UNA COPPIA QUALUNQUE

Ieri Luca Marinelli, oggi Alessio Posar: i golden boys di Verde sono ipiratissimi e il nostro giugno prosegue alla grande. Nient’altro da aggiungere se non che Una coppia qualunque è forse il racconto più lungo che abbiamo mai pubblicato ed è sicuramente la cosa migliore che leggerete oggi.
Fotografia di Elisa Piatti.

Rosa appoggiò il coltello quando ormai aveva riempito il tovagliolo di buchi. Si alzò e soffiò sulla candela consumata a metà al centro del tavolo, raccolse il proprio piatto e quello del marito e li rimise nel mobile. Prese quello di Anna e lo appoggiò nell’acquaio, in cucina. Aprì il rubinetto e rimase ad ascoltare il suono dell’acqua, in silenzio, respirando piano.
Quando il lampadario del soggiorno si accese, si voltò verso la porta.
«È tornato papà?» chiese Anna, la mano che arrivava appena all’interruttore.
«Ancora no».
La bambina, ferma sulla soglia e con gli occhi stretti, la guardò come se non capisse.
«Ho sognato che tornava».
Rosa camminò verso la figlia, le prese la mano nella propria. «Papà arriva tardi».
In camera della bambina, poi, spinse la coperta sotto il materasso.
«Più stretto» disse Anna.
«Non si può più stretto». Rosa le accarezzò la fronte. «Ti porto un bicchiere d’acqua?»
Anna fece sì con la testa.
Quando tornò con il bicchiere, Anna già dormiva di nuovo. Rosa la guardò, spense l’abat-jour e chiuse la porta della camera. In cucina, pensò davvero di versarsi del vino. La bottiglia era aperta, in frigo, e lui non se sarebbe accorto. Ma poi, se invece fosse rientrato proprio in quel momento? Magari stanco, magari nervoso, con la voglia di raccontare la settimana, si sarebbe invece trovato davanti una donna, sua moglie, che beveva da sola, seduta al buio.

Controllò che la cera si fosse solidificata, sistemò la candela sulla mensola, di fianco alla foto di Anna nel suo costumino da bagno. Rimise le posate nel cassetto, piegò la tovaglia, riordinò le sedie e, alla fine, si sedette sulla poltrona con una rivista, fino a quando non sentì aprirsi la porta d’ingresso.
Rosa lasciò la rivista sul bracciolo, si sciolse i capelli e aspettò.
Lui entrò in soggiorno, la cravatta allentata, il primo bottone della camicia aperto.
«Sei ancora sveglia» disse.
Rosa gli andò incontro, si alzò in punta di piedi per baciargli una guancia. Profumava di gomma da masticare alla menta e ancora di dopobarba. Lui l’accarezzò con il dorso della mano.
«Hai cenato?» chiese lui. Anche le sue dita profumavano di menta.
«Sì» disse. «Volevo aspettarti, ma alla fine non ce l’ho fatta». Sorrise.
«Non preoccuparti».
«Tu hai mangiato?»
«Un panino in autostrada».
«Hai ancora fame?».
«No».
«C’è della minestra, se vuoi. Te la scaldo?».
«No, grazie».
Rosa lo guardò un attimo. «Scusa» disse. «Mi sei mancato».
Lui l’accarezzò di nuovo. «Anche tu».

