UNA STORIA AMERICANA

Alessio Posar si iscrive alla scuola dei duri: «Se sei cattivo, sei famoso. Altrimenti sei uno sfigato». Lo dice Stevenson, il protagonista di Una storia americana (un racconto che avremmo dovuto pubblicare l’anno scorso, ma gli preferimmo questo, ormai un classico posariano) che beve due dita di gin ogni sera (“ho le dita grosse”) eppure, giura, «Sono uno dei buoni, io».
Illustrazione di
DeadTamag0tchi (regolanumero1).

In estate i Colgan tenevano i bambini di città.
Avevano una fattoria con i conigli, le mucche, i cavalli, i cani e le galline, con quell’unico gallo che cantava un po’ quando voleva. E su per la collina, poco prima del bosco, c’erano le arnie per il miele.
I Colgan organizzavano una specie di parcheggio per bambini, quando i genitori avevano di meglio da fare, da soli o con qualcuno, e non c’erano altri familiari che si facessero carico di quei sacchi di muco intolleranti al lattosio e dal vomito facile, che non riuscivano a staccarsi dalla loro borraccia fino a quando non si pisciavano addosso, perché mamma aveva detto loro che quando c’è il sole si deve bere molto.
Se all’epoca avessi avuto un figlio, probabilmente ce l’avrei mandato anche io.
Fatto sta che ora i Colgan non possono più tenere bambini.

Feci il primo sopralluogo tre giorni dopo la scomparsa del bambino.
Scesi dalla macchina e mi accesi una sigaretta. L’avevo arrotolata e ne tenevo altre in un portasigarette di metallo nella tasca interna della giacca.
Le sigarette industriali mi hanno sempre dato la nausea. Se devo consumare qualcosa che prima o poi mi ucciderà, almeno voglio che non mi faccia stare male subito.
«Signor Stevenson», mi salutò un ragazzo biondiccio mentre mi veniva incontro sulla piazzola sterrata.
Tirai dalla sigaretta, tenendola tra pollice e indice. Il sole batteva sulla mia testa. Se avessi avuto più capelli, sarebbe stato tutto più sopportabile.
«Robert Burfield, suppongo».
Aveva una camicia kaki e con i Rayban addosso e mi faceva pensare al telefilm “Chips”, quello con i poliziotti in motocicletta.
«Esatto. Ero il responsabile dei bambini».
Abbassò lo sguardo. Senso di colpa? Ora so che era così, ma in quel momento non ne ero sicuro. In ogni caso, registrai il movimento nel mio diario mentale.
«C’era solo lei? Per quanti? Venti, trenta bambini?».
«Ventisette. Comunque no, non ero solo: io preparavo le attività, i giochi e le cose varie, insomma, poi i Colgan davano una mano cucinando il pranzo».
Mentre mi parlava, andai alla macchina e presi gli occhiali da sole anche io. Caldo maledetto, sembrava di stare nel deserto. Almeno non mi sarei bruciato gli occhi. Dubito che i genitori che mandavano lì i propri figli avessero mai visitato quel posto. Al massimo, magari l’avevano visto passando in macchina e avevano detto “ecco, figliolo, questo è il luogo in cui trascorrerai i giorni mentre io e papà andiamo a scopare” o altre stronzate del genere.

Tornando a noi, Burfield mi aveva seguito come un cagnolino, randagio e affamato e pieno di vermi. Non aveva lasciato che mi allontanassi, anche se per raggiungere la macchina avevo dovuto percorrere forse dieci metri. Evidentemente era un meccanismo difensivo. Stava elaborando il suo errore e ora non avrebbe più lasciato che qualcuno scomparisse davanti a lui. Si sentiva responsabile degli altri, anche quando il suo interlocutore avrebbe potuto essere suo padre.
Dall’auto presi anche il mio portafoglio e lasciai giù la giacca, rimanendo in camicia. Sentivo le chiazze di sudore che si allargavano sotto le ascelle, ma non potevo farci niente.
Capita, quando ti mantieni con hamburger e sigarette. E gin, se la serata non offre altro.
Spesso le mie serate non offrono altro. Saranno mesi che non vado con una donna e la cosa mi manca. In ogni caso, non siamo qui per sentire tutta la mia storia personale. Giusto la parte che serve a chiarire che fine abbia fatto il bambino, quindi non giudicatemi se bevo due dita di gin ogni sera. Anche se io ho le dita grosse.

