CASUAL FRIDAY #50: LA PRODUCER (1/4)

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Casual Friday (qui e su Facebook) è la rubrica di Verde nata per promuovere un nuovo reading code. Ogni settimana un racconto inedito di un autore diverso cercherà di farvi ridere, divertirvi o semplicemente imbarazzarvi.
La producer è un racconto in quattro parti di Filippo Santaniello, questa è la prima. Illustrazione di Red Tweny. È venerdì, rilassati!

«Non dobbiamo combattere il tempo, ma evitare che ci sorpassi».
Caterina Nucelli

Quando squillò il cellulare, Gabriele Scoccini era in piena maratona True Detective. Non si alzava dal divano da sei ore e gli mancavano ancora due puntate per finire la prima stagione.
Guardò il telefono con diffidenza. Lo stavano chiamando con l’anonimo e quando ti chiamano con l’anonimo non è mai per un buon motivo.
Che palle…
Mise in pausa l’episodio e rispose sul chi va là.
«Pronto?»
«Scoccini! Sei operativo?»
Fanculo! Me lo sentivo che erano rogne.
«Ciao Enzo…»
«A che punto sei con le modifiche?»
«Le modifiche…»
«Non mi dire che non le hai fatte!» sbottò il regista.
Aveva avuto tutto il tempo per sistemare la sceneggiatura ma ogni volta che ci si metteva, veniva respinto da un conato di vomito.
«Sì che le ho fatte, è tutto a posto…»
«Quando me le mandi? Dobbiamo far leggere il copione alla Nucelli e sistemare il piano di lavorazione».
Gabriele si alzò dal divano. «Purtroppo adesso non sono a casa». Fece un passo e inciampò nello stendino.
«Che è ‘sto rumore?»
«Sono in metro… Fra poco t’invio tutto, Enzo, stai tranquillo».
«Tranquillo è morto inculato!» urlò il regista. «Mi raccomando, il film è nelle tue mani». E troncò la chiamata.

Gabriele abbassò il cellulare e guardò depresso il televisore dove Matthew McConaughey era rimasto paralizzato mentre apriva una lattina di Lone Star. Chi aveva scritto quella serie era un genio assoluto, altro che le cagate che scriveva lui. Cinema indipendente un cazzo. Non era meglio quando faceva il copywriter per Groupon? Si faceva due palle stratosferiche, è vero, ma almeno riusciva a pagare l’affitto. Da quando si era messo in proprio arrivava a fine mese con l’acqua alla gola e il giorno che avrebbe impacchettato tutto per tornare dai suoi era sempre più vicino. Avrebbe dovuto smetterla coi filmetti da quattro soldi e chiudersi in casa a scrivere un copione efficacissimo da vendere agli americani.
Certo… e chi me lo traduce?
Sconsolato aprì la dispensa e prese una busta di taralli.

***

Gli ospiti sarebbero arrivati a momenti e Caterina Nucelli non sapeva come accoglierli. Era andato tutto in fumo pochi minuti prima, quando il rappresentante della compagnia teatrale Sguardi, con la quale aveva girato un cortometraggio muto in bianco e nero tratto da un dramma di Ibsen, le aveva telefonato per disdire la cena.
Quel codardo non aveva nemmeno avuto il coraggio di riferire direttamente a lei. Era stato Ajit a rispondere al telefono e a comunicarle il fatto.
Pezzo di merda!
Invece di esserle riconoscente per aver recitato in quella ciofeca di corto, l’aveva fatta sentire una nullità, l’ennesima attricetta senza talento, lei che aveva vinto Miss Italia e fatto la valletta a Ok, il prezzo è giusto!
Si accese una sigaretta e allungò i piedi sul tavolinetto di cristallo Valsecchi.
Aveva due possibilità: annullare la serata umiliandosi coi colleghi che avrebbero sparso la voce in tutto l’ambiente, o cercare di sostituire quegli stronzi della compagnia teatrale con…
Con chi?
Chi avrebbe abboccato con così poco preavviso?