La prima volta era successo per caso. Non si sarebbe azzardato a dire per sbaglio, ma per caso sì. Viaggiava su una di quelle strade nella campagna veneta, tra distributori di benzina e capannoni, per la maggior parte abbandonati. Doveva raggiungere un ristorante, aveva una cena di lavoro e si era reso conto che sarebbe arrivato in ritardo e aveva accostato per telefonare. Non l’aveva vista fino a quando lei non aveva aperto la portiera ed era salita. All’inizio, per un istante, lui non aveva capito: non aveva capito quel piumino bianco che le andava stretto e non aveva capito la gonna da cui spuntavano le gambe scure e non aveva capito le note di agrumi che riempivano la macchina. Poi aveva detto: «Scendi».
«No» aveva risposto lei. Aveva la voce bassa, rovinata dal fumo.
«Scendi».
«Cinquanta tutto».
«Non m’interessa, scendi».
Non c’era nessuno. Solo i cipressi che costeggiavano la strada e ombre di edifici nella nebbia e, più vicino, un magazzino col tetto in lamiera. Doveva essere freddo, fuori dalla macchina.
«Venti euro per la bocca».
Lui l’aveva guardata, poi aveva abbassato il cellulare. Aveva digitato un messaggio e l’aveva spento.
«Dove?» aveva chiesto.
«Parcheggio».
Lui aveva acceso il motore e spostato la macchina dietro al magazzino. Si era sporto verso il retro, aveva preso il portafoglio dalla giacca mentre lei gli appoggiava una mano sulla gamba. Le aveva dato la banconota e lei gli aveva sbottonato i pantaloni.
Dopo, mentre guidava e lei era rimasta sulla strada, davanti a lui ancora non c’era nessuno.

Rosa si svegliò e rimase un minuto a osservare il respiro di suo marito, sdraiato sul fianco, la bocca semiaperta. Si alzò e preparò la colazione per Anna e poi andò a chiamarla in camera.
«Papà!» urlò la bambina.
«Non svegliarlo».
«Ma voglio salutare papà».
«Dopo, ora siamo in ritardo».
La fece vestire, le infilò i calzini con i gatti, la guardò lavarsi i denti mentre lei stava appoggiata allo stipite della porta, i capelli ancora un poco in disordine e la maglietta che usava per dormire e che odorava leggermente di sudore.
Indossò il cappotto e accompagnò Anna a scuola, si fermò a prendere un quotidiano per lui e tornò a casa. Lo trovò ancora a letto, ma sveglio, che leggeva un libro.
«Ti ho preso il giornale» disse.
Lui le sorrise. «Lascialo pure sul tavolino».
Lei si mosse verso la porta, poi si voltò. «Hai già disfatto la valigia?».
«No. Faccio più tardi».
«È ancora all’ingresso».
«Lascia, ho detto che faccio dopo».
«Faccio io» disse lei.
«No, non serve».
«Non mi dà fastidio. Riposati».
Lui chiuse il libro, lo appoggiò sul comodino e si tolse gli occhiali da vista con un sospiro. «Va bene» disse. «Mi alzo».
«Non fare così».
Lui s’infilò le pantofole, i bottoni del pigiama tiravano sulla pancia quando stava in piedi. Rosa si avvicinò a suo marito, gli accarezzò il viso, i peli della barba che erano spuntati durante la notte.
«C’è del caffè?» chiese lui.
«Lo preparo».
Lui la superò. «Non importa».
Rosa andò in bagno a lavarsi. Rimase davanti allo specchio, la pelle arrossata dall’asciugamano, i capillari in evidenza sugli zigomi. Trovò un altro capello bianco e si affrettò a strapparlo.
Quando tornò in soggiorno, lui era seduto sulla poltrona e leggeva il giornale. Aveva di nuovo indossato gli occhiali.
«C’è odore di fumo» disse lui.
Rosa annusò l’aria, si guardò intorno per non portarsi l’indice al naso. «Non mi sembra».
«Sì, c’è. Proprio qui». Suo marito indicò la poltrona, poi si voltò verso la tenda. «E qui» Fece una pausa. «Hai invitato qualcuno?».
«No, nessuno».
«Allora sei stata tu».
«No, non è vero».
«Io ho smesso. Perché per te è tutto così difficile?».
Non c’è nessun problema, voleva dire Rosa, ho sentito che le tue dita profumano di menta, che mastichi la gomma e poi te la passi sulle dita e pensi che tua moglie sia stupida e che non si accorga di queste cose. Voleva dire che se ne accorgeva, eccome, e invece disse: «Una, in una settimana».
Lui la guardò. Non si era resa conto di aver alzato la voce.
«Fa’ come vuoi» disse lui. «Ma non mentirmi».
Rosa andò in cucina ad aspettare che il tempo passasse. Si sentiva qualcosa nella pancia, un bruciore che saliva per tutto l’esofago e le gonfiava i polmoni. Chiuse la porta, non prima di vedere che lui non aveva ancora spostato la valigia.