Stavo seduto dietro la mia scrivania, con il colletto della camicia allentato, un fazzoletto per il sudore in mano e una sigaretta nell’altra. Il ventilatore cigolava. Anzi no, gemeva. Se fosse stato un cane, avrei dovuto abbatterlo per quanto era vecchio e malmesso. Ma a certi animali ci si affeziona e non si ha il coraggio di compiere scelte definitive.
Appoggiai la sigaretta sul bordo del posacenere e andai a prendermi una cola dal mini frigo. In quel momento suonò il campanello. Premetti il pulsante dell’apriporta e tornai a sedermi, lasciando la lattina dov’era.
Non posso bere cola quando ci sono dei clienti, perché mi fa ruttare. E non avrei mai potuto ruttare davanti alla ragazza che entrò nel mio ufficio. Era alta, con i capelli biondo miele e jeans che le fasciavano le gambe sottili. Portava occhiali da vista, aveva la coda di cavallo e una giacchetta sportiva azzurra. Trent’anni volendo esagerare. Sulla spalla teneva una borsa di tela da cui sporgevano delle cartellette di cartoncino.
Feci un respiro profondo e assunsi l’aria di chi ha già visto tutto, di chi conosce il mestiere, in ogni senso.
Non che pensassi veramente di avere qualche chance, ma la speranza è l’ultima a morire.

«Sto cercando Andrew Stevenson, l’investigatore. È lei?»
Aveva una voce che sembrava un idromassaggio ad agosto.
«È quello che dice la targa sulla porta». Non giocartela così, idiota!
Si sedette sulla sedia davanti a me ed estrasse un fascicolo traboccante di fogli di carta.
«Sono Cindy Rochester del Rochester Leisure Center. Abbiamo un problema».
«Non con me, spero». Abbozzai un sorriso. Non funzionò.
«Ieri un bambino che frequentava le nostre attività è scomparso. I genitori hanno avvertito la polizia, minacciano di denunciarci. È comprensibile, ma noi abbiamo il diritto di fare le nostre indagini. Abbiamo sentito ottime voci su di lei».
Annuii e accesi un’altra sigaretta.
Mi congelò con lo sguardo. Non avevo più bisogno del ventilatore.
«Spero che lei non fumi se vede bambini nelle vicinanze. Non vogliamo che i nostri collaboratori diano il cattivo esempio».
«Tutto per lei, signorina Rochester».
La spensi.

«Vuole la verità, signor Stevenson?»
Burfield mi guardava attraverso le lenti mentre parlava e delle goccioline di sudore gli imperlavano la fronte. Quel caldo non risparmiava neppure i giovani.
Annuii e lui proseguì.
«Alex era un bambino cattivo. Faccio questo lavoro da tre estati e ho visto molti bambini. Alcuni sono fastidiosi, ma noi permettiamo loro di esserlo, perché in fondo sono piccoli e sono esuberanti. Alex no. Lui era veramente sporco dentro. Quando i bambini lanciavano bastoni al cane, lui gli lanciava sassi e anche se gli avevo detto di non farlo, lui diceva che non riusciva a trattenersi».
«Non mi sembra chissà cosa».
«E stava per schiacciare un coniglio sotto un’asse di legno. Si fidi, era cattivo. Gli ho dovuto requisire un accendino, perché voleva dare fuoco agli alveari. E in quel momento mi ha guardato come se volesse uccidermi. E non era lo sguardo di un bambino. Era odio».
«Uno di quei bambini da lasciare da soli in un angolo, eh?»
«Oh no, qui si era fatto un sacco di amici. Lo sa, no, come funziona con la trasgressione e i modelli che i bambini prendono eccetera eccetera?»
«Se sei cattivo, sei famoso. Altrimenti sei uno sfigato. Sì, lo so».

«Ingrid Colgan, piacere».
«Tedesca?»
«Mia madre. I miei genitori vennero qui prima della guerra».
«Lei si occupava del cibo per i ragazzi, giusto?»
Annuì.
«Alex mangiava senza problemi?»
«Senza problemi, signor Stevenson».
«Strano, perché sua madre mi ha detto che negli ultimi giorni Alex non toccava cibo a casa».
«E sua madre le ha detto anche che il bambino qui mangiava moltissimo? Non abbiamo problemi se i bambini chiedono il bis, cuciniamo in grande quantità e nessuno si è mai lamentato della mia cucina».
Giocherellavo con la bretella mentre tentavo di capire se la vecchia stesse mentendo.
Non doveva essere troppo anziana in realtà, ma aveva un viso intagliato nel legno. Il sole della campagna non fa bene alla pelle, si sa.

