SENZA CUORE

La redazione di Verde, Senza cuore, vi propone oggi un racconto di Luca Carelli (e come risarcimento parziale A certain black stain, una illustrazione di Red Tweny).

I miei sogni sono incubi neri e tu non ne uscirai vivo. Ho paura di quel che stanno diventando e di come ti trascineranno dentro di loro, a fondo nel mio corpo che suda e brucia come una febbre. Le lancette del tuo tempo incendiano la mia pelle e ci squarciano le ossa dritto fino al cuore, perché tu possa capire che manca poco alla fine.

Questa notte ho sognato Annio. Era triste e sorridente. La paura mi incendiava la pelle e mi ha tappato la bocca. Lui era immobile e rideva, mi guardava scivolare, ho tentato di parlare mentre lui accarezzava il letto e mi diceva di ascoltare, ma ho sentito solo un groppo dritto al cuore come un tumore. Ho fatto di tutto per liberarmi ma non potevo respirare e il suo ricordo mi faceva male. Quando ho acceso la luce, la stanza era vuota e il letto era ricoperto di acqua ghiacciata, densa come sangue e nera come le mie gambe, immobili dal freddo. Solo allora mi sono accorto di aver lasciato la finestra aperta. Il vento ululava come un cane rognoso e la pioggia abbatteva qualsiasi cosa trovasse. Io guardavo impotente quella devastazione che non era alla mia portata e solo dopo un’ora ho trovato il coraggio di alzarmi e correre in bagno e poi in cucina a bere e a fumare.

Mentre l’acqua del rubinetto scorreva, pensavo alla visione e ho tentato di capire. Annio era identico a come lo ricordavo, fragile e splendente, minuto come quel pomeriggio lo ha congelato nella mia mente. Sorrideva pieno di graffi e il sangue lo sommergeva, era rosso come il suo pianto e ferito come il suo dolore. Eppure lo sento, ne sono certo, non mi detestava e chiamava il mio nome con amore. Ho tossito mentre cercavo le sigarette e ho acceso il lume arancione. Fuori non pioveva più e la notte era diventata fresca e ventosa, piena di odori e colori. La luna cresceva e addolciva l’attesa del sonno ossessiva. Questa notte, me lo sentivo, non avrei più dormito, ma ho pensato che potevo farcela perché il tempo era cambiato, il cielo era tornato maggio.

Allora era gennaio e avevo vent’anni, Annio era sincero, la sua pelle morbida e tenera. Ho tentato di ricordare quanti anni avesse quella sera e all’improvviso nei miei occhi ho sognato ancora. Annio era triste e stanco e mi chiedeva di non abbandonarlo. Una vampata è esplosa nel mio cuore e ovunque nel mio corpo un fuoco è divampato. Ho spento la sigaretta, ho tossito sangue e quando ho cercato di alzarmi una vertigine mi ha demolito sul pavimento ghiacciato.

Mi sono risvegliato in una pozza di sangue denso, ma era soltanto la mia bava gommosa. La cucina sembrava più piccola e insidiosa e più sporca di prima. Ho tentato di sollevarmi aggrappandomi alla tovaglia che dal tavolo di fòrmica pendeva come una liana ma al primo strappo ogni cosa è crollata, del vetro mi ha aperto la testa e il posacenere ha rovesciato sulle ferite i resti polverosi della nottata.
Strisciando ho cercato di raggiungere il piano di sotto. Ho sceso precipitando milioni di scale e quando sono finite ho battuto la schiena.
Ho percepito senza senso lo scorrere del tempo che riavvolgeva e si espandeva e quando ho riaperto gli occhi ho sperato che fosse mattina, ma ero immerso in una cortina di oscurità fumosa.

Il mio laboratorio era buio e freddo e il gelo polverizzava le poche ossa sane che ancora resistevano, eppure io non sentivo più niente. Nei miei occhi sono riprese le visioni. Annio non era più solo e come un esercito sono apparsi in schiera. Ognuno di loro sorrideva e piangeva e mi chiedevano di non dimenticare e non abbandonarli mai al loro destino. Mi apparivano come fotogrammi dell’ultima volta in cui li ho incontrati: c’era Anna, che a un anno strisciava, la più piccola di tutte, allora ancora non parlava; e Marco, con i suoi sei anni di ginocchia sbucciate, pantaloncini strappati e guance rosse screpolate; c’era Nina che all’epoca già fumava e – oggi posso dirlo – fu un tragico errore (era troppo grande); e Andrea, alto magro e olivastro, bello come il sole, otto anni e una sorellina di cinque, Rita, che per un pomeriggio fu il mio più grande amore. Ognuno di loro conservava la purezza e l’ardore di quei giorni lontani, ma erano pallidi e sfatti, emaciati e distrutti come il loro sangue raggrumato che schizzava ovunque, mentre le ferite si aprivano e vomitavano dolore. Sorridevano e mi supplicavano di portarli via con loro e io non potevo capire cosa volessero dire.
Le urla e i lamenti erano ossessivi e le mie orecchie liquefatte grondavano cera bollente sulla mia pelle sfiorita.

Serpeggiando, come un verme, ho avuto la forza di trascinarmi fino alla botola posteriore dove, sfinito e arreso, ho ceduto al mio corpo che urlava come una belva ferita. Per un attimo ho sperato che fosse tutto finito e illuso ho bramato un riposo – che giuravo – meritato, ma proprio allora sono tornati e tutti insieme hanno urlato: «Non abbandonarci, portaci via con te!»

È stato un lampo che allora mi ha pervaso. Risuonava la mia ultima ora e non era un sorriso. Il cuore infranto da troppo amore ha ceduto in uno schianto e dalla botola sfondata il mio corpo è precipitato nella cantina.
Nelle viscere di quella che era stata la mia casa e il cimitero dei miei più grandi amori, il sogno di un vecchio falegname si stava infrangendo. Il mio burattino non avrebbe mai visto la luce del sole e i suoi giorni erano già finiti. In tutti quelli anni avevo conservato i resti dei miei piccoli tesori, per dare forma e sostanza al mio sentimento.
Le loro anime avevano tentato di avvisarmi e mettermi in guardia dalla morte insulsa di un banale malore.
Alla mia creatura mancava solo il cuore.
Sono nato solo e sto morendo mostro, ma non lo sono diventato.
Me lo sono guadagnato.

Luca Carelli

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