La seconda volta non c’era stata. Non perché lui non avesse voluto: aveva aspettato, in macchina, sulla strada, poi si era spostato dietro al magazzino, ma la donna non c’era. Era rimasto lì, con il motore e i fari spenti, solo l’autoradio che mandava un vecchio blues che lui non ascoltava. C’era la nebbia, sui campi, casolari in lontananza. Era sceso dalla macchina, aveva seguito la rete metallica che circondava il parcheggio, trovato preservativi usati tra i ciuffi d’erba giallastra, pacchetti di sigarette vuoti, bottiglie rotte e carte di cioccolata. Era tornato alla macchina e in quel momento aveva sentito il suono del motore. Si era voltato, già pronto alla vergogna. Era un’automobile come la sua, aziendale. Si era fermata ed era sceso un suo collega, che aveva aperto la bocca come per dire qualcosa, e che invece era rimasto zitto e si era limitato a fissarlo. Lui aveva fatto un cenno di saluto mentre si sentiva arrossire. Il suo collega si era avvicinato.
«Che ci fai qui?» gli aveva chiesto.
«Niente» aveva risposto lui.
«Già. Nemmeno io faccio niente».
Erano rimasti in silenzio, uno di fronte all’altro, fino a quando il suo collega non aveva detto: «È inutile. Oggi non c’è nessuno». Si era avviato di nuovo verso la propria auto, poi si era voltato verso di lui.
«Mi segui?» gli aveva chiesto.
Lui non aveva risposto e l’altro era tornato indietro. «Hai il mio numero?»
«No».
L’altro aveva frugato nella giacca e poi gli aveva teso un biglietto da visita. «Chiamami quando vuoi» aveva detto. «Ti porto in un posto». Poi, il suo collega era ripartito e lui aveva osservato la macchina allontanarsi lungo la strada.
Non lo chiamerò, aveva pensato. Non mi serve.
Aveva infilato il biglietto da visita in uno scomparto vuoto del portafoglio, nascosto e riconoscibile.

Rosa preparò il pranzo, lui andò a prendere Anna a scuola. Quando tornarono, la bambina rideva e teneva il padre per mano, lui aveva la cartella su una spalla.
Mangiarono con la radio accesa. Lui volle sapere tutto quello che Anna aveva fatto in quella settimana, e nel frattempo raccoglieva il sugo dal piatto con un pezzo di pane. Anna aveva dipinto un quadro con gli acquerelli, costruito un dinosauro con la plastilina per cui la maestra le aveva fatto i complimenti, imparato l’alfabeto, comprese le lettere straniere.
«Che bello» diceva lui. «Che brava».
Rosa prese un sorso di vino mentre guardava il marito.
«Mamma» disse Anna, «sei tutta rossa».
«È perché sono felice».
Dopo, Rosa sciacquò i piatti e li mise nella lavastoviglie, buttò la minestra della sera prima nel gabinetto e andò in soggiorno. Era vuoto.
Li trovò nella camera della bambina, seduti sul letto. Anna muoveva la coda del dinosauro. «Non si secca» disse. «Prova».
Lui prese il dinosauro e con il pollice e l’indice gli fece chinare il lungo collo.
«Attento» disse Anna. «Così lo rompi».
Lui chiese scusa alla figlia e le ridiede il modellino.
«Hai tanti compiti?» domandò Rosa.
La bambina scosse la testa.
«La nonna voleva fare una passeggiata con te, domani».
Suo marito si appoggiò le mani sulle ginocchia e si alzò.
«Dove andiamo?» chiese Anna.
Rosa ci pensò per un attimo. «Potreste andare al museo di scienze naturali».
«Ma ci sono già stata!»
«Però ti era piaciuto molto».
La bambina rimase in silenzio.
«Chiamo la nonna, allora. Le dico che non vuoi andare».
Suo marito uscì dalla stanza.
«Poi avreste potuto fermarvi a prendere una fetta di torta» continuò Rosa.
Anna alzò lo sguardo verso di lei. «Ma io voglio andare» disse.
Rosa le accarezzò la testa. «Va bene» disse. «Allora è meglio se inizi a fare i compiti adesso, così non ci pensi più».
«Posso giocare ancora un po’, prima?»
«Poco».
Lui era di nuovo sdraiato a letto e continuava a leggere il libro. Rosa gli si sedette vicino e gli fece scorrere la mano dalla caviglia fin sopra al ginocchio, all’interno della coscia. Lui si abbassò il libro sul petto.
«Domani» disse lei.
Prese il cellulare dal comodino e chiamò sua madre. Le disse di portare Anna al museo il giorno successivo.