Il giorno successivo tornai alla fattoria. Avevo chiesto di vedere uno degli amici del bambino e i genitori avevano acconsentito, a patto che lui, il bambino, non fosse messo sotto pressione. Era una situazione delicata per tutti.
Non avevo in realtà grandi speranze di ritrovare il ragazzino scomparso. Poteva essere finito in una buca ed essere morto di sete. Oppure un maniaco avrebbe potuto averlo rapito. E sappiamo come va a finire la storia in questo caso.
In macchina avevo una foto di Alex. Aveva i denti da coniglio.

Franklyn era basso e grassoccio, con gli occhiali e una faccetta tonda. Aveva un futuro da ragioniere. Lo guardai in silenzio, cercando di capire quanto potessero essere hippie i suoi genitori per decidere di mettere una ipsilon al posto della i nel suo nome di battesimo.
Burfield era di fianco a lui e gli teneva una mano sulla spalla. Quando la alzò, aveva lasciato un alone umidiccio. Era agitato, il ragazzo.
«Ti dispiace se io e il mio nuovo amico ci facciamo un giretto qui intorno mentre camminiamo?» chiesi.
Lui soppesò la domanda.
«Va bene, ma rimanete in vista». Poi si avvicino e mi bisbigliò nell’orecchio: «I suoi genitori non vorrebbero che mi allontanassi da lui. Dicono che si scioccherebbe».
«Lo so, capo, tranquillo, ai tuoi ordini». Sorrisi, diedi la mano al ragazzo e mi presentai.

Franklyn rimase in silenzio per un decina di minuti mentre camminavamo in circolo intorno all’edificio principale della fattoria. Mi restava al fianco e aveva la bocca mezza aperta. Sarebbe diventato un ragioniere grasso, se i suoi non lo avessero messo sotto con lo sport.
Per conto mio, avevo già dato e ora potevo permettermi un po’ di pancia sporgente.
Fatto sta che mi comportai bene e in quei dieci minuti resistetti e il portasigarette rimase chiuso in tasca. Però c’è un limite e la tentazione di fumare è forte quando metti insieme due persone che non parlano.
Agitai la mano per scacciare un insetto.
«Ti piaceva stare qui?»
Silenzio. Altri venti passi.
«Hai accarezzato gli animali?»
Silenzio.
«Vuoi una sigaretta?»
Finalmente Franklyn sorrise.
«Mamma dice che se fumi ti viene il cuore nero».
«I polmoni neri, figliolo».
«Sì, i polmoni, è quello che ho detto!».
«Tua mamma è una persona intelligente, sono sicuro che vivrai fino a cent’anni».
«Tu no, se continui a fumare».
«Figliolo, io i cent’anni è come se li avessi già».
Mi guardò senza capire. Beata gioventù immortale.
«Allora, questi animali ti piacevano?»
«Fuori dalla stalla sì. Lì dentro c’era puzza di cacca e mi sono vomitato addosso» disse, poi fece una pausa. «E le galline sono stupide!»
«Già. A loro importa solo dei soldi e dei drink che puoi offrire».
Non capì. C’era tempo, sarebbe cresciuto e se fosse ingrassato come pensavo, allora sì che avrebbe compreso.
«Sai cosa è successo ad Alex, Franklyn?»
Si fermò, alzò lo sguardo e puntò i suoi occhi nei miei. Li teneva fissi e non sbatteva le palpebre.
«No».
Avrebbe dovuto allenarsi molto, prima di potermi mentire.
«Tu e lui eravate molto amici, vero?»
Annuì.
«Ti sentirai solo adesso… Vi conoscevate già o avete fatto amicizia alla fattoria?»
«Qui».
Ora il gigantesco fienile rosso incombeva su di noi. Mi mossi verso l’ombra che proiettava e trovai rifugio dal caldo, ma non dalle mosche. Mi guardai intorno: Burfield doveva essere dall’altra parte della costruzione. Quel ragazzo dava proprio tutto per il suo lavoro, già.
«Vuoi una caramella?» dissi, prendendo un pacchetto rosa dalla tasca. Non avete idea di quante cose ci siano nelle tasche di un investigatore privato. Single.
Non mi rispose e all’inizio pensai che si fosse ricordato della lezione che tutte le mamme impartiscono ai figli.
Invece il suo sguardo correva su per la collina, verso gli alveari e il boschetto che li seguiva.
Per quel giorno non mi avrebbe detto altro, così tornammo da Burfield e lui lo riportò a casa, mentre io tornai nel mio ufficio a schiarirmi le idee.

