ARMADILLO

Ci è voluto un anno per convincere Jacopo Marocco a scrivere un racconto per Verde. Ce l’abbiamo fatta finalmente e siamo tutti molto contenti del risultato, intitolato Armadillo. L’illustrazione di Red Tweny (A rope around the neck) sintetizza efficacemente le pressioni subite da Jacopo (un metodo che ogni volta conferma la sua validità).

Degli americani nel tavolo di fianco al mio mangiano del baccalà fritto. Sono due uomini di mezza età e una signora dai capelli gialli, sulla sessantina, con una faccia esageratamente larga, mi ricorda Elephant Man.
Nel tavolo di fronte ci sono due signore che parlano di musica classica. Parlano di tenori. O almeno questo è quello che capisco da qua.
Al tavolo accanto al loro ci sono un ragazzo e una ragazza. Sono entrati senza mai staccare gli occhi dai propri smartphone, come se stessero seguendo una mappa che li stava conducendo proprio lì. Non li giudico, forse farei anche io lo stesso, stare appiccicato allo smartphone intendo, ma il mio operatore qua dentro non va. Se il mio cellulare prendesse, per camuffare il disagio di stare in un ristorante da solo, farei molto di più che stare con gli occhi fissi sul telefono. Probabilmente non ordinerei nulla, e mi nutrirei direttamente con una foto di un piatto postato da qualche foodlover del cazzo su Instagram. Il fatto è che qui non c’è nemmeno la wi-fi. L’ho anche chiesto a quel tipo mezzo gobbo che ogni tanto si presenta in sala a prendere le ordinazioni o a portare qualcosa. È il cameriere, che poi sarà anche il cuoco, che poi sicuramente sarà anche il titolare. Quando è venuto a chiedermi se volessi acqua liscia o gassata, gli ho chiesto se ci fosse la wi-fi. Lui mi ha guardato di traverso, e mi ha risposto di no, seccato.

Nel ristorante entra uno di quei bangla che vendono le rose e che tutti chiamano “Rosario”. Ha un qualcosa che mi ricorda mia nonna negli ultimi tempi, quelli della malattia dura. Forse è per via del viso un po’ scavato.
Una delle due signore che parlano di tenori dice qualcosa che non capisco bene, capisco però la parola “Rosario”. Qualcuno dice sempre la parola “Rosario” quando un bangla con le rose entra in un locale. Ho sempre odiato questa cosa, questa cosa di chiamarli “Rosario” intendo. Che poi è una mezza evoluzione del termine “vu-cumprà”. E comunque, io quando li vedo non penso: “Ecco Rosario”, penso solo: “Ecco un bangla”, per dire.
Ad ogni modo il bangla si dirige verso gli americani. Si rivolge alla donna che mi ricorda Elephant Man. Le parla in italiano, le dà del “lei” e lei, che sembra saper parlare italiano, lo corregge e gli dice di usare il “tu” e non il “lei”. Poi prende una rosa e se la paga da sola. I due tipi che sono lì con lei non fanno una mossa, osservano senza dire nulla.
Il bangla si ferma anche davanti alla coppia di ragazzi, ma quelli nemmeno lontanamente non si accorgono di lui.
Sento un rumore mentre il banglese ne va. Un rumore che viene da lui, dal suo interno. Sembra proprio il rumore di una scorreggia. Sì, ho davvero l’impressione che ne abbia mollata una, e anche di un certo spessore. Ma nessuno dei presenti sembra farci caso, pertanto deve essere solo una mia impressione.

Sto mangiando dei ravioli, spinaci e ricotta, con tanto parmigiano grattato sopra. E un po’ di olio.
Fuori piove. Lo vedo dalla vetrata che ho di fianco, che dà sul vicolo. Le gocce sono ben visibili intorno alla luce di un vecchio lampione. Sembrano insetti che cadono in picchiata sui sanpietrini del vicolo.

Uno degli americani imita un cane. Ci si alza proprio dalla sedia per farlo bene. Imita questo cane, forse il suo, quando è contento perché ha capito che sta per uscire. Il tipo imita uno scodinzolio, e fa una faccia buffa, probabilmente la stessa di quando raggiunge l’orgasmo nel corpo dell’altro americano seduto a tavola con lui.

Il tipo mezzo gobbo, che poi è il cameriere, che poi è anche il cuoco visto che è vestito da cuoco e che sicuramente è anche il titolare, apre una seconda bottiglia di rosso alle due signore che parlano di tenori.
Mi accorgo solo ora che sono ubriache. Ridono e, probabilmente pensando che nessuno le capisca – né gli americani perché sono americani, né io perché sono un po’ distante, né la coppia perché è immersa negli smartphone – continuano a parlare dei tenori, ma ora non più delle loro capacità canore, bensì delle dimensioni dei loro uccelli. O almeno questo è quello che capisco da qua.