Il suo collega l’aveva aspettato in macchina davanti all’albergo. Lui era dovuto salire sul sedile posteriore, perché il posto del passeggero era occupato da una donna che si sistemava con un pennellino un lucidalabbra per cui non aveva più l’età.
«Ti presento mia moglie» aveva detto il collega.
La donna si era voltata verso di lui e gli aveva teso la mano senza dire nulla. Lui l’aveva stretta. Aveva la pelle secca, ma forse era colpa del freddo.
«Allacciati la cintura» aveva detto il collega, e lui l’aveva fatto, poi si era smesso comodo, con il gomito appoggiato contro il finestrino, l’hotel che si allontanava dietro di loro e il cuore che batteva.
Avevano raggiunto una villa isolata. Avevano parcheggiato nel cortile, di fianco ad altre automobili. La ghiaia gli aveva lasciato strisce bianche sulle scarpe mentre camminava.
Dentro, sembrava un albergo. Una ragazza in abito da sera, bella, con un collo sottile e i seni appuntiti sotto al vestito, stava dietro il bancone. Di fianco a lei c’era un uomo. Teneva le mani sulla fibbia della cintura, in attesa, e aveva le spalle di chi è abituato ad avere ragione. La ragazza li aveva salutati con un sorriso.
«La compagna del signore?» aveva chiesto.
«Viene qui per la prima volta» aveva risposto il suo collega.
«Speriamo che non sia l’ultima. Vi auguro un buona serata» aveva detto allora la ragazza.
La guardia li aveva accompagnati al piano superiore. Lì, la moglie del collega era entrata in una stanza e loro due in un’altra. C’erano armadietti lungo le pareti e una panca in mezzo. In fondo, c’erano due docce.
Il suo collega si era spogliato, nudo, e si era lavato. Lui era rimasto a osservarlo, non sapendo bene se vergognarsi o meno. Quando il collega gli aveva fatto un cenno, si era tolto i vestiti. Prima la giacca e la camicia, poi i pantaloni. Era rimasto in mutande. Da un armadietto, aveva preso un asciugamano e se l’era allacciato in vita, poi aveva raggiunto la doccia libera ed era entrato. A quel punto, si era tolto le mutande e l’asciugamano ed era rimasto sotto il getto d’acqua. Si era insaponato anche i capelli.

