AL DI LÀ DELLE PAROLE

Primo racconto di Francesco Quaranta il cui titolo di lavorazione coincide con il titolo finale (non tipo questo, questo e questo altro): Al di là delle parole, godetevi questo momento perché non accadrà mai più.
Illustrazione di DeadTamag0tchi (Misunderstanding).

Assistevo alla fine del mondo. Dal momento in cui l’iride spirituale fu spalancata da contrasti e paradossi che circondavano la mia essenza, credetti proprio di presenziare al termine dei giorni. Mi ingannarono il silenzio, la solitudine, la mancanza d’aria, perché mi ostinavo a funzionare come sempre avevo fatto, abituato a vibrazioni che mi turbavano i timpani e al respiro nel vuoto dei miei polmoni. C’era un che di promettente in tutto quello spazio: infinite possibilità, accordi di luci, sussurri di atomi, embrioni di volontà.

E tu che mi dici? Mentre indaghi flussi e pulsazioni dentro di te e fissi il nulla invece dell’oggetto che hai dinanzi, riesci a udire il mio racconto? Dalla prima volta che sei venuto a parlarmi ti domando se anche solo percepisci l’alito delle mie parole. Che non possono essere vere parole oramai, mica ne dicevo così tante anche prima, non parlavo quasi mai, ricordi?

Sì, tra me e te fu sempre e solo un incastro macchinoso e scricchiolante di cenni, carezze, occhiate, sberle e baci. Tu dal basso delle tue attese e io dall’alto del mio controllo. Un meccanismo a cui forse l’olio delle parole avrebbe potuto levare attrito di modo da non graffiare le incerte corde del cuore. Invece com’era comodo nemmeno pensarle quelle parole, evitare di formularle del tutto negli ampi e umidi scantinati del cervello. Così, una volta instaurato, questo muto codice si impossessò del nostro rapporto e ne divenne l’unica legge naturale. Anche tu preferivi così, non puoi negarlo: attutivi gli urti istantanei e preservavi la santa apparenza dell’animo, insomma quel sistema preveniva slogature e rotture d’ossa mentre crescevi e sgusciavi dall’involucro di principi e abitudini nel quale eri nato. Un disimpegno rassicurante e accomodante, almeno fino a un certo bivio.

Comunque non ero alla fine del mondo, capii poi, l’avevo colta come tale solo perché ancora ottenebrato dal limite di essere stato me stesso, un singolo uomo: unico ego per il quale la fine deve per forza coincidere con la risoluzione di tutto. No, in quel buio d’attesa, punteggiato da abbozzi di astri e variazioni su temi siderali, percepii il tempo, parecchio tempo. Ma non dovetti temerlo, perché vi partecipavo in modo differente da quello che tu conosci.
Allora per ispirazione credetti di essere Dio: era un vigoroso brivido d’emancipazione. L’avevo assaggiato prima d’ora soltanto in fugaci attimi di conquista di corpi e cuori, tra ciglia dolci e dita curiose, melodie di gemiti trionfali e una guancia arresa, poggiata al petto di una promessa.
Ancora più potente era stato la prima volta che ti incontrai, così insignificante rispetto ai miei palmi, una particella di universo che avevo il potere di schiacciare, ma il compito di difendere. Tu, senza un singolo capello a proteggerti, sbattuto urlante a gravitare intorno a questo mondo dalle orbite contorte.

Così mi dipinsi nella solitudine: credetti di essere Dio all’inizio di ogni cosa. Onnipotente, incurante. Poi tornasti tu. Venisti a parlarmi.
A volte dietro le tue parole e sopra le tue rughe intravedo riverberi di quell’emozione avvinghiante che permeò il momento fatale: la paura. Allora spero che, memori delle silenziose risposte e dei gesti non unti da voce, gli occhi dispersi che muovi intorno riescano a leggere in qualche modo il mio conforto. Mentre la tua fronte riceve il raggio d’uno sguardo passi e fruscii tra le foglie secche ti si avvicinano, portano alla tua guancia una carezza di pioggia: io sono qui. E nell’alito freddo che ora ti fa rinserrare la giacca, nascondere le mani in tasca, c’è il mio rimprovero per la tua insicurezza.

Rivivo il momento in cui ti scoprii diverso, esterno ai miei canoni. Ti vestivo di tutto punto con l’inerzia del conoscerti, davo per scontato che avessi appreso le vie del vivere a me tanto care. Dimenticavo di non aver quasi mai aperto bocca per esportele. Così giungesti davanti a me in accecante coraggio, mano nella mano con chi non avresti dovuto amare.
Fummo tre uomini spaventati e deboli, ognuno ad aspettare che fosse l’altro a indicare il futuro. Era il mio turno, ora lo so, ma mi vidi solo contro quella vostra stretta, sconcertato da un legame così saldo e a me estraneo. In confronto ogni mio tocco strozzato scompariva dall’orizzonte degli eventi. Non mi sentii all’altezza e lasciai sprofondare anche quella sperata briciola d’affetto: la sommersi nell’odio per la nostra diversità.

