MOONLIGHT MOTEL

03 Barcsòn Vècc

Elisa Piatti, Barcson Vècc

Se siete nostri lettori conoscete già Sergio Gilles Lacavalla: una volta al mese leggiamo la sua rubrica Rock Criminal, altre volte i suoi drammi teatrali, oggi invece Moonlight Motel, un racconto porno noir.
Fotografia di Elisa Piatti (Barcoson Vècc).

Aveva un paio di calzoncini che le scoprivano parte dei glutei. Doveva essere in viaggio da alcuni giorni perché lo spicchio di pelle di quelle natiche era più chiaro rispetto al resto: pallido come se avesse indossato i pantaloncini appena quel giorno e il sedere non avesse fatto in tempo ad abbronzarsi quanto le gambe. Non che fosse molto abbronzata, ma insomma la differenza si vedeva con la pelle chiara. Forse era il segno del costume. Anche l’epidermide tra i due seni aveva una riga bianca. Si scorgeva per via della camicia aperta e annodata sulla pancia. Prendeva il sole nel bordo piscina della villa di qualche divo del cinema o di un produttore. Non molto distante da lì. Io potevo portarla solo in una stanza di motel. Chissà cosa aveva creduto vedendo la macchina. Altri tempi, quando girava ancora bene. Si tolse le scarpe e mise un piede fuori dal finestrino a farselo soffiare dall’aria del deserto che nella velocità mitigava il caldo. Nel sogno lei prese il giornale allungandosi sul sedile posteriore. I calzoncini le si abbassarono leggermente: non portava le mutandine. La camicia si snodò, i seni erano piccoli e un po’ scesi. Capezzoli grandi.

«Le scrivi tu queste cose?» disse richiudendosi la camicetta, stavolta abbottonandosela; solo due bottoni, tanto per coprire appena i seni. Non era pudore, chiaro: era soltanto un modo per dire non adesso. Era interessata al supplemento del sabato intitolato Hollywood noir. Non so perché mi ha chiesto se scrivessi io quella roba. Nel sogno rallentai l’andatura della mia Chevrolet Bel Air del 57, l’albergo ormai si vedeva sulla sinistra, non molto distante, sembrava un modellino uno a qualcosa di un motel vero. Il sogno, lentamente come l’andatura dell’automobile, si è come interrotto, non proprio interrotto, proseguiva ma con una certa confusione, data dalle sagome in ombra della mia casa, dalle luci di qualche macchina che passava fuori, in un orario imprecisato, forse era sera tardi o gli ultimi minuti della notte, ho pensato per via di quel continuo passaggio di automobili. Ma probabilmente anche questo faceva parte del sogno. La ragazza leggeva assorta. Anche qui sono impreciso: non proprio assorta, era chiaro che fosse vigile rispetto alla mia presenza e alla macchina che diminuiva la velocità, però quello che c’era scritto sul giornale doveva averla in un certo senso catturata. Leggeva stuzzicandosi il piede nudo che prima era fuori dal finestrino, ora portato sopra il sedile. Si annusò le dita della mano e sorrise. Nel dormiveglia, leggeva accarezzandosi l’interno di una coscia. Non fece caso alla pistola che sbucava sotto la mia giacca. Non più di tanto, comunque: la guardò di sbieco, quasi senza smettere di leggere, per niente intimorita, poi non la guardò più. Il dormiveglia cessò e risprofondai nel sogno. «Ti piacciono queste storie?»

Eravamo quasi arrivati all’albergo, si vedevano le macchine nel parcheggio. Poche automobili. Cinque o sei. Magari erano quelle dei dipendenti del motel. Uno o due clienti. Commessi viaggiatori o coppie di amanti. Lei accese la radio. Muoveva la testa a occhi chiusi su un pezzo di Chet Baker o Lee Morgan – non ho mai saputo distinguere il suono della tromba di un musicista da quello di un altro. Poggiò i piedi sul cruscotto sporcandolo della polvere della strada. Se li sarebbe lavati in albergo. Rallentai di più per permettere a quel brano di finire. Lei di certo voleva così. I suoi occhi sbattevano sotto le palpebre. Penso per il sole che riverberava sul vetro della vettura. Portò una mano fuori dal finestrino, la ondeggiò lievemente al ritmo della musica, poi la strinse quasi per catturare un po’ dell’aria del deserto infinito ai lati della strada. Sempre uguale se non fosse per i manifesti pubblicitari di qualche bibita o di un film che apparivano tipo sorprese per non farti annoiare. Impugnò l’aria per fermare un sogno. O un rimpianto. Un rimorso. Forse niente. Volevo che non ci fosse niente nei suoi pensieri. Niente di niente. Solamente quell’aria.