Il sole stava tramontando e le nuvole era squarci rossi nel cielo. Dal bosco uscì un cerbiatto. Era dai tempi delle mie vacanze nella fattoria dei nonni che non ne vedevo uno, i tempi della torta di mele fatta in casa. Era piccolo e chiaro e brucava l’erba. Passò tra le arnie senza vita e piano piano mi si avvicinò.
Ogni tanto alzava il muso e fiutava l’aria, ma non aveva paura di me. Non aveva neanche un accenno di corna. Forse era una femmina, ma nel profondo ero sicuro che fosse un maschio.
Quando fu al mio fianco, vidi che tutto il suo corpo era ricoperto di bozzi. Erano rigonfi e sembravano essere sul punto di scoppiare. Decine di punture di ape, ecco cos’erano.

Mi svegliò il telefono.
Misi a fuoco la scrivania, mi sentivo la bocca impastata e avevo un sapore terribile che scendeva lungo la gola fino allo stomaco.
«Pronto?»
«Signor Stevenson».
Non era una domanda e quella voce fu più utile di un milione di sveglie che mi prendevano a calci in culo.
«Ciao Cindy».
«La prego di darmi del lei come faccio io».
«Potrei essere tuo padre».
«È ubriaco?»
«Non adesso».
Silenzio. La immaginai mentre si malediceva per aver scelto un tipo come me. Sorrisi, tanto non poteva vedermi. Piccola e graziosa Cindy Rochester, con quel suo cognome da vedova del sud.
«I genitori ci vogliono scannare. Mia madre sostiene che ora lei debba solo dimostrare che per il bambino non è stata colpa nostra».
«Ma questo l’ho già fatto, piccola. È semplice: avete assunto un coglione. Ieri ho potuto andarmene con un bambino senza che Burfield facesse nulla».
«Testimonierebbe riguardo la sua inadempienza agli obblighi lavorativi?»
«Parla in modo comprensibile, piccola, è mattino anche per me».
«Sono le undici passate, signor Stevenson».
«Fino a mezzogiorno è mattino, Cindy».
La tazza di caffè freddo, a trenta centimetri dal mio naso schiacciato sulla carta da lettere, non era mai stata così lontana.
Cindy non parlava, ma sapevo che era ancora lì.
«Davvero ora non le interessa più nulla del bambino?» chiesi, solo per sentire ancora la sua voce.
«L’FBI sostiene che dopo quarantotto ore sia praticamente impossibile ritrovare una persona scomparsa».
«Se fosse davvero così, in questo momento io dovrei vivere sotto un ponte».
«Non è molto lontano dalla realtà, signor Stevenson».
«Così mi ferisci, piccola».
Sapevo che stavo iniziando a darle fastidio, ma certe volte non riesco davvero a trattenermi.
«Io credo che ci sia ancora qualcosa sotto. Proverò, se vuoi, a capire cos’è successo, ma non fotterò il futuro di un ragazzo solo perché è un idiota. Sono uno dei buoni, io».
«Faccia come vuole lei, signor Stevenson, ma allora la nostra collaborazione può dirsi terminata. Le farò addebitare la sua parcella».
«Preferirei che mi portassi tu dei contanti».
«Non credo che si possa fare».
«Magari passo a ritirali io».
Dubito che Cindy abbia sentito la fine della frase prima di riattaccare.

Tornai da solo alla fattoria dei Colgan. Tutto era ancora lì, il fienile non si era mosso e lo spiazzo per le macchine era vuoto.
Avanti, vecchio!
Come avevo fatto a non capirlo?
Tu e il tuo cervello che passa più tempo a pensare alla bionda con gli occhiali che a lavorare.
Non c’erano automobili a parte la mia. Quasi sicuramente, quella dei Colgan era in una rimessa nel fienile insieme al trattore, alla mietitrebbiatrice e a chissà cos’altro. Ci voleva quasi mezzora per arrivare dalla città alla fattoria e la strada poi proseguiva attraverso i campi fino alla statale e via verso ovest. Chiunque avrebbe notato la presenza di una macchina sospetta.
Oppure il bambino si era allontanato a piedi. Volente o nolente.
Chiamai Burfield.