Senza strumenti per giudicarla davvero, naufragavo nell’insondabile distanza tra chi avevo cresciuto, l’uomo che avevo davanti, e il sottoscritto. Oh, ma in confronto agli spazi che percepisco ora, ammetto che non fosse nulla di incolmabile.
Perché è ciò che vorrei farti sapere: nulla può spaventarti se hai qualcuno con cui comunicare, persone con cui condividere il tormento, quel nostro sussultare spaesato. Esso nasce e trae linfa proprio dall’incapacità di tendere una mano e tessere un filo. Vogliamo scrivere ognuno la propria storia da protagonista, ma vogliamo anche rimanere libri chiusi.

Qui, all’inizio dei giorni, dove il tempo è invece un tomo aperto che si sfoglia davanti a me in potenzialità e possibilità, mi appare chiaro come il nostro legame sia solo una parte della catena che in panni mortali non possiamo davvero apprezzare, ma nemmeno scindere. Non rendere onore a questa connessione, credere che non esista, pensare di essere vincolati solo a chi ci corrisponde in modi, forme e pensieri, è l’errore della nostra umanità. È ciò che crea timori e genera barriere.
Il limite degli esseri finiti. Ma una volta colto, lo si vede limite per quello che è: un ostacolo.

Qualcosa in più rispetto a me l’hai imparato. Tu che hai trovato un modo per spingere le parole su dalla gola, nonostante il mio esempio di codardia, esprimere ciò che sei fin davanti a questa pietra che porta il mio stesso nome. Ti vedo colorare i rapporti con animo sincero e pensiero limpido, sai scegliere se gonfiare parole d’amore oppure sputare rivendicazioni rabbiose quando obnubilato dell’ignoranza altrui.
Non puoi sentire i miei discorsi, adesso lo capisco, ecco perché spesso stai qui ad aspettare un mio cenno quando volendo potresti trovarmi dappertutto, non solo in questo prato di credenze semplici. Fuggito alle catene di Dio, persegui ancora il mio di giudizio, la mia spinta, confidandoti a chi oramai sfugge ai tuoi sensi.

Pare che nemmeno la libertà del vero amore possa esimerti dal confronto con me. Come se non riuscissi a capire che io sono un tuo pari o, viste le mie scelte, addirittura inferiore a te. Il solo averti generato mi conferisce tutto questo potere?
Oppure lo fai per me, forse hai sempre saputo che anche libero dal corpo necessito la certezza di non averti rovinato. Dovevo sapere che non sei il frutto difettoso del mio lavoro, risultato da un procedimento errato, ma che sei opera d’arte indipendente e pronta ad accogliere su di sé nuove sfumature, interpretazioni e linguaggi con ogni nuovo contatto.

Ecco invece me, bloccato come sempre in un mutismo che non è nemmeno più una vergogna, bensì semplice ordine delle cose. Pure il giorno del grande cambiamento, quello che mi strappò da te e mutò la nostra storia, per me ha perso di senso.
Fu un errore banale, una mia distrazione: l’unica giustizia prevista è sapere che sarebbe potuto accadere a chiunque.

Per il sottoscritto non cambia più niente, anzi, quel momento mi ha isolato dalla continua rivoluzione delle cose. Percepisco tutto, ma di nulla faccio parte.
Non credo ricorderò questo, l’inizio dei giorni in cui non esistono memorie, se mai tornerò a partecipare con te al ciclo, forse la mia è solo una pausa. Non sarei comunque più io. Vorrei perciò infonderti una qualche lezione, tenderti adesso una mano, ma con che diritto poi?
Un padre più giovane del figlio. È come un effetto a cui è stata levata la causa scatenante. Come scorgere il principio di Tutto al termine della vita. Fa strano osservarti, ora che sei invecchiato più di me, il tuo bisogno di cercarmi, di parlarmi, anche se dei due sei tu ad avere più esperienza del mondo. Un paradosso, sul quale però non vorrei fondassi alcuna religione.

No, non sono Dio e qui intorno non lo vedo. Scorgo solo estreme possibilità oltre a me, nonostante me, alcune grazie a te e altre a prescindere da te. Posso apprezzare al completo il cuore pulsante dell’esistenza. Nessuno ne è il nucleo, niente sta al centro. Ma si può determinare il centro di un’infinita rete?

Non c’è più un padre e nemmeno un figlio, dismetti questa prospettiva limitata, basta poco a dimostrare che il sangue non fonda la famiglia. Nemmeno chi scegli di metterti al fianco contro le idee della gente è sufficiente. Guardati attorno.

Negli spazi che ti si dischiudono, nella musica degli estranei, nelle pagine della natura, leggi e scopri l’unica vera famiglia. Non ci sono criteri per stabilirla e nemmeno parole per definirla.
Ma forse sì, solo gesti.

Francesco Quaranta

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