Fermai la macchina davanti al motel. Scendemmo. La mia giacca era bagnata dietro la schiena. Lei si tolse la camicia e rimase a torso nudo. I capezzoli erano così grandi che il seno sembrava più piccolo di quello che in realtà era. Soprattutto quando alzò le braccia per stiracchiarsi. Volle che le succhiassi i capezzoli sul ciglio della strada. «Non passa nessuno», disse. «L’asfalto caldo sotto i piedi scalzi mi eccita». L’accontentai. Lei fece colare un filo di saliva sul seno; lo leccai insieme al suo sudore. Si mise gli occhiali da sole così la mattina assunse le tonalità di un tardo pomeriggio verso la sera. Verso il mio sogno notturno.

Prendemmo la chiave e andammo in camera. Il portiere dell’albergo mi sembrò che avesse notato più i piedi nudi della ragazza – aveva lasciato le scarpe in macchina – che il suo seno quasi scoperto dalla camicia aperta nuovamente annodata sulla pancia. Entrati in stanza, non avevo ancora chiuso la porta, lei si tolse il giornale che aveva infilato nei calzoncini, buttandolo sul letto, e subito dopo i calzoncini stessi. Il segno lasciato dal costume era evidente. Si accucciò davanti al piccolo frigobar per prendersi una Cola. La camicia si snodò da sola, in quella posizione le copriva i glutei. I talloni sollevati erano neri e induriti. Doveva camminare spesso senza scarpe. O forse era una ballerina. Le gambe erano robuste e agili. I piedi forti e nervosi. Aprì la bottiglietta, ne bevve un sorso avidamente, poi me la porse. Feci di no con la testa. Scrollò le spalle e riprese a bere poggiandosi col sedere al frigo. Il ventre portato leggermente in avanti, scoprendo così di più il pube. I peli non erano molto folti e si vedevano bene le labbra vaginali. «Lo sai perché negli alberghi ci sono sempre bottigliette di Coca Cola?» mi chiese. «No», risposi, e non lo sapevo davvero, anche perché non mi ero mai fatto una simile domanda. «Sono per le donne sole, per le viaggiatrici senza un uomo». Accarezzò maliziosa la bottiglietta, vi passò la lingua, se la mise in parte dentro la bocca, ingoiandone un altro po’ del contenuto, quindi se la portò tra le gambe. Nel sogno si penetrò con quella bottiglia in un orgasmo veloce di Coca Cola che inondò il pavimento. Eiaculò un fiotto di umori prima lattiginosi, che colavano dalla vagina misti a quel che restava della Cola, assumendo in tal modo un colore più scuro del bianco candido che dovevano avere senza la bevanda, poi una serie di violenti spruzzi trasparenti lavò via tutta la bibita e bagnò anche la parete di fronte formando una grossa macchia che scendeva lenta e irregolare sul muro coperto di carta da parati a righe dai colori sbiaditi, quasi irriconoscibili, dovevano essere in origine rosse e verdi. Intorno altri minuscoli schizzi che si assorbirono subito. La macchia grande, invece, probabilmente avrebbe lasciato l’alone.

«Sai, sono convinta che le scrivi tu queste storie», mi disse uscendo dalla doccia e riprendendo il giornale. Si mise seduta sul letto togliendosi l’asciugamano dal corpo umido. «Lavati anche tu», mi disse. «Mentre io mi riscaldo», rise per qualche secondo e cominciò a masturbarsi sulle immagini della Hollywood assassina. Del bel mondo sfigurato dal crimine e dal successo.