«No, le assicuro che non c’erano macchine». La voce arrivava a scatti, e non sono sicuro che fosse colpa del telefono.
«Puoi giurarlo, ragazzo? Quelli della Rochester vogliono fotterti».
«Io non ho visto nessuna macchina».
«Questo non è giurare, ragazzo».
«È il massimo che posso fare. Signor Stevenson?»
«Sì?»
«Grazie».
Riattaccai. Sono buono, ma non sentimentale.

Andai alla scuola di pianoforte di Franklyn e dissi al bidello che il bambino doveva testimoniare in un caso di omicidio plurimo. Il vecchio sbiancò, mi accompagnò da lui e non chiamò i genitori.
«Lo sai che non tornerà più, vero?»
Il bambino annuì guardandomi negli occhi. Sembrava un uomo.
«Non vuoi aiutarmi?»
«Non posso, abbiamo fatto un patto».
«Questo patto è più importante della giustizia?»
Franklyn iniziò a piangere e tornò bambino.

Quando Franklyn si fu calmato, mi raccontò ciò che sapeva.
Alex si era tenuto dentro un segreto fino a quando quello non l’aveva logorato e lui era esploso. Solo che si era confidato con la persona sbagliata.

Quando quelli del Rochester Leisure Center accettavano le iscrizioni dei bambini per le giornate alla fattoria dei Colgan, si sinceravano sempre che nessun bambino fosse allergico alle punture d’ape.
«Andare vicino agli alveari è proibito» mi aveva detto Burfield, «ma sappiamo tutti quanto i bambini ascoltino le regole, quindi è meglio non rischiare».
Io non ero allergico. Ma non significa che morissi dalla voglia di essere attaccato da uno sciame di insetti suicidi.

Tornai alla fattoria. Questa volta lasciai la macchina in una piazzola di sicurezza sulla statale e procedetti a piedi per i campi.
Se gli sbirri mi avessero portato via la macchina, non sarebbe stato un grande problema, se quello che Franklyn mi aveva detto corrispondeva alla verità.
Feci un giro largo. In lontananza, mentre camminavo tra gli steli di grano e l’erba alta dei prati lasciati a pascolo, vedevo il fienile.
La collina con le arnie si avvicinava sempre di più. Non c’era anima viva. E quelle morte? Le anime morte c’erano?
Salii lungo il crinale, gli insetti mi ronzavano intorno e sentivo un brivido ogni volta che uno di loro indugiava un po’ troppo vicino alle mie mani o alla mia faccia. Il peso della paletta da giardiniere nella tasca della giacca. Mi guardai indietro un’ultima volta: il sole al tramonto mi dava il suo addio. Illuminava il cortile della fattoria e stendeva le ombre degli steccati e della banderuola a forma di gallo che era fissata sul tetto dell’edificio.
Mi lasciai alle spalle le casette di legno ed entrai nel boschetto.

Arrivai alla radura.
Franklyn non aveva mentito.

Burfield era davvero un coglione.
Quelli della Rochester facevano sicuramente bene a licenziarlo in ogni caso, anche se lui non si meritava la galera, perché il bambino alla fine se l’era cercata, ma avete capito cosa intendo, no?
Fatto sta che Alex e Franklyn dovevano essere rimasti lontani dal gruppo, dalla fattoria, per almeno quindici o venti minuti, considerando il tragitto percorso muovendosi con circospezione, lo shock per quello che avevano trovato e il tempo necessario per stringere il patto di segretezza.
Facciamo anche venticinque, trenta minuti.
Burfield era davvero un coglione.
Mesi dopo mi avrebbe confessato che la notte prima della sparizione del bambino non aveva dormito, ma aveva preferito fare festa e bere con amici che non vedeva da anni.
Questo non lo assolve.

Era ancora chiaro e non avevo bisogno della torcia elettrica. Mi chinai a esaminare la terra della radura ed era smossa e fresca e senza erba.
«Spuntavano solo le scarpe», mi aveva detto Franklyn quando si era deciso a parlare.
Ora quelle non si vedevano, ma iniziai a lavorare con la punta della paletta, grattando il terreno e sperando di trovare ancora qualcosa.
Sapevo che avrei trovato qualcosa.
Poi sentii l’odore.
Una volta che hai sentito quell’odore, non lo dimentichi più. Quell’odore lì, umido, perché il cadavere è diventato casa e fonte di cibo per un sacco di cose.
Trovai una gamba, con del tessuto di jeans marcio per metà. Da lì iniziai a scavare intorno, trattenendo i conati.

