ROCK CRIMINAL #13: HARRY WOMACK

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. Il 9 marzo 1974 Harry Womack, cantante e bassista dei The Valentinos, “è stato accoltellato dalla sua ragazza gelosa”, dieci anni dopo Sam Cooke, ucciso in circostanze misteriose da Bertha Franklin…
Torna su Verde il maestoso Red Tweny, che sarà con noi per tutta la settimana: bentornato Cristiano, Tribute to a homeless man è bellissimo.

Per tutti era “la ragazza gelosa”. Soltanto “la ragazza gelosa”. «Stai attento alla tua ragazza gelosa», gli ripeteva suo fratello Bobby. “Il cantante e bassista Harry Womack è stato accoltellato dalla sua ragazza gelosa”, intitolarono i giornali. Era sempre la solita storia. In fondo, i fratelli Womack erano stati rovinati dalle donne gelose. Bobby ne sapeva qualcosa. Fu preso a pistolettate da sua moglie Barbara. Lo cacciò di casa. Divorziò. Oddio, non che non avesse i suoi buoni motivi. Il più famoso dei Womack aveva una relazione segreta con Linda Cooke, la figlia appena diciottenne di sua moglie e del defunto Sam Cooke. E pensare che era stato proprio Sam Cooke a portare al successo i Womack Brothers ribattezzandoli Valentinos e facendoli incidere per la sua casa discografica, la SAR Records. Poi, però, Sam Cooke fu ucciso e Bobby Womack, tempo tre mesi, si sposò con la vedova. Il fratello di lei non vide di buon occhio quella tempestiva unione e lo riempì di botte. Anche la comunità nera criticò i nuovi coniugi. I Valentinos venivano insultati e fischiati ai concerti, Bobby era il bersaglio di tutti, pubblico e fratelli, e di fatto dovettero sciogliersi. Lei era una puttana di dieci anni più di lui sfruttata dal chitarrista e protetto del marito che si faceva pagare le registrazioni del suo disco da solista e tutto il resto: la bella vita. Rifiutata dall’ambiente discografico della musica di colore e dalla classe media afroamericana che ambiva all’high society di cui Sam Cooke era l’eroe gentile. Loro non accettavano quel lutto troppo breve, il tradimento, la disinvoltura dei due che si erano già dimenticati di un grande uomo amato da tutti. E non credevano alla versione ufficiale sulla sua morte. Non potevano pensare che Sam Cooke fosse un puttaniere e uno stupratore.

L’11 dicembre 1964 Sam non sembrava aver bevuto né appariva diverso dalle altre occasioni mondane quando si propose di accompagnare a casa una ragazza, la ventiduenne Elisa Boyer, incontrata quella sera a una festa a Hollywood in suo onore al Martoni’s sul Cahuenga Boulevard. O se aveva bevuto, reggeva bene l’alcol. Qualche parola di troppo lasciata andare senza il consueto controllo poteva tradire qualcosa. Non ci si faceva caso. E come poteva poi Elisa rifiutare la proposta di Sam Cooke? Chissà quante ragazze avrebbero voluto essere al suo posto. Cooke la fece accomodare nella sua bella macchina sportiva, una Ferrari rossa che faceva girare tutte le donne e tutti i ragazzini con la stessa pelle di Sam ogni volta che passava per i quartieri. «Ehi guardate, c’è Sam Cooke!» e tutti intorno all’automobile e alla star seduta al volante, sorridente e vestita con abiti di alta sartoria. Correvano veloci verso il sogno di una notte. La guida sicura. La moglie a casa. Forse. Si diceva che tra i due non andasse più molto bene. La sit-com dei due compagni di scuola che mettono su una famiglia felice e di successo pareva mostrare i primi errori di sceneggiatura. Magari lei lo tradiva con qualcuno dei suoi musicisti. Anche questo poteva far parte del copione. Lui lo pensava sempre più spesso. Lei sapeva delle sue relazioni. Tanto valeva… perché no? Chi altro mai l’avrebbe saputo. Così, invece di portare al proprio domicilio la giovane americana di origini anglo asiatiche (gli piacevano proprio quel viso esotico e le sue forme e i modi da geisha), Sam cambiò strada e la condusse in un motel di Santa Monica, La Hacienda, al numero 9137 di Figueroa Street. Un alberghetto di ultima categoria da tre dollari al giorno dove si fermavano le coppie clandestine di spiantati della California. Si registrarono con un nome falso. Lo facevano tutti, il personale non avrebbe fatto domande.