La ragazza della coppia chiede a lui di farsi un selfie. È l’unico dialogo che i due hanno avuto finora. Entrambi si sporgono un po’ sul tavolo, avvicinandosi. Sorridono e si fanno la foto facendo il segno della vittoria.
Ecco, questa è una cosa non ho mai capito, questa del segno della vittoria nelle foto che non vengono scattate da un podio di una qualsiasi gara o competizione. La home di Facebook, ad esempio, ne è invasa di foto del genere. Che ogni volta che ne vedo una mi chiedo: ma di preciso preciso, che cazzo avete vinto?
Appena fatta la foto, i due tornano seri, ognuno sul suo telefono.
Siate felici, giusto il tempo di un selfie. Che essere felici, lo abbiamo capito, è un’impresa difficile. Per cui va bene anche solo sembrarlo.

Guardo tutti questi tizi qua dentro e penso che ho ancora una possibilità. Una possibilità di salvarmi. Ma per quanto ancora?
O forse sono loro ad essere salvi. E io quello fottuto.
I ravioli stanno finendo. Reprimo col bere l’impulso di usare il cellulare. Scopri veramente quanto valga qualcosa solo quando l’hai persa, qualcosa tipo la connessione dati. E penso che è una fortuna che a me il telefono qua dentro non prende altrimenti, dopo il prossimo bicchiere, potrei scrivere a Francesca. E magari scusarmi per qualcosa che non ho fatto.

Francesca ha avuto sempre questa capacità. La capacità di fare cazzate e far sentire colpevoli gli altri delle sue stronzate. Far del male, e far sentire in colpa le vittime di quel male che lei stessa ha causato. Una sorta di maestra della sindrome di Stoccolma. Io l’ho capito quando ormai era troppo tardi, o forse lo avevo capito fin da subito, ma pensai che forse era un compromesso più che ragionevole per stare con lei. E non credo di essere stato l’unico ad essere caduto in questa sua trappola. Mi pare di vederla, da piccola, a disegnare case stilizzate sui progetti del padre e piantare subito il broncio quando lui se ne accorgeva e la rimproverava. E pochi minuti dopo costringere il padre a comprarle un gelato per liberarsi di quella opprimente sensazione di vedere la sua bambina imbronciata. Che poi questo è quello che ho provato io quando Francesca mi ha detto, con noncuranza, di aver partecipato a un paio di orge con un gruppo di scambisti che frequenta ultimamente. Ed è tutto molto strano perché un attimo dopo aver pensato di prendere la valigia e andarmene di casa, già ero lì a consolarla e a dirle che in effetti sì, era colpa mia, che l’avevo un po’ trascurata nell’ultimo periodo ed era normale che trovasse conforto in qualcosa di diverso. Di “particolare”.

Mi torna in mente che prima, in treno, mi sono appisolato. Quei sonni brevi dai quali ti desti per via di quei movimenti involontari delle gambe, o so io cosa. Stavo sognando.
Ero in una specie di zoo. No, forse era proprio uno zoo. Davanti a me c’era una ragazza bellissima dagli occhi verdi. In mano aveva un animale. Un armadillo. Cioè, credo si trattasse di un armadillo perché, in realtà, è un animale che ho sempre e solo sentito nominare, non credo di averlo mai visto per bene, nemmeno in foto o in tv. Ero sempre occupato a fare altro per vedere come fosse fatto davvero un armadillo. Ed ora invece eccolo qua, in braccio a questa ragazza bellissima dagli occhi verdi. E a me viene in mente quella barzelletta stupida che ti dicono alle elementari, quella del carabiniere che ferma un armadillo e gli fa “Se hai un’arma, dillo!” La penso e basta ‘sta cosa, ma in questo sogno devo essere telepatico perché vedo la ragazza bellissima dagli occhi verdi che sorride. Poi quel cazzo di spasmo muscolare sulle gambe e mi sono svegliato.

I ravioli sono finiti, il vino pure. Mi alzo e vado a pagare. Esco dal ristorante, il cellulare suona, è tornato il segnale e io sento come una scossa, un brivido. Una scarica di dopamina come ricompensa per aver tenuto a bada la mia dipendenza dallo smartphone per tutto quel tempo.
Ho una notifica. Un messaggio di Francesca, dove mi dice l’ora e il posto. Una villa appena fuori città, appena fuori da questa città emiliana che dista centinaia di chilometri dalla mia di città. Lei è già lì. Mi ricorda di prendere la mascherina da indossare. “Vedrai, ci farà bene” scrive poi sotto.
Prendo una compressa da 0,5 di Xanax e vado alla ricerca di un bar.
Cammino sotto la pioggia, tra i vicoli e i porticati di questa città sconosciuta.
Un ragazzino incappucciato sta scrivendo sul muro con una bomboletta. Scappa appena si accorge di me. Ha lasciato a metà questa scritta:

Amai trite parole che non uno
osava. M’incantò la rima fiore
amore,
la più antica diffi

Penso alla ragazza bellissima dagli occhi verdi. Penso che verrà a salvarmi. Ne sono sicuro.
Prima o poi.

Jacopo Marocco

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