Quando tornai nella stanza, il mio membro era rigido. Avevo cominciato anch’io a masturbarmi sotto l’acqua tiepida. Nel sonno. Facendo attenzione a non venire. Lei era già venuta leggendo il giornale. Sembrava spossata ma venne ancora guardando un film poliziesco alla televisione: venne abbondantemente bagnando il lenzuolo. Venne su una sparatoria tra banditi e polizia. Venne un’altra volta ficcandosi tre dita nella vagina su una pellicola di due amanti che fanno fuori il marito di lei, un povero scemo che non sospettava che i due scopassero proprio sotto i suoi occhi. Poi ebbe un orgasmo continuando a leggere il supplemento del quotidiano. Impregnò la carta dei suoi liquidi confondendo i caratteri di stampa della pagina dove aveva poggiato il suo basso ventre e il sedere con quelli della successiva. Venne sul Presidente e sul ministro della giustizia, sulle star del cinema, sui gangster e su tutta l’America.

Mi chiese di leccare la pagina bagnata. Le ubbidii. Quando avvicinai le labbra al suo sesso, notai che aveva la peluria castana più scura dei suoi capelli biondi e la pelle tra i peli si era macchiata d’inchiostro. Mentre stavo per ritirare fuori la lingua, lei mi pisciò in bocca facendo un’espressione strana, languida, malinconica. Disse: «Ti amo». Nel sogno disse: «Ti amo». Il suo sesso sapeva di urina, piacere, bagnoschiuma e cronaca nera dei divi del cinematografo. Le luci dei fanali delle macchine nel tramonto. In televisione era mattina. Nel sogno era notte.

Il mio membro penetrava con facilità nella sua vagina: era incredibile quanto riuscisse a venire quella ragazza. La sua fica sbavava di continuo. Le volte che schizzava faceva scivolare fuori il mio cazzo. Me lo leccava, lo succhiava forte, quasi con disperazione, ma una disperazione come divertita, poi se lo rimetteva dentro. Prese la mia pistola sul comodino e si infilò la canna nell’ano, dopo averla bagnata del suo piacere vaginale, dopo avermi fatto ammorbidire il buco del suo culo pallido con due dita zuppe di saliva e umori. Si girò e mi disse: «Inculami. Vienimi nel culo». Una leggera peluria bagnata circondava il suo ano. Volli prima leccarle quel tenero antro fradicio. Le infilai la lingua fino a dove potevo arrivare, quasi cercando di assaporarle l’intestino e i suoi eventuali residui, che non trovai. Non doveva aver mangiato niente dopo aver cacato la mattina. Forse l’aveva fatta prima di farsi la doccia. Poggiai il membro sul buco, entrai lentamente, carezzandole i fianchi sudati. Sul comodino c’era la solita copia della Bibbia: la copertina rovinata sui bordi, le pagine ingiallite dal tempo e dall’uso. La sodomia, in questo stato è illegale.
Eiaculai una seconda volta nella sua vagina. Le ultime gocce sulla sua bocca. Voleva che la fotografassi con la fica che sputava lenta il mio sperma tra le cosce, sul culo, nell’ano che continuava a palpitare. Con la bocca con il mio seme che le scendeva sul mento, misto alla sua saliva per renderlo più abbondante. Ma non avevamo nessuna macchina fotografica. «Devo comprarmi una macchinetta fotografica», disse di nuovo immalinconita. «Così rimarrebbe qualcosa. I ricordi non bastano».

La sua tristezza ora sembrava infinita. Mi guardava con gli occhi rossi e bagnati mentre urinava. Nel sogno, il rumore della sua pipì che scorreva sulla tazza del piccolo bagno si confondeva con quello delle automobili che passavano davanti al motel e ai dialoghi del film in tv.

Il colpo del mio revolver rese tutto silenzioso. Non so per quanto rimasi a godermi quel silenzio tra le sue gambe, con il viso poggiato sul suo pube umido. Lasciai la camera poco prima che finisse il sogno. Ma non ricordo cosa sognai fino al risveglio. Forse non sognai niente. Forse abbandonai la stanza prima che il sogno iniziasse.

Sergio Gilles Lacavalla

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