Presero una stanza nella dépendance. Lui diede una mandata alla porta e tolse la chiave dalla serratura, lei non vide dove l’aveva messa. Si spogliò e cominciò a spogliarla. I movimenti non era più così decisi, l’alito sapeva di troppo alcol, i suoi effetti d’improvviso cominciavano a mostrarsi con un certo orrore: era brusco, troppo brusco. Lei ebbe un ripensamento. Stava diventando violento. Elisa non ci voleva più stare. «Portami a casa, dai, portami a casa». Lui le diceva di non preoccuparsi, provava a fare lo spiritoso, il romantico, il seduttore. Ma era un bruto, sempre più bruto e sempre più violento nel momento in cui le insistenze della ragazza si erano fatte insopportabili. La stringeva, le faceva male. Provava a baciarla. Le mani sotto il reggiseno, dentro le mutandine. «Aspettami qui e non fare storie», le disse senza attendere replica; andò in bagno a svuotarsi la vescica piena di vino italiano e Martini. Lei tentò la fuga da una finestra, erano solo al piano terra, la finestra era bloccata. «La chiave, dov’è la chiave?» riuscì a trovarla e ad aprire la porta della camera. Prese i suoi vestiti e nella confusione, o volutamente per non farsi inseguire, oppure per altri fini, anche quelli di lui, fuggì in slip e reggiseno. Dopo poco Sam uscì dal bagno e capì. Non era di certo andata a prendersi una bibita o le sigarette al distributore automatico nel corridoio. Cominciò a cercarla, a guardare fuori la porta, le altre stanze silenziose, vuote, buie, le tenebre del parcheggio con le sagome delle automobili, il vento che spirava dall’oceano, addosso ciò che era rimasto sul letto, la giacca, e sul tappeto sporco e vecchio le scarpe. Quindi salì sulla macchina, mise in moto, stava per andare via, mettere fine a quella notte balorda, ma ci ripensò. La ragazza poteva far scoppiare uno scandalo se avesse raccontato la faccenda. C’era chi non cercava altro. Tornò al motel e cominciò ad attaccarsi alla porta d’ingresso. Gli aprì la direttrice, la signora Bertha Lee Franklin. Gli disse di andarsene. Era al telefono. Ma Cooke non ci voleva sentire, guardava dentro e le diceva di farlo entrare. Lei lo minacciò di chiamare la polizia. «Mi faccia entrare… dov’è andata? … voglio solo parlarle». Aggiunse: «Mi ha derubato… è una ladra», continuando a sbirciare all’interno. La ragazza aveva detto alla donna: «Per carità, lo mandi via, gli dica che non mi ha visto, la prego, mi ucciderà se mi trova. La prego!», prima di sparire nella notte.

Stava accucciata nella cabina telefonica davanti al motel. Guardava quello che accadeva. Chiamò la polizia. La signora Franklin gli ripeteva di andarsene. «Vada via o chiamo la polizia». Lui non ci sentiva, ma ascoltava tutto la proprietaria dell’hotel, Evelyn Carr, dal telefono rimasto aperto sul bancone. Lui doveva trovare quella ragazza, magari le avrebbe dato dei soldi per farla tacere, ecco, tanti soldi, questa era la soluzione più giusta, era ricco. O forse l’avrebbe davvero uccisa. Sam Cooke sembrava un altro, un sinistro criminale folle capace di tutto. «Vada via ho detto, guardi che stanno già chiamando la polizia!», disse la donna con l’aria di chi sapeva che da un momento all’altro sarebbero arrivate due pattuglie con le luci e le sirene accese (“Divo del soul arrestato per tentata violenza carnale”, la foto in prima pagina di Sam Cooke seminudo e ammanettato, lo sguardo alterato dai flash dei fotografi, dalla paura, dal delitto, dal delirio, dal peccato, dalla cattiva coscienza, sfinito). E lui allora entrò e l’aggredì. Una colluttazione spaventata e ubriaca. Lei tirò fuori da un cassetto un revolver, o forse era già a portata di mano sopra il televisore, non sapeva dirlo con certezza, e gli sparò tre colpi. Due lo mancarono. Uno lo centrò al petto. Poi prese un bastone, quando vide che non era ancora caduto a terra e la guardava incredulo aggrappandosi a lei. «Signora, perché mi ha sparato? Io sono Sam Cooke!» L’albergatrice non esitò e glielo sferrò sulla testa. Finalmente Cooke stramazzò al suolo.
Elisa Boyer pochi giorni dopo sarà arrestata da un agente sotto copertura perché beccata a prostituirsi. Tra gli effetti di Sam Cooke mancava il suo portafogli.

