STORIA DI UN AVVICINAMENTO TORTUOSO

Luca Marinelli, Storia di un avvicinamento tortuoso: “Questa è la zoomata iniziale su di me che mi uccido; perché ho deciso di abitare una casa come presenza e fantasma. È autoconclusivo, perché appunto mi uccido; ma avrà anche un seguito, in seguito. Volevo proporlo per il futuro” (dice Alessio Posar che questo è un buon pitch: siamo d’accordo, qualsiasi cosa voglia dire).
A grande richiesta (nostra) torna DeadTamag0tchi (con Perdonami. E se puoi non morire: meraviglia). Sarà con noi fino a venerdì.

Innanzitutto c’è il sistema; questo luogo dei luoghi che non abbiamo mai lasciato.
Siamo come abitati da pensatori autonomi, siamo arcipelaghi di procedimenti e strutture: il Sistema di logica descrittiva, con la barba di Charles Darwin, naviga a bordo del suo vascello, esplora quasar, buchi neri, nebulose, galassie ellittiche, sistemi di stelle, il suo unico scopo è dargli un nome. Ogni viaggio così prende vita: il Sistema di produzione ha il cappello da marinaio e usa come mappa per orientarsi negli abissi della materia gli archivi di definizioni dell’altro. Ha il vento salmastro tra i capelli, naviga con la baleniera del capitano Achab tra le fasce di asteroidi e oltre i dischi di accrescimento, taglia l’orbita di Plutone, che si srotola flemmatico intorno a un freddo Sole lontano.

E poi i Giganti Gassosi, Nettuno blu idrogeno, con l’atmosfera vivace d’idrocarburi, Urano topazio nella notte perenne del vuoto cosmico, padre del tempo, s’infila tra gli anelli di Saturno, radente alle nebbie di Giove, principe dalle ambizioni disilluse, e ancora Marte arrugginito, i suoi vulcani come colossi di ferro lavico: può vedere il riflesso di luce del Sole coprire Cerere, lontana. L’Arte mente, sempre: il Sistema di produzione viaggia alla ricerca di una balena che non esiste, una balena bianca.

Ah, e poi c’è la Terra; a ottomilacinquecento metri, sopra le nubi, sopra il cielo schiacciano le nevi rocciose del K2 sette uomini, sul secondo colosso orogenetico più vicino alla stratosfera, sopra l’antenna irraggiungibile del Burj Khalifa, sopra le luci di Kuala Lumpur e le due gemelle Petronas, sopra i grattacieli a specchio di New York. Come il vento che devastante e irreale spazza quelle altezze: sopra ogni cosa.

Questo è per te, mamma: ora sono un uomo vero, si ripete il chiudifila della spedizione. Pensate, sua madre è iraniana, di Shush; il color terra arida delle case di Shush, la sabbia: sessantacinquemila abitanti e il codice di Hammurabi. Quasi duemila anni prima della nascita di Cristo, a Babilonia, nell’età metafisica del dio Marduk: una delle prime forme di scrittura, gli antenati di Ken Follet, (che in questo momento sta mangiando una brioches alla crema, detto tra noi non ti farà bene dell’altra crema Ken, rischi di cadere).

Questi uomini coi nasi spezzati, con le barbe nere e la pelle d’ebano riposano sulla portantina dorata dell’elogio della memoria: in mostra sui muri bianchi dei musei moderni, in elenchi sulle vetrine spossanti, interminabili dei motori di ricerca.
E sono il mito della scrittura, l’epopea di Gilgamesh sopravvive tra gli scaffali di librerie sempre meno frequentate, le pagine s’ingialliscono, la copertina si fa sbiadita, presto rampicanti spinose si faranno largo tra le fessure nel pavimento e la assorbiranno nell’ardito abbraccio tra natura e autocoscienza.

Dopo l’edera, dopo le esplosioni che scuotono i continenti, dopo lo spegnersi eroico del sole, sull’estremo commiato della consapevolezza mi colloco io, adesso, togliendomi la vita: coi larici e i pini all’orizzonte della vista, i dolci declivi di queste colline argentate dallo spiccare di rocce imponenti, in questa casa bianca come un lenzuolo sottile agitato dal vento, trafitto dal sole.

Indosso un gessato bianco, sulle assi di legno verniciato di bianco che coprono la struttura di sostegno del tetto. La lama riflette un raggio di luce che entra nella serra e carezza una rosa rampicante bianca. Un ragno di mezzo millimetro, adagiato su un petalo, fa la muta; sul suo cefalotorace si apre una crepa, lenta.
Quando la lama perfora il collo il sangue schizza fuori, macchia i vestiti, rivoli carmini s’infilano nel colletto della camicia; mi fanno il petto tiepido, mentre cado.
Un sistema di ragionamento ipertrofico analizzerebbe le variabili dello stato del mio corpo e del sistema chiuso che esso forma con l’ambiente circostante, deducendo la traiettoria prima dell’impatto con il prato; il suo John Von Neumann, il terzo pensatore autonomo, calcolerebbe la quantità di moto trasferita alle ossa e ne trarrebbe delle conclusioni sulla tenuta elastica, sulla resistenza agli urti, sullo stato della spina dorsale dopo la caduta.

Il prato mi assorbe, lentamente mi sciolgo in esso, il mio corpo sfrigola, è come se fosse divorato da un acido, il giardino della casa mi sta digerendo.

Morire, per renderla incantata.
Morire, per diventare lei.
Morire, per esistere come entità in agguato, la casa, morire per essere la narrazione, morire per impadronirmi delle trame che passeranno di qui.

Le pagine di questo libro che incido con un pugnale sulla mia carne cominciano qui, dove tutto vuole finire.

Luca Marinelli

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