UNA STORIA D’AMORE QUALUNQUE

04 Passed

Elisa Piatti, Passed

Una storia d’amore qualunque e dunque molto triste raccontata da Ferruccio Mazzanti, con una fotografia di Elisa Piatti. La vita è così, ti ritrovi ad amare i morti anche al mercoledì (buona giornata).

Quando l’ho rincontrata non era cambiata neanche di una virgola, sempre minuta e bella, magra quasi non avesse un filo di grasso tra la superficie della pelle e le ossa, forse appena un non-nulla di muscolo, ma nonostante questo rimaneva una delle donne più belle che avessi mai incontrato, coi suoi occhi verdi e intensi, i capelli mori e lunghi e mossi, le sue labbra sottili che si aprivano in un sorriso esteso esteso esteso esteso esteso esteso. Sì, era proprio estesa la sua bocca. La sua bocca bella e seria.

Continuava a vestirsi con cappotti in lana cotta grigi fin sotto le ginocchia o in casentinese o in… e comunque ne cambiava uno al giorno per tutto l’arco del mese e quindi sarebbe difficile fare un elenco esaustivo delle sua mise en place. I pantaloni, i golf, le magliette, le scarpe, rapporti complessi tra colori e griff, anche se votava a sinistra, palesemente a sinistra, sembrava che tutta quella fatica le scivolasse di dosso come una vestaglia nella notte. Non riesco neanche minimamente ad immaginare come dovesse essere il suo armadio, pura entropia di ordine e disperazione.

Minuta, piccola e totalmente priva di seno, rideva difficilmente ma quando lo faceva sembrava che ci fosse soltanto lei, tanto si abbandonava alle convulsioni muscolari del plesso solare. C’era come un vaffanculo quando rideva, un vaffanculo a tutto il tempo che aveva passato senza ridere, perché rideva difficilmente, faticosamente: un non so che di rigido dentro di lei le impediva di lasciarsi andare, come se le mancasse qualcosa, come se fosse la classica ragazza fiorentina del Michelangiolo.
La tipica ragazza fiorentina del Michelangiolo si prende molto sul serio, si veste molto sul serio, si muove molto sul serio, scherza molto sul serio e riflette sul mondo molto sul serio. A sentir la tipica ragazza fiorentina del Michelangiolo, solo lei sa come si fa a divertirsi la sera, solo lei conosce le motivazioni del conflitto tra Israele e Palestina, oltre ad aver sviluppato originali teorie per la soluzione del problema energetico nel mondo e conoscere la letteratura russa in modo estremamente approfondito (anche se e non oltre il quasi sconosciuto Tolstoj), oltre a giudicare tutti dall’alto in basso anche su temi come i giri di bussola, la conformazione chimica del magma raffreddato, le psicopatologie della nostra epoca o la questione sociale che non trova soluzione al di fuori del capitalismo. La tipica ragazza fiorentina del Michelangiolo non riesce a crescere del tutto, persa in un decalage psicologico della fichezza e della giustezza. Quanto è piccolo il mondo.

L’ho rincontrata in biblioteca. Io me ne stavo in fondo alla sala, concentrato sui miei problemi irrisolvibili solo per me, ché alzavo la testa di quando in quando per cercare la concentrazione necessaria a non impazzire a causa dei suddetti, mentre lei entrava nella sua modalità seria da donna in carriera già nel momento in cui aveva spalancato la porta.
Pensa pensa pensa, penso io, una donna che crede ancora fermamente che studiare sia equiparabile a lavorare.
Il passo deciso, le braccia ondulanti in avanti e in dietro con l’energia di uno scatto repentino, gli occhi della conquistatrice, sembrava in tutto il suo metro e cinquantacinque un fagotto di fretta e furia, mentre cercava un posto non aveva neanche il tempo di guardare in faccia le persone chine sui libri, che lei aveva cose troppo importanti e troppo superiori a cui dedicarsi, povera bellissima donna.
Una volta trovato il suo posto in questo difficile mondo delle biblioteche pubbliche, accendeva il computer e apriva alcuni libri e sprigionava questa intensità che nessuno poteva scalfire con qualche distrazione. La sua intensità, la sua intensità, lei sembrava un film di Béla Tarr.

Quando alcune ore dopo decisi di prendermi una boccata d’aria, la trovai là sulle scale che fumava una sigaretta. Me ne offrì una. Le chiesi cosa stesse facendo, che tutta quell’intensità seriosa messa al servizio di un computer e di libri aperti a caso sembrava preannunciare spiegazioni di una complessità avvolgente. Ma quella donna tanto bella e ben vestita tentò di balbettare alcune considerazioni sul dottorato di qua e di là, su rapporti linguistici ed economici, su contadini e manifesti politici.
Ma stai sostenendo che Benveniste, le chiesi, in realtà intendesse le sue teorie attraverso considerazioni socialiste o progressiste, per cui si potrebbe analizzare la…
Ah ah ah, mi fece lei, ah ah ah.
Mi sentii uno stupido, forse avevo detto qualche fesseria delle mie. E allora di cosa tratterà il tuo dottorato?
Ah ah ah, continuò a fare lei, ah ah ah.
Fumai la sigaretta sempre più stupito.
No vedi, concluse, non lo so di cosa tratterà. È che io non so cosa fare nella vita, credo che il dottorato sia un buon modo per passare i prossimi tre anni.
Buona fortuna, bella mia donna del Michelangiolo, che Dio sia con te.