Era una ragazza e aveva ancora dei capelli castani attaccati alla testa e ai piedi calzava degli stivaletti di pelle a punta e aveva addosso quello che restava di una camicia a scacchi. Si vedeva ancora il reggiseno. Il mio sguardo risalì lungo il collo – aveva una collanina d’oro, un portafortuna a forma di delfino – e arrivò al viso. Non doveva avere più di vent’anni.
Aveva il cranio fracassato e l’interno concavo era pieno di larve grasse e biancastre che si rotolavano nella poltiglia acquosa e molle, perché non avevano mai visto la luce.
Mi alzai e la testa mi girava e desideravo che gli alberi fossero più vicini, perché dovevo appoggiarmi. Non volevo cadere sul cadavere. Non volevo essere entrato in contatto con quella terra che l’aveva accolto e nascosto. Arrancai fino a un cespuglio e vomitai.
Con il sole ormai tramontato, mi avviai verso le luci della fattoria dei Colgan.

Ingrid Colgan aprì la porta.
«Oh, l’ispettore».
«Investigatore, signora. Con permesso». Varcai la soglia prima che potesse obiettare.
«Si figuri, ho appena fatto una torta di mele, se vuole favorire. Il mio Mark dovrebbe essere qui a momenti. Posso fare altro per lei?»
«Mi mostri il telefono, per favore. Penso di avere una storia interessante da raccontare alla polizia».
Lei sbiancò e io estrassi la pistola.
Mi feci portare all’apparecchio e la obbligai a comporre il 911. Diedi le mie generalità di investigatore privato, l’indirizzo e denunciai il ritrovamento di un cadavere e comunicai che tenevo sotto tiro uno dei sue sospettati, probabilmente colpevoli.
Circa un minuto dopo entrò Mark Colgan. Aveva una salopette di jeans e stringeva una stecca da hockey. Doveva avere sentito la conversazione, perché sapeva che ero lì e mi si buttò contro, voleva sfondarmi la testa. Una cosa a cui si doveva essere abituato. Puntai la pistola verso di lui, più per riflesso che per altro, e feci fuoco una volta. Sentì la vibrazione del colpo percorrermi il braccio fino alla spalla. Il vecchio crollò a terra, lasciando cadere la sua arma e stringendosi il ginocchio esploso. Uggiolava, il bastardo.
Non mi faceva nessuna pena.
Ingrid Colgan si lanciò verso il marito e lo abbracciò. Non smise mai di fissarmi.
Io rimasi a guardarli, chiedendomi che gusto avesse la torta di mele di un assassino.

Mentre aspettavamo tranquillo l’arrivo degli sbirri, ebbi il tempo di parlare con i due assassini.
«Spiegherete alla polizia perché avete ucciso la ragazza, ormai è morta. Ma il bambino? È vivo?»
«I maiali mangiano tutto», rispose Ingrid Colgan.

Alla fine non era del tutto vero: venne fuori che a quanto pare i maiali non vanno matti per la plastica e la scientifica trovò nei loro escrementi resti dell’orologio del bambino. Avrebbe potuto essere solo una prova indiziaria, ma, con le altre accuse che gravavano sui Colgan e con qualche loro allusione registrata, tutto finì. Nella maniera peggiore per loro.
La ragazza era morta perché aveva dormito nel fienile. A quanto pare pioveva e i Colgan dissero di aver creduto che si trattasse di un ladro venuto per derubarli. Non avevano pensato di chiedere chi fosse. L’avevano aggredita con la stessa stecca con cui Mark Colgan aveva attaccato me. Furono smentiti quando si dimostrò che il colpo mortale aveva raggiunto la ragazza mentre questa stava ancora dormendo.
Il bambino era morto perché aveva raccontato del cadavere della ragazza alla persona sbagliata. La signora Colgan si era sentita minacciata e suo marito aveva fatto il resto, ma si era premurato di far sparire meglio le prove del secondo omicidio. Poi però aveva semplicemente gettato altra terra sopra al primo cadavere.
Burfield fu licenziato e denunciato dalla Rochester e dai familiari del bambino. Credo che abbia anche scontato un certo periodo in galera, e forse c’è ancora. In ogni caso, dubito che possa mai più lavorare nel campo dell’educazione.
Franklyn ebbe incubi per tutta la vita. O almeno è quello che credo. Non voglio incontrarlo, spero che prima o poi dimentichi tutto, ma in fondo so che non è possibile.

Io passai molto tempo nel mio ufficio a bere gin.

Alessio Posar

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