La fiamma della candela tremolava sul comodino. Rosa guardò suo marito seduto sul bordo del letto e fece un passo verso di lui. Si morse il labbro, ancheggiò lasciando che la vestaglia scivolasse, una spallina alla volta, a scoprirle i seni. Si passò le mani sul petto. Lui rimase immobile. Lo raggiunse. Gli mise le mani sulle spalle e lo spinse indietro. Gli montò sopra, gli fece scivolare un dito sulle labbra screpolate. Sentiva i peli delle sue gambe tra le cosce. Col dito, scese lungo il petto, deviò su un capezzolo, sorrise e lui le sorrise di rimando. Si chinò su di lui, lo baciò, gli prese un labbro tra i denti e tirò un poco. Gli fece passare le mani sul viso, sentì il naso, i lobi delle orecchie, i peli della barba, le piccole rughe intorno agli occhi. Con le labbra, lo sfiorò dal mento alla fronte. Per un secondo, solo per un secondo, lui piegò il collo a seguirla, poi si lasciò di nuovo cadere sul lenzuolo, la mani immobili. Aveva, però, gli occhi chiusi. Rosa sapeva cosa significava. A poco a poco, mentre la sua pelle strisciava contro quella di lui, mentre le ginocchia di suo marito scivolavano sotto di lei, arrivò con i piedi al pavimento e poi s’inginocchiò.
Le mani ora passarono dalle costole, che ancora un poco si sentivano, alla pancia tesa, il pollice gli sfiorò l’ombelico e lui ebbe un tremito. Era qualcosa che lo divertiva e lei si dispiacque di questo, perché il riso le pareva lontano da ciò che lei cercava. Non erano, queste due ore in cui Anna era al museo, un modo per divertirsi e giocare. Erano un modo per ricercare quel sesso che ancora doveva essere da qualche parte in lei o in lui o in entrambi.
Eppure, anche in quel momento, quando Rosa seguì l’interno della coscia con la lingua, quando con una mano si tirò indietro i capelli, quando inspirò, quando anche lei chiuse gli occhi, anche in quel momento non accadde nulla.
Cercò le mani di lui. Non avevano cambiato posizione, non c’erano muscoli, non c’era carne, erano due mani morte, ferme e calde che non sapevano che movimenti compiere, e che non volevano muoversi.
Rosa alzò la testa. Lui aveva gli occhi aperti e guardava il soffitto. Per un attimo, Rosa sperò che quello di lui fosse uno sguardo perso come sognante, invece proprio guardava il soffitto, come alla ricerca di una macchia di umidità.
Rosa si alzò in piedi, si fermò sulla porta a guardarlo, rimise a posto le spalline della vestaglia, tornò in bagno, dove aveva lasciato i vestiti, e poi, una volta in cucina, si versò un bicchiere di vino e bevve, appoggiata contro il frigorifero che ronzava.
Lo sentì uscire dalla camera, andare in bagno, tirare lo sciacquone e aprire la porta del soggiorno.
Dopo, prima che Anna tornasse, lui era di nuovo in pigiama, seduto sulla poltrona. Rosa prese la borsa dal bracciolo del divano. Lui non la guardò e lei frugò alla ricerca del pacchetto di sigarette. Quando l’ebbe trovato, se ne accese una e soffiò il fumo verso la tenda, verso di lui, che nemmeno storse il naso.
«Dobbiamo parlare» disse Rosa.

Per tutta la cena, Anna raccontò del museo e della nonna e che avevano preso due fette di torta e se l’erano divise e disse che davvero non sapeva decidere quale fosse più buona. Raccontò dei fossili e dei calchi delle orme, della nonna che si era lamentata del freddo nelle sale e delle luci al neon, degli animali imbalsamati e delle farfalle fissate con spilli nelle teche. Rosa mangiava con gli occhi fissi sul piatto, ogni tanto sentiva suo marito che faceva qualche complimento, o che deglutiva e appoggiava il bicchiere sul tavolo.
«Quando parti, papà?»
«Domani».
Con il coltello, Rosa cominciò a fare dei piccoli buchi nel tovagliolo. Ci faceva passare la punta e la lama e guardava lo squarcio allargarsi sempre di più e andava avanti e indietro fino a quando la carta non si strappava. Allora iniziava con un nuovo buco. Si fermò quando la mano di suo marito le toccò il polso. Alzò lo sguardo. Anna era zitta. Suo marito si era allungato sul tavolo, aveva superato la candela, la fiamma vicina al viso, la fronte lucida, e la osservava con le labbra un poco piegate che si tiravano dietro tutta la pelle del viso.
«Mamma?» chiese sua figlia.
«Va tutto bene».
«Davvero?» disse suo marito. Ora sorrideva e, su un incisivo, aveva del prezzemolo.
«Non farlo» disse lei.
«Cosa?»
«Non farlo, per favore».
«Anna» disse lui. «Non ci sono i cartoni animati adesso?»
Anna spinse indietro la sedia, poi la sentirono accendere il televisore in soggiorno.
Lui lasciò uscire l’aria dalla bocca, lentamente. Si appoggiò contro lo schienale della sedia. «Non posso farci nulla» disse.
«Non è vero».
«È così, funziona così».
Rosa si portò il bicchiere alle labbra. «E cosa dovremmo fare?»
«Non lo so».
Rosa finì il bicchiere. Il vino era caldo in gola. «Io sì» disse mentre si alzava. La sedia strisciò sul pavimento. «Vengo con te».
Lui scosse la testa.
«Non te lo sto chiedendo».
Rosa andò in soggiorno, si sedette di fianco ad Anna e le spiegò che avrebbe dovuto stare dalla nonna per alcuni giorni e che al ritorno, lui e lei le avrebbero portato un regalo. Anna continuò a guardare i cartoni animati.