***

Seduto al pc, Gabriele Scoccini sgranocchiava un tarallo al finocchietto.
Sullo schermo, il cursore lampeggiava a inizio scena.
“La storia è interessante”, rispondevano le case di produzione che leggevano il copione, “ma al momento non possiamo prendere in considerazione altri progetti.” Che significava: la sceneggiatura fa cagare. Poi, durante un festival di cinema indipendente all’Isola Tiberina, era apparsa lei, Caterina Nucelli, disposta a tutto per un ruolo da protagonista in un film, anche finanziarlo. Solo che i provini dimostrarono che recitava peggio dell’Arcuri, quindi la sfida sarebbe stata farsi produrre il film dalla Nucelli affibbiandole un personaggio pressoché muto. «Ma di spessore», si era espresso Enzo Foschi che una sceneggiatura non l’aveva mai scritta e faceva il regista solo perché era figlio di Massimo Foschi. Quel Massimo Foschi che nel ’77, in Ultimo Mondo Cannibale, divorava organi d’animali e subiva vessazioni d’ogni tipo nel cuore dell’Amazzonia – altro che Leonardo Di Caprio in The Revenant

Gabriele lesse la prima scena e si passò una mano sulla fronte.
Avrebbe preferito scrivere tutto da capo piuttosto che sviluppare il personaggio della Nucelli.
Per ispirarsi, la cercò su Google e tra i primi risultati la vide incoronata Miss Italia da Fabrizio Frizzi nell’88. Occhi grigio-verde, capelli castano chiaro. Il seno s’intuiva appena sotto il costume intero Omsa e le labbra erano lontane dal turgore botulinico che sarebbe apparso nel corso degli anni.
Una bellezza luminosa, pulita.
Adesso era un milfone.
Prese un altro tarallo e stava per sbranarlo, quando gli arrivò un whatsapp da Yuri Pozzi: chiedeva se c’erano programmi per la serata.
Yuri lavorava alla redazione di Radio Sport Roma, un mestiere senza sorprese, nulla a che fare con l’irrequieto mondo del cinema, ma alle 18 staccava e faceva quello che voleva.
Determinato a respingere ogni tentazione, Gabriele scansò il cellulare e indugiò privo d’iniziativa davanti allo script. Pagine blindate. Dialoghi rivisti centinaia di volte.
Provò a scrivere ma fu sopraffatto da un reflusso gastrico.
Non ce la faccio… mi ci vuole una pausa…
Aperitivo?
Okay, ma senza far tardi.

Yuri lo aspettava in via Pulci a un metro dalla tangenziale.
«La volemo fa’ ‘na mattata?» chiese salendo in macchina. «Al Foro Italico c’è il Vinoforum. Conosco una che ce fa entra’ gratis. Se famo un bicchiere a stand e poi annamo ai go kart in via della Muratella».
«Sei scemo? Così vomiti e soffochi nel casco».
«Che palle, sei sempre negativo!» Yuri sbatté lo sportello. Una vena gli percorreva la fronte come una cerniera e le labbra non si chiudevano sulla dentatura sporgente.
Gabriele prese la tangenziale verso il Verano.
«È stata una giornata di merda» disse Yuri. «Ho litigato con la stronza».
«Come mai?»
«Me apre la posta. Buste, lettere, non gliene frega un cazzo, piglia e apre, ma quando le avrò tagliato le mani voglio vede’ come cazzo fa!»
Yuri tirò fuori una pallina di cellophane dalla tasca del Lonsdale, la scartò e con la tessera della Sma tagliò due strisce sulla custodia di un CD.
«Il problema è che mia madre non accetta il fatto che sono una persona riservata, e adulta soprattutto…» si chinò e aspirò una botta di cocaina. «Non sono uno che esprime affetto e a lei je rode il culo, allora che fa? Me controlla… Lo sai quante volte gliel’ho detto di farsi i cazzi suoi? Una miriade, non gliene frega un cazzo!»
«Fatti il Seguimi» disse Gabriele superando un motorino. «Con dieci ero al mese ricevi la posta a una casella privata».
«Io dieci ero al mese non li spendo manco pe’ Netflix».
«Però i soldi per quella ce l’hai».
Yuri piazzò il CD sotto il naso di Gabriele. «Questi so’ gli unici soldi spesi bene».

