IL TAVOLO PER LA NOTTE

Il tavolo per la notte è il decimo contributo per Verde di Simone Lisi, che ha posto come unica condizione la pubblicazione all’alba, a quanto pare in concomitanza con un solstizio o un equinozio, chi aggiorna questo blog non ha avuto modo di appurarlo, è sabato 18 giugno 2016, sono le ore 22, esegue l’ordine ricevuto, cattura una schermata e andrà a cenare soddisfatto.
Illustrazione di Red Tweny (Study of a curly hair face).

Prima. Prima di essere Luca, il vicino di casa è stato un’entità senza volto, un ectoplasma, un rumore dalla parte opposta del muro, una musica di merda durante la notte, e un abbassare il volume di rimando, quando mi sono alzato dal letto ciabattando e sono andato a bussare alla sua porta.
Lui allora ha abbassato senza nemmeno degnarsi di aprire a vedere chi fosse o cosa volessi.
Aveva capito.

Così ho conosciuto Luca, che ancora non aveva nessun nome, solo epiteti, ma che di lì a poco sarebbe stato Luca il nuovo vicino di pianerottolo.
È successo che un pomeriggio è passato a suonare il campanello perché aveva una richiesta su Chiara, la nostra padrona di casa, Chiara Tecla Marina, alla quale aveva prestato un comodino dell’Ikea. Così ho aperto, ho detto che non avevo idea di cosa mi stesse parlando, prego entra pure, cerca tra gli oggetti di questa casa ammobiliata quello che dichiari essere il tuo comodino e in definitiva prendi ciò che ti spetta, comunque io sono un profugo, non ho un contratto regolare, niente mi appartiene davvero, quindi fruga e fai quello che ti pare.
Non è quello che ho detto a Luca, ma è quello che ho pensato. Lui si è aggirato per casa finché non ha trovato il suo comodino e dopo se ne è andato via soddisfatto.

Io e il mio coinquilino Flavio abbiamo pensato fosse tutto normale, chiunque presta un comodino al dirimpettaio, prego, prendilo pure. Luca, così ha detto di chiamarsi, alto di statura e kafkiano nel volto: capelli corti, orecchie leggermente a punta e un viso a rombo. Luca: ha detto che a lui di quel comodino neanche importava, figurati, mai fregato nulla, ma era sua madre ad aver insistito, e sarebbe stato lui a doversela sorbire, la prossima volta che non lo avrebbe trovato. Ecco il motivo, ecco tutto.
Era un comodino bianco, dell’Ikea, più che un vero comodino, una sorta di vassoio per fare colazione a letto o tenere il computer sul piumone senza che si surriscaldasse.

È stato solo in un secondo momento che ho iniziato a congetturare su come fossero andate le cose tra loro, mentre all’inizio era stato solo un modo fortunoso per scambiare due parole col vicino e provare a varcare quella distanza siderale del pianerottolo che ci separa, magari un primo ponte asse-di-legno per arrivare a chiedere la password per accedere a internet.
Non pensavo certo che Luca avrebbe negato la parola segreta, adducendo ragioni che questa volta non concernevano sua madre, ma una necessità fisiologica di succhiare tutti e dieci i mega-byte di linea che gli erano concessi dall’abbonamento.

Dopo i giorni sono passati e la faccenda è cresciuta, come crescono le cose dentro la testa, tutto comunque a posteriori, vuoi per la necessità di perder tempo e stare là a rimuginare, tipica condizione di chi ha un lavoro part-time in una ditta di poste private ed è privo di connessione a internet. Così ho pensato che lei, Chiara Tecla Marina, avesse una qualche relazione di potere con lui, Luca. Non sentimentale, non affettiva, ma di potere. Che lei avesse visto quel comodino e avesse deciso che sarebbe stato suo, per un semplice capriccio, un oggetto qualunque a comprovare il suo potere. Il comodino rappresentava davvero uno scherzo, una scommessa tra amiche, vediamo se riuscirai a portare via da casa sua una cosa con la lettera…, e a quel punto avevano scritto tutte le lettere dell’alfabeto su di un foglio e poi mosso la penna sopra senza guardare fino a abbassarla su una lettera e la lettera era la C. Di comodino.
Comunque anche così la questione non convinceva (avrei dovuto capire che non c’era nessuna amica, che tutto avveniva nella testa di Chiara, che non c’era un foglio e una penna, perché Chiara è sola al mondo, ma a quel tempo la cosa mi è sfuggita e così tutta la storia non aveva senso).