Era sera e lui fermò la macchina nel parcheggio della villa. Rosa scese e lo aspettò.
«Non prendi la giacca?» gli chiese poi.
Lui scosse la testa.
Dentro, la guardia lo salutò con un cenno e poi guardò Rosa e le strinse la mano e a lui sembrò che gliela accarezzasse anche, delicatamente, con il pollice. La ragazza, invece, lo ringraziò di essere tornato. Lui si voltò verso Rosa, ma lei osservava la ringhiera metallica delle scale, con dei putti dove le rampe cambiavano direzione. Non li aveva notati, lui, l’altra volta.
La ragazza gli disse che erano contenti che avesse portato una compagna.
«Moglie» disse lui.
«Certo, scusi». Poi la ragazza guardò Rosa. «Sa già come funziona?»
Rosa annuì.
I due salirono le scale e si separarono davanti agli spogliatoi. Lui si voltò verso di lei: «Sei sicura?»
Rosa si chiuse la porta alle spalle.
Lui entrò, si spogliò e fece la doccia. Superò la seconda porta e fu nella camera. C’erano ancora i tre letti addossati contro i muri, le lenzuola scure, l’odore di incenso, il tavolino al centro, con bottiglie di champagne, calici di plastica, cioccolatini. In mezzo c’era una ciotola di vimini con dei preservativi. La moquette era calda sotto i piedi nudi. Su un letto, un uomo e una donna si baciavano, gli asciugamani abbandonati sotto di loro. L’uomo aveva pochi capelli, la donna si lasciava stringere i seni e i fianchi e ogni tanto allontanava il viso e allora i due si guardavano negli occhi per un secondo e poi ricominciavano.
Lui si sentì sfiorare alla base della schiena. Era una ragazza, aveva i capelli che le cadevano un poco sugli occhi, ma era magra e bella e lui pensò che non avesse motivo di essere lì e dopo pensò che forse era una prostituta. La ragazza gli accarezzò le scapole e le spalle e poi la sua mano scese lungo il braccio a prendere quella di lui e lo condusse a un letto libero. Si sedettero uno di fianco all’altra.
«È la prima volta che vieni qui?» chiese lei.
«No» rispose e poi disse: «Sto aspettando mia moglie. Si sta cambiando».
Lei abbassò il mento. «Non sei qui per fare sesso con tua moglie».
«No».
La ragazza si avvicinò ancora e lo baciò sulle labbra. Da anni lui non baciava una donna che non fosse sua moglie e quando sentì la lingua di lei in bocca, fu una cosa fresca e nuova e che sapeva di vino.
Sua moglie entrò e rimase ferma a guardarsi intorno, poi i suoi occhi si fermarono su di lui e sulla ragazza e li raggiunse. Poi prese un respiro profondo e lasciò cadere l’asciugamano.
«È lei?» chiese la ragazza. Lui rispose di sì. La ragazza si alzò e si mise di fronte a sua moglie e le appoggiò le mani sulle spalle. Era un poco più alta e si chinò e le baciò la fronte. Lui guardò la schiena e le natiche della ragazza e poi si sporse per osservare la reazione della moglie, che aveva gli occhi aperti e poi li chiuse.
Sull’altro letto avevano smesso di baciarsi e ora entrambi stavano in silenzio a guardare le due donne. Poi si alzarono, per primo l’uomo con pochi capelli, e si avvicinarono.
L’uomo con pochi capelli si sedette di fianco a lui, mentre la donna prese il mento di sua moglie tra le dita e la fece voltare verso di sé, poi iniziò ad accarezzarsi, con le labbra un poco aperte e il respiro che le scivolava fuori.