Scoccini guardò la riga candida e abbondante. Non sarebbe stata la prima volta che usciva per un aperitivo per ritrovarsi alle cinque di mattina sotto la cassa del Rebel.
Lascia perdere, fatti un drink e torna a casa.
«Meglio di no, Yuri, stasera devo lavorare».
«Appunto, con questa non te ferma nessuno. È peruviana».
«Sul serio… tutta tua».
Non si fece pregare, si tappò la narice sinistra e aspirò come una scopa Rowenta. Gli lacrimavano gli occhi. La vena in fronte aveva assunto le proporzioni di un cavo ethernet. Raccolse i granelli rimasti col dito e se lo sfregò sulle gengive infiammate. Poi prese il cellulare e controllò i messaggi.
«M’ha scritto il Ferrarelle».
«Che dice?»
«È uscito mo dalla palestra, chiede se lo passiamo a prendere».
«Fino a Vigna Clara?» sbuffò Gabriele. «Perché non ci raggiunge?»
«Come? Ha distrutto la macchina tornando da Ostia».

***

Slim scoppiava di gente.
Gabriele ordinò un gin tonic che mandò indietro perché tutta acqua tonica. Non gli era piaciuto lo sguardo del barman abituato ai ragazzini che non fanno differenza tra un cocktail di merda e uno ben fatto, e quando il barista tornò col bicchiere, ne assaggiò un sorso prima di allungargli i soldi con un’occhiataccia.
Sta’ calmo… prendi un respiro e rilassati…
Era stata una cazzata uscire con Yuri.
Cazzata doppia andare a prendere Glauco.
Il Ferrarelle, così chiamato perché si era perso il conto delle volte che era stato “bevuto” dalle guardie, si era fatto trovare in via Tuscia davanti Body Planet dove lavorava come istruttore crossfit, ma dello sportivo aveva solo il fisico. L’attitudine era del camionista polacco. Aveva rimediato una Moretti al bar all’angolo e in macchina aveva sniffato una riga di peruviana con un grugnito, poi, vedendo che Gabriele faceva storie, che continuava a ripetere che non avrebbe fatto tardi, gli aveva afferrato la testa come una palla da bowling e gliel’aveva premuta sul CD al grido: «Il weekend devi sta’ a cazzo duro!»
Per istinto di sopravvivenza, Gabriele era stato costretto ad aspirare una botta che gli aveva fritto le mucose.
Adesso era teso come una fionda, si muoveva a scatti e i rumori lo infastidivano.
«Se un tempo c’era una fica su cinque, ora c’è un cesso ogni dieci fiche» disse Yuri davanti a un gruppetto di sedicenni scosciatissime.
«Fosse mia figlia me la farei lo stesso» disse Glauco tirandosi il cavallo della tuta e Yuri: «Fosse tua figlia me la sarei già fatta».
Gabriele osservava abbacinato due tipe in minigonna.
«L’hai preso il tavolo alla Cabala?» chiese la bionda all’amica con le labbra da porca.
«Cooosa? Non dovevi prenderlo tu?»
«Sei cretina? Avevi detto che prenotavi te. Adesso facciamo la figura delle pezzenti!»
Ma Labbra da porca disse che conosceva il pierre che insieme al tavolo le offriva pure una bottiglia di vodka.
Chissà che altro, pensò Gabriele mentre gli squillava il cellulare.
Mo chi è?
Un numero che non conosceva. 063050… Aveva paura che fosse Enzo Foschi che lo assillava per la sceneggiatura, ma abitava a Tiburtina e lì i numeri iniziano con un’altra cifra.
E poi lo stronzo chiama con l’anonimo.
Si allontanò dal casino.