II

Quando l’ho rincontrato lui era diventato un uomo con i capelli più radi e bianchi. Avevo appena litigato con mio marito. Ho così paura che lui decida un giorno o l’altro di lasciarmi per una più giovane e bella di me. Sono diventata così poco attraente e i vestiti di un tempo non mi donano più.
Era da anni che non lo rincontravo. Quanti anni sono passati? Non riesco a ricordare più le cose importanti della vita trascorsa. Cosa facevo all’epoca? Andavo a spasso con le amiche, ridevo tutto il tempo, ero felice, mentre ora, ora che dormo in un letto con un uomo che mi fa sentire sola, ora cosa sono diventata?

L’ho rincontrato in un bar una mattina per caso. Aveva un odore di salmastro e i vestiti non del tutto in ordine ed io mi sono accorta immediatamente che mi desiderava ancora. Mi ha sempre desiderata ecco perché sono benevola con lui. Quando lo incontro mi viene da sorridergli. E mi interesso a quei problemi che solo lui non riesce a risolvere di cui mi parla sempre, di decennio in decennio, quando per caso ci incontriamo e balbettiamo poche e timide parole.

Quella mattina avevo proprio bisogno di sfogarmi e così gli ho attaccato bottone. A cinquantacinque anni ormai vuoi solo esser tenuta per mano, come una bambina persa nel tempo, se mi avesse preso la mano non avrei opposto resistenza. Che disgrazia non aver realizzato tutti i sogni della vita e aver avuto un marito che mi disprezza e non vuole figli da me, mentre io sì, io li voglio i figli con lui, con mio marito. Se quella mattina in quel bar avesse preso la mia mano e mi avesse detto che andava tutto bene, ecco io allora lo avrei seguito attraverso gli oceani delle occasioni perse.

E invece ci siamo messi a parlare. Non so neanche di cosa, non mi interessava veramente. So che non mi ha offerto il caffè, quando abbiamo deciso di uscire dal bar. E so che se me lo avesse offerto, io gli avrei chiesto se per caso aveva voglia di fare una passeggiata con me, che magari là in fondo al parco potevamo trovare una panchina dove sederci e più tardi un albergo dove prenderci finalmente per mano.

III

Da quando i miei figli mi hanno portato qua, passo le giornate a guardare la tv. Sì è vero, è vero, qualche volta si gioca a burraco nella sala giù, è vero, ma non mi piacciono gli altri ospiti di questa casa di cure dove i miei bambini mi hanno rinchiuso, che secondo me questi altri diversamente giovani barano a burraco, ecco sì l’ho detto, barano secondo me, barano e così passo il tempo a pensare a come facciano a barare a burraco piuttosto che hai problemi che solo io non riesco a risolvere.

Sì è vero, è vero, me lo pagano loro questo posto, i miei due bambini, per cui non posso dirgli nulla. E poi quando vengono a trovarmi portano i miei adorabili nipotini, per cui non ho la forza né il coraggio per dirgli nulla, me ne rimango in silenzio, però vorrei proprio che lo sapessero che avrei preferito rimanere a casa mia, dove ci sono tutti i miei ricordi. Non in questo posto qua, che non conosco nessuno e mi sento un ospite e per passare il tempo guardo la tv o gioco a burraco. È proprio terribile morire in un posto dove ci si sente fuori luogo.
Ma poi un giorno, mentre stavo andando sulla carrozzina lungo il corridoio, l’ho rincontrata, anche lei in carrozzina.

Ciao, mi ha detto lei, che me lo offri un caffè?
Ci siamo messi a ridere, perché lì alla casa di cura Fratello Sole c’è un termos nella sala mensa dove le infermiere mettono sempre a disposizione del caffè caldo per gli ospiti.
Sì, le ho risposto, ti offro il caffè.
Ho seguito la sua carrozzina lungo i corridoi, le sue mani spingevano le ruote con tanta tanta energia, mentre io mi sentivo il fiatone e le gocce di sudore sulla fronte.
Quando siamo arrivati al tavolo della mensa ho preso due tazzine e ho versato il caffè.
Vuoi dello zucchero, le ho chiesto, oppure lo bevi amaro?
È uguale , ha risposto lei, non mi preoccupo più di queste cose.
E così le ho dato la tazzina e abbiamo succhiato rumorosamente la calda bevanda insieme. La dentiera che scivola sulle gengive, la pelle, la pelle irreversibile. E poi ci siamo addormentati lì in mensa, che ad una certa ora nel pomeriggio io mi appisolo sempre.

IV

In tutta la mia vita non avrei mai detto che sarei andata al suo funerale, proprio al suo funerale. Ah santo il Signore, oh Santa la Maria Vergine e tutti gli Angeli in cielo. Adesso non c’è più davvero nessuno che mi tenga compagnia. Solo i ricordi, ma confusi e mischiati e a volte, lo dico alla Gina, l’infermiera polacca, che ho una grande confusione nella testa e che vorrei tanto ricordarmi delle cose che ho vissuto, ma che ora come ora non me le ricordo proprio.

E poi ad una certa età, eh eh, lo sapete bene, noi donne dobbiamo sopportare di rimanere da sole, che il buon Dio ha progettato gli uomini per durare qualche anno in meno. Che disgrazia, ma il Santissimo Signore avrà le sue ragioni. E così rimaniamo su questa carrozzina, questa carrozzina così pesante che solo la Gina riesce a portarla in giro, rimaniamo in attesa che succeda qualcosa, dalla camera alla sala mensa, tanto il mondo si è rimpicciolito, ricordando le cose e le persone e tutto quello che non c’è più, come i problemi, quei problemi che solo lui non era in grado di risolvere.
Ah la vita, la vita è così: ti ritrovi ad amare i morti.

Ferruccio Mazzanti

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