poi voltarsi verso Mayer.
«Tocca a te, ragazzo».
Mayer quasi svenne.

La stampante 3-D della Sezione Ricevimenti di Kepler-452-B cominciò a fischiare, mentre il raggio laser scolpiva i contorni nel blocco di synth-meat. Dalla massa informe, di colore rossastro, emerse una figura umana. Il laser definì i particolari, scolpendone gli organi interni.
Quando il corpo fu estratto dal suo involucro informe, i dottori confrontarono le fattezze con la foto di Melvin Cole inviata dalla Terra. Accertarono la funzionalità degli organi e l’accuratezza delle proporzioni. Quando il campione superò i controlli, fu dato l’assenso all’inizializzazione.
Un lampo di luce. Il mondo aveva la consistenza dell’energia. Le prime figure cominciarono a emergere dal bagliore bianco. Sempre più definite, sempre più chiare. Sua moglie e i suoi figli tornarono alla mente. La sua vita passata, tassello per tassello, si ricomponeva. Ricordo dopo ricordo, tutto tornò alla luce.
Dopo un’iniziale serie di vagiti, i versi sconnessi presero ad articolarsi.
«Wuoo… Buoo… Buonorrrr…. Buongiorno… Melvin Cole…»
«Benvenuto signor Cole. La stavamo aspettando».
Cole mosse i suoi primi passi nel suo nuovo corpo. Il settimo che cambiava. Tutte le volte, non poteva fare a meno di traballare. Di sentirsi male.
«Antiemetico, signor Cole?»
Makamoto – o meglio, la sua copia di backup – era di fronte a lui, con una capsula azzurrognola tra le mani. Cole prese l’antiemetico e domò immediatamente il senso di nausea. Poi si sedette, e lesse i rapporti sulla spedizione, già preparati per lui, mentre attendeva il trasferimento di Mayer.

Queste erano le meraviglie dell’Era Planetaria. Il progresso che l’umanità aveva sempre e solo sognato. La rottura dei limiti del corpo. La realizzazione della metempsicosi, tanto teorizzata dai pitagorici.
Cole bevette una tazza di caffè. I sapori, gli odori, lo colpivano come non mai, in quel nuovo corpo nuovo. Ora ogni cosa era una prima volta.
Non era teletrasporto, pensò. Non era uno spostamento nello spazio, né nel tempo. No, lui era morto. Poi rinato, per la settima volta. La sua mente era stata conservata. Trasferita. Impiantata in un nuovo involucro. Non era una vera morte. Solo una morte del corpo, quell’involucro sacrificabile e sostituibile. La sua essenza, tra database e processori, era stata conservata intatta.

Questa era la meraviglia dell’Era Planetaria. L’assenza di limiti, la sconfitta della biologia. Il dominio finale dell’uomo tecnologico sulla sua stessa natura. Sulla sua vita e sulla sua morte. Questo pensava, mentre osservava la copia di backup di Makamoto preparare il nuovo synth-body per Mayer. Quel corpo artificiale, dall’aria così tranquilla. Come un’anima che non ha ancora lasciato l’inesistenza, non ancora intaccata dalle pene dell’essere. Presto avrebbe aperto gli occhi, un’anima vecchia in un corpo nuovo, pronta a vivere di nuovo. Senza confini. Senza debolezze. Senza odore, come lui.
Finalmente, l’immortalità.

Guido Zanetti

Salva

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...