IO SONO JEFF BUCKLEY

Io sono Jeff Buckley è un racconto su Jeff Buckley e il mondo dei sosia. Il protagonista va in crisi il giorno in cui scopre che Jeff Buckley, quello vero, è ancora vivo. È una storia mainstream senza elementi fantastici. Per me è la prima volta, sono emozionato”.
La stagione preferita di Vinicio Motta è l’estate, quella in cui scrive di più grazie alla fase maniacale del suo disturbo bipolare. Dove ci condurrà la lunga estate di Verde? Condurrà da qualche parte la lunga estate di Verde? Vinicio assume litio o acido valproico? Per scoprirlo dovrete continuare a seguirci. E non dite che non ve l’avevamo detto, siamo gente di parola noi. Ad esempio: venerdì abbiamo salutato DeadTamag0tchi con un profetico “tanto torna prima o poi”. Ecco, è già tornata (Conversazioni con mia madre).

Non ho più un lavoro: la TV ha appena detto che Jeff Buckley è vivo.
Il mio idolo musicale è tornato…
Dovrei impazzire di gioia.
E invece no: sono a pezzi.
Ero diventato Jeff Buckley in tutto e per tutto, al punto da non riconoscermi più come Giulio Mastandrea.
La mia vita. Era. Perfetta.
I pompini delle fan, gli autografi, i concerti. Mi mancherà tutto. Moltissimo.
Spengo la TV e mi affaccio alla finestra della cucina.
Da oggi tutti i miei ammiratori correranno dal vero e quasi cinquantenne Jeff Buckley. Che poco importa se non farà più musica: il suo nome, a differenza del mio, brilla di luce propria.

Il mio smartphone inizia a squillare.
Mi volto. Il telefono è sul tavolo. Lo guardo. Sul display: Merri Cyr. Accetto la chiamata.
«Cosa vuoi?»
«Ho una proposta da farti»
«Sono tutt’orecchi».
«Io e un mio amico stiamo lavorando a un articolo per il prossimo Rolling Stone. Parlerà del ritorno di Jeff. Conterrà anche delle interviste. Una delle quali vorremmo farla a te».
Merri Cyr, fotografa ufficiale di Jeff Buckley. Ho il suo numero di telefono perché un paio di anni fa la contattai chiedendole se fosse interessata a fotografarmi durante i miei tour. Rifiutò.
«Volentieri» dico. Pubblicità gratuita. Dio mi ama ancora.

Sono le undici del mattino e la giornata è calda e soleggiata.
Io e la mia ragazza Blondie chiacchieriamo seduti a uno dei tavolini esterni dello Strawberry Street, il mio bar preferito. Io sorseggio un frappè al ribes. Blondie, invece, mentre si guarda intorno trasognata, un caffè d’orzo.
«Come stai?»
«Una favola, tesoro! Mi sento meravigliosamente confusa e vuota, stamattina».
Blondie è ossessionata dalla bambolina di plastica Barbie. Da nove mesi ricorre a chirurgia plastica e ipnoterapia per diventare sexy e decerebrata proprio come il giocattolo-icona della Mattel.
«Scopiamo?», mi chiede.
La prendo per mano, ci alziamo e ci chiudiamo a chiave nel bagno del bar.
Rubizza in volto, Blondie mi slaccia i pantaloni, si inginocchia e comincia a succhiarmi con foga il cazzo già duro.
Le sborro in bocca.
«Ti amo» le dico.
«Vado a pagare il conto, offro io».
Facciamo shopping in centro e poi ci dividiamo. Blondie ha un impegno di lavoro.

Rientrato a casa, mi stravacco sul letto e telefono a Merri Cyr.
Nessuna risposta.
L’intervista per Rolling Stone avrebbe dovuto farla ieri pomeriggio.
Merri l’ha rinviata a data da destinarsi. Con un sms: “Dobbiamo rimandare. Merri”.
Telefono subito al mio amico Alan Ashcroft, celebre sosia dell’allenatore di calcio Claudio Ranieri.
«Giulio! Devo assolutamente raccontarti di ieri sera».
«Lasciami indovinare», gli dico, «ti sei fatto una tipa».
«Non ho mai visto delle tette così grandi!»
«Alan, ho bisogno di un tuo consiglio».
«Ti ascolto!»
Gli racconto tutto. Da quando è tornato Jeff Buckley mi sento un fallito. Cosa potrei fare per stare meglio?
«Semplice amico mio, devi diventare qualcun altro. Io l’ho fatto. Rendendo così possibile la mia attuale metempsicosi».
«Di chi eri il sosia, prima che diventassi Claudio Ranieri?»
«Non è importante. E sai perché?»
«No».
«Perché ero l’avatar di una nullità».
Consiglio inutile. Jeff Buckley è più famoso che mai. «Ci penserò su», dico, e chiudo. Prima che Ranieri vincesse il campionato inglese di calcio con il Leicester City, Alan era un consigliere insostituibile. Ora invece non dice che cazzate. Come se non avesse fatto altro in tutta la sua vita.