Era un complotto. Una trappola ordita per far fuori, in un modo o nell’altro, un uomo di colore che ce l’aveva fatta nella società dei bianchi e si batteva per i diritti civili: fu quello che pensò la sua gente commossa e sconcertata, abbattuta e arrabbiata una volta che ogni giornale e ogni notiziario avevano dato la notizia della sua morte. Lo disse anche l’amico e campione del mondo dei massimi di pugilato Muhammad Ali. Lo ribadì la cantante Etta James. Martin Luther King fece un’omelia in memoria. Ma per il giudice della Contea di Los Angeles, la signora Bertha Lee Franklin aveva ucciso “per legittima difesa”.

Ai funerali, il 20 dicembre, c’era tutta la comunità nera con le sue celebrità dentro la chiesa battista e fuori sulla 41esima strada sotto la pioggia gelida della città che aveva visto crescere e ora riaccoglieva a sé il suo figlio migliore. Mahalia Jackson cantò un gospel per quell’anima bella, si unirono anche i Soul Stirrers. Chicago, tutta quella folla, tenuta a bada dalla polizia, che si chiedeva come fosse possibile. Anche la moglie era incredula. «Quella ragazza era l’amante di mio marito da almeno un mese, pensate davvero che volesse violentarla?» disse amaramente.
Bobby Womack non si pronunciò. Espresse solamente il desiderio di essere di conforto alla vedova, starle vicino. Molto vicino.
«Guardati dalle ragazze gelose». La sua frase ricorrente. «Se Barbara non avesse sbagliato mira, oggi sarebbe anche la mia vedova», diceva con un sorriso sardonico e di sollievo per lo scampato pericolo. Con la giovane figliastra non sarebbe durata molto: lui non la smetteva di andare a letto con tutte. Lei era “una ragazza gelosa”. Così Linda si sarebbe sposata con un altro dei fratelli Womack, Cecil, dopo il divorzio di lui dalla “Regina della Motown”, la cantante Mary Wells, gelosa come tutte le altre. Linda e Cecil avrebbero formato il duo soul-dance Womack & Womack arrivando in classifica. Harry e la sua “ragazza gelosa”, invece, non sarebbero arrivati da nessuna parte. Se non alla tragica conclusione della loro storia d’amore di cinque anni e cinquemila liti. Lei spesso lo picchiava. Lui non reagiva. L’amava, forse. Di certo non era capace di nessun gesto violento. Era il puro, buono e ingenuo della famiglia Womack. Affatto infedele. La vittima designata. E negli ultimi periodi era anche un uomo di nemmeno ventinove anni, spaventato e sfibrato da quel rapporto da cui eppure non riusciva a liberarsi.

«Tieni, prendile». Bobby diede le chiavi del suo appartamento a Harry. «Io starò fuori per qualche tempo, sai la promozione del nuovo disco, e tu è il caso che stacchi un po’ la spina; sì che stai lontano dalla tua ragazza gelosa. Farà bene a entrambi».

Lei non ci mise molto a capire dove si era rifugiato il suo uomo. Nella notte del 9 marzo 1974 la lite tra i due non è la solita lite. Non bastano più le botte e gli insulti. Lei ha trovato della biancheria intima femminile nell’armadio. «Uhm, è anche costosa, roba di gran classe, non c’è che dire». La annusa. Gliela mette sotto al naso, a quel bugiardo e traditore. Gli urla in faccia. Lui cerca di spiegarle. Ma è inutile. Lei non l’ascolta. La sua rabbia la rende sorda. La rende pazza. Va in cucina, prende un grosso coltello da arrosto e stavolta la fa finita. Lo colpisce al collo. Il colpo è velocissimo, secco e mortale. Solo in seguito la “ragazza gelosa” si sarebbe resa conto che quegli indumenti erano stati lasciati lì da una delle amanti del padrone di casa.

Sergio Gilles Lacavalla

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