La ragazza fece un passo indietro, gli prese la mano e lo portò al letto dall’altra parte della stanza. Prese un preservativo dalla ciotola di vimini. Lo fece sdraiare e appoggiò il preservativo sul cuscino, gli montò sopra e gli bloccò i polsi e poi si chinò di nuovo a baciarlo e lui sentì il profumo di vaniglia dei suoi capelli. Quando la ragazza si sollevò e gli portò le mani sui seni, lui si voltò verso l’altro letto, dove sua moglie era sdraiata e la testa dell’altra donna era nascosta tra le sue gambe, mentre l’uomo con pochi capelli, in piedi, si masturbava.
Nella stanza entrarono altri due uomini e una donna. La donna era grassa e aveva i capelli tinti di rosso. Forse lui aveva visto uno degli uomini a una riunione, ma non ne era sicuro.
«Guarda me» disse la ragazza, e lui la guardò scivolare sempre più giù, sporgere la lingua e prenderglielo in bocca. Le mise una mano sulla testa, le strinse i capelli mentre la guardava muoversi. Si portò l’altra mano sotto al cuscino, chiuse gli occhi.
La ragazza si fermò. «Guarda me, ho detto».
Lui ricominciò a guardarla e lei a guardare lui e lui aspettò e poi si rese conto che così non sarebbe durato molto e allora tirò indietro il bacino e le fece alzare la testa e lei sorrise e le labbra le si erano un poco gonfiate.
«Vuoi?» chiese lui.
Lei aprì il preservativo e glielo infilò. Lui sentì che, comunque, le mani della ragazza erano fredde. La ragazza si mise di nuovo sopra di lui e lui era dentro di lei e lei si muoveva prima avanti e indietro e poi in circolo, piano. Lui le mise le mani sui fianchi e aumentò il ritmo e poi iniziò a spingere con il bacino, a sollevarsi un poco, e lei aprì la bocca e i capelli erano scomposti e i seni si muovevano e con le dita si toccava tra le gambe. Lui iniziò a respirare forte. Faceva rumore, come se qualcosa gli si fosse bloccato in gola e lui non riuscisse a tossirlo fuori e però non sentiva nessun peso.
Si girarono. Lui era sopra la ragazza e la ragazza sollevava la testa per baciarlo. Lui le stringeva la schiena, sentiva i seni premere contro il suo petto e i propri muscoli che si tendevano e che iniziavano a fargli male. Piantò le mani nel materasso, inarcò la schiena.
«Guarda me» disse la ragazza.
Lui, invece, guardò sua moglie, e guardò l’uomo con pochi capelli che la prendeva da dietro e gli altri due uomini che erano davanti a lei e le accarezzavano i seni e le infilavano le dita in bocca. L’uomo che forse aveva visto a una riunione stava in piedi davanti al viso di sua moglie, la afferrò per la nuca e l’attirò più vicina.
Lui s’immobilizzò, la ragazza sotto di lui s’immobilizzò.
Lui guardò ancora sua moglie e sua moglie lo guardò negli occhi e continuò a guardarlo negli occhi mentre si muoveva sotto i colpi dell’uomo con pochi capelli e lo prendeva in bocca all’uomo che forse aveva visto a una riunione e lui in quel momento, in questo momento, pensò a sua figlia a casa della nonna, con i vestiti per il giorno successivo sullo schienale di una sedia e, sul comodino, il dinosauro di plastilina, che non si sarebbe mai rotto, bastava averne cura.
«Cosa c’è?» chiese la ragazza. «Stai per venire?»
Lui non le diede attenzione, si alzò, si tolse il preservativo e lo lasciò cadere sulla moquette. Prese un asciugamano e camminò piano verso la porta e, alla fine, quando lui se ne andò lasciando sua moglie in mezzo a quegli uomini, seppe che in quella stanza non c’era più nessuno.

Alessio Posar

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