«Pronto?»
«Salve, parlo con Gabriele Scoccini?»
«Sì, chi è?»
«Sono Caterina Nucelli…»
«Aaah, ciao Caterina, che piacere sentirti!» Falso, falsissimo.
«Mi ha dato il tuo numero Enzo. Ha detto che avrei potuto chiamarti. Ti disturbo?»
Stavolta Foschi me lo inculo.
«Nessun disturbo, dimmi tutto!»
«So che stai lavorando alla sceneggiatura. Enzo ti avrà detto che preferisco battute stringate…»
«In effetti mi ha accennato qualcosa».
Dice che meno parli meglio è.
«Sembra assurdo, ma ultimamente ho difficoltà a memorizzare. Secondo uno specialista è un problema di carenza di vitamine. Speriamo non peggiori o mi proporranno solo personaggi muti». Rise idiota come la Chiatti nella pubblicità dell’Uliveto. «Comunque ho analizzato il copione, e credo di aver avuto idee interessanti per il mio personaggio. Ti va se ci vediamo per parlarne?»
Gabriele succhiò il gin tonic. Non credeva che da un incontro con la Nucelli sarebbero scaturite idee geniali, ma era comunque possibile cavarne fuori qualcosa su cui lavorare.
Anche lo spunto più idiota basterebbe a togliermi dalle palle quell’angoscia di Foschi.
Al momento però non se la sentiva di reggere un confronto diretto e avrebbe preferito incontrarla il giorno dopo, fresco e riposato. Glielo propose, ma la Nucelli disse che aveva un aereo per Catania e non gli diede scampo quando aggiunse: «Ti aspetto da me, vedrai, non ci disturba nessuno».

***

Non c’era stato verso di scaricare Yuri e Glauco. Troppo su di giri per tornare a casa. Da Slim avevano pippato ancora e in macchina si erano fatti il Muro Torto cantando a squarciagola Maria Salvador di J-Ax.
«Vi chiamo fra poco» disse Gabriele parcheggiando davanti al McDonald’s di piazzale Clodio. Gli pulsavano le tempie e vedeva le luci dei lampioni cangianti.
Glauco gli rivolse uno sguardo iniettato di sangue: «Perché non ti possiamo accompagnare?»
Gabriele se l’immaginò strafatto di bamba nel salotto della Nucelli.
«Non se ne parla, intanto mangiatevi una cosa. Vi raggiungo appena ho fatto».
«Io non c’ho fame».
«Non rompere sempre i coglioni» fece Yuri conciliante, «ci prediamo una birretta e aspettiamo Gabriele», ma Glauco continuava a fissarlo coi capillari esplosi in ramificazioni complesse finché di punto in bianco disse: «So’ boni tutti a scrive’ un film, anch’io ne ho in mente uno».
Gabriele alzò le sopracciglia. «Davvero? Be’, un conto è avere un’idea, altro discorso è scrivere una sceneggiatura».
Glauco inclinò la testa come un pollo. «Perché pensi che se me ce metto non la scrivo?»
Adesso mi tira una testata.
«Non ho detto questo, certo che la scriveresti. Di che film si tratta?»
«È un horror ambientato in palestra. Un culturista prende degli steroidi scaduti e si trasforma in una bestia umana che stermina un gruppo di donne zombie. Si chiama Bloody Building».
«Bloody Building eh? Quando hai finito me lo fai leggere, ok?»
«Col cazzo, tu me lo freghi!» Glauco gli diede le spalle ed entrò da McDonald’s.
Gabriele guardò Yuri. «Che gli prende al coglione?»
«Ancora me lo chiedi? Lo sai che quando pippa diventa paranoico…»
«E tu non lo fa’ pippa’! Non vorrei facesse qualche cazzata».
«Tranquillo, ci penso io al Ferrarelle». Sbirciò nel Mc e lo vide intrippato sotto i tabelloni dei menù, poi chiese: «Davvero hai appuntamento con la Nucelli?»
«Sì, dobbiamo parlare di lavoro» rispose senza darsi arie.
«Allora hai svoltato! Non ha vinto Miss Italia?»
«Già, ma come attrice è una cagna».
Yuri scattò in avanti e gli afferrò i testicoli attraverso i pantaloni. «E tu mettila a quattro zampe!»

Caterina Nucelli abitava al numero 6 di piazzale Clodio.
Sulla pulsantiera del citofono, il cognome era scritto in corsivo a caratteri eleganti.
Gabriele suonò e la voce di un filippino lo invitò a salire al sesto piano, dopodiché il portoncino si aprì su una serie di scalini coperti da una guida di tappeto rosso.
Sferragliando come un tram, l’ascensore d’epoca lo lasciò su un pianerottolo di marmo. La porta era socchiusa e Gabriele l’aprì chiedendo permesso, mentre i neuroni rilasciavano dopamina rendendolo vigile come un ghepardo nella Savana.

CONTINUA

Filippo Santaniello

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