Flavio dopo un po’ di tempo che mi sentiva fare di questi discorsi da complottista ha deciso fosse tempo di scrivere una messaggio a Chiara, l’unica che potesse sapere qualcosa, messaggio dove le domandava principalmente altre cose, tutte questioni a mio parere secondarie, come dei soldi che le dovevamo dare per la casa, di più rispetto a quanto sembrava all’inizio, di quando avesse intenzione di tornare e noi andarcene o meno, di traslochi e case nuove talmente nuove che ancora non esistevano, ma esisteva di certo l’idea della nostra roba da buttare nei sacchetti e pacchi riempiti senza piegare quella nostra roba lurida.

Chiara Tecla Marina aveva risposto con incertezza sulla data del ritorno, facendo riferimento a una sua possibile partenza per l’India. Sui soldi chiedeva maggiore puntualità. E per quanto riguardava Luca e il comodino ne aveva scritto una riga scarsa, una mezza frase dove spiegava che non avremmo dovuto renderglielo, quel comodino, che a lei piaceva molto e per questo negli ultimi tempi che stava in casa aveva sempre cercato di evitarlo, Luca, non tanto, o non solo, perché vicino e in quanto tale pestilenza, ma per una ragione specifica, cioè quel piccolo comodino da restituire.
«Sì», dicevo io a Flavio, mentre mi raccontava di quel messaggio scritto da Chiara Tecla Marina, «ma come ha fatto lei ad averlo? Perché lui le ha dato quel comodino? E poi smettiamola di parlare di comodino perché tecnicamente è tutt’altro, caro mio. Insomma, che altro ha scritto?».
Ma Flavio non era in grado di fornire resoconti dettagliati di quello scambio di messaggi, non perché cose rilevanti non ci fossero scritte, io sospettavo, ma perché Flavio travisa sempre tutto e se poi gli si fanno notare le contraddizioni insite nei suoi racconti comincia ad agitarsi e a perdere la testa e non se ne cava più nulla.
Dopo aver riacquistato un po’ di calma, Flavio ricominciava a parlare a proposito di una qualche festa d’addio che Chiara Tecla Marina aveva organizzato, prima di partire per il nord Europa a insegnare yoga e prima di lasciarci la casa, festa a cui anche Luca sarebbe stato invitato, in virtù di una volta ancora precedente in cui lei era rimasta chiusa fuori e lui l’aveva ospitata nel suo appartamento per ore e ore, o forse per giorni, finché non era intervenuto un fabbro oppure qualche amica (ma non c’è nessuna amica) con un doppione della chiave. Forse fu in quella occasione che lei notò il comodino e sempre in corrispondenza di quella festa, sulla necessità di appoggiavi sopra qualcosa, che l’oggetto varcò le due porte.

Ed è così che io mi sono tranquillizzato.

La storia del comodino (tavolo per la notte, si dice in spagnolo) mantiene anche oggi che il tempo è passato e comincio a creare nuovi circoli di proiezione, mantiene, dicevo, alcuni punti oscuri, ma si è quantomeno arricchita di certi retroscena che mi sembrano belli: la festa in maschera, la seduzione, il potere; elementi che mi fanno pensare non tanto al passato di questa casa, o a un comodino che non è comodino, o al rapporto tra Luca e Chiara, quanto piuttosto al passato in generale, ai suoi legami con il presente, al suo non poter essere compreso, dal punto di vista attuale e dal mio, nello specifico.

Simone Lisi

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...