Ecco la soluzione: chiamerò Merri.
Basta lagne.
Basta alibi.
Sono un adulto, cazzo!
Ma soprattutto: io quell’intervista me la merito più di qualunque altro sosia di Jeff Buckley.

Blondie ha appena traslocato.
Gli spazi della sua nuova casa: camera da letto, bagno, e soggiorno comprensivo di cucinino.
Dopo avermi mostrato frettolosamente il nuovo appartamento, Blondie mi chiede in maniera amorevole di fare sesso con lei.

Mi sveglio.
È notte fonda e giaccio sul pavimento della mia camera. Ho dormito da solo.
Metto a fuoco: accanto a me, in piedi, una sagoma antropomorfa più nera della notte.
Mi spavento e accendo l’abat-jour sul comodino accanto al letto.
Nessun intruso, era solo la libreria. Tiro un sospiro di sollievo.

Telefono a Merri e ottengo la risposta che speravo: l’intervista si farà – è stata rimandata solo perché una delle altre persone intervistate ha chiesto di anticipare la propria.
Ringrazio e saluto la fotografa senza aggiungere altro. Avrei voluto scaricarle addosso la mia ansia, ma ho preferito tenere tutto per me. Ho raggiunto il mio obiettivo, dopotutto.
Mi rimetto a dormire, questa volta sul letto.
Sonno pesante.
Mi sveglio alle undici del mattino del giorno dopo.
Ho dormito abbastanza. No, non è vero: ho dormito troppo poco. Sono confuso: mi sento sia stanco che riposato – non riesco a capire se trovo più gratificante l’idea di riaddormentarmi oppure quella di alzarmi e fare qualcosa di produttivo per la mia carriera.

Esco dalla stanza soddisfatto: l’intervista, secondo me, è andata benissimo – le domande di Merri mi hanno permesso di raccontare anche dei miei successi personali.
Dopo che avranno letto l’articolo, tutti i miei ex ammiratori riprenderanno ad amarmi, ne sono sicuro, perché i fattori che mi rendono un Jeff Buckley migliore saranno di nuovo chiari.
Primo fra tutti: il mio menefreghismo verso le platee che si irritano perché non sanno né chi sono né cosa sto per fare – la mia indipendenza artistica.

Mi incammino verso l’ascensore, voglio lasciare l’albergo e festeggiare ubriacandomi nel bar più vicino.
Shock: mentre attraverso il corridoio, incrocio il vero Jeff Buckley.
Ci fermiamo uno di fronte all’altro.
«Giulio, vero?»
Annuisco.
«Impressionante», esclama.
«Perché sei tornato?»
«Un giornalista mi ha scoperto, pedinato e filmato, la storia sarebbe uscita comunque. Il mio agente mi ha quindi consigliato di anticipare lo scoop, evitando così che i media annullassero con violenza la mia privacy. Ho scelto un ritorno, come dire, soft».
«Ti capisco. Avrei fatto lo stesso».
«Sei mai stato in Giappone?»
«Una sola volta, quattro anni fa. No, scusa… cinque anni fa, era il 2011».
«Ti piacerebbe tornarci?»
«Moltissimo. Adoro i love hotel».
«Tra un paio d’ore ho un aereo per Tokyo. Mi accompagni?
«Uh. Sì, certo». Direi di sì a ogni sua proposta: non sono mai stato così felice di incontrare qualcuno.
«Motivo del viaggio?»
«Ti dirò tutto in aereo».

Giappone. Foresta di Aokigahara.
«Sicuro di voler fare lo scambio?», dico a Jeff Buckley.
«Al cento per cento. Tu?»
«Avremo entrambi quello che sogniamo da sempre: io il successo planetario, tu un’esistenza anonima. Se voglio farlo? Cazzo, sì – non desidero altro».
«È deciso allora: Jeff Buckley è morto».
«Viva Jeff Buckley!»
Imbocchiamo il sentiero del ritorno.
A un certo punto, dopo una dozzina di metri, mentre passiamo accanto al cadavere putrefatto di un giovanissimo yuppie, dico a Jeff che ho appena deciso come intitolerò il suo prossimo album.
«Davvero?», mi domanda sorridente.
«Nulla di definitivo, se non ti piace lo cambio! Il tuo giudizio è sacrosanto».
«Giulio!»
«Eh?»
«Il titolo… Dimmelo e basta».
«Jeff Buckley è stato qui».

CONTINUA?

Vinicio Motta

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