CARTAVELINA

Europei 2016, non abbiamo capito bene contro chi gioca domani L’Austria-Ungheria. Ovviamente nulla ci cale, tranne che (e non è una sorpresa) a Luca Marinelli, tifosissimo per motivi idologici del Wunderteam, l’Austria delle meraviglie 1934, a quanto pare “la più forte squadra che abbia mai calcato un campo da calcio”. Sieg Heil Cartavelina, il mondo sta cambiando rapidamente ma tu resti il Mozart del calcio.
La fotografia è di Elisa Piatti (bentornata!): sarà con noi per tutta la settimana.

Conobbi Cartavelina al ritiro della nazionale austriaca per i mondiali del ’34. L’estate romana era secca, profumata, ed io ero soltanto un ragazzino che giocava a fare il giornalista; bevevo vino rosso allo sfinimento, seguivo solo di rado gli allenamenti della squadra, le sere incontravo in un hotel del centro una tale Lidia, una brezza carica d’aspirazioni mi alzava i capelli le notti sulle terrazze, li sospingeva verso il cielo scuro.
Lui era la leggenda.

Ora, come tutti i ragazzi viennesi di buona famiglia, ero stato fin da molto piccolo introdotto allo studio di uno strumento, per volontà di mio padre il pianoforte; non avevo talento, ma la costante pratica imposta mi aveva portato a suonare con una certa disinvoltura la K330 in Do Maggiore di Mozart, che presto era diventata la mia sonata preferita. Curiosamente, nonostante mi dedicassi a lei più e più volte al giorno, il primo movimento mi creava un problema che non riuscivo a risolvere: proprio sul trillo della frase introduttiva sbagliavo ogni volta, fermandomi per troppo tempo, ben più di quello di un respiro. Il mio maestro in molti modi aveva provato a farmi superare questa mancanza, ma ogni suo tentativo si era rivelato vano. Così alla fine s’era rassegnato a dire che quella mia carenza testimoniava quanto non fossi ancora pronto per un’esibizione pubblica.

Successe che un certo cugino di Linz, in visita a casa nostra per una settimana, convinse mio padre a farlo accompagnare da me allo stadio dell’Austria Wien per un incontro del campionato nazionale. Così per la prima volta da quando ero nato andavo a vedere una partita di calcio.

A dispetto del fatto che solitamente abbiamo una buona memoria per gli eventi che rivestono nella nostra vita un’importanza capitale, di quel pomeriggio non ricordo quasi niente; è come se tutto implodesse nella sagoma eterea di Cartavelina, uno stelo appeso a due occhi azzurri, che saetta inesauribile folgorando il campo da gioco. Ho salda nella mia testa come un chiodo la sua immagine mentre corteggia il pallone, e non c’è altro, come se nient’altro meritasse di rubargli un po’ di palcoscenico, un po’ di luce.
Nei giorni successivi mi rimisi al piano, e tra gli altri brani mi cimentai ovviamente con la K330. Con immenso stupore, ricordo ancora quella vibrazione di onnipotenza come se a distanza di anni mi scuotesse il respiro di nuovo, non sbagliai mai più le prime due battute di quella sonata.
Circa un anno dopo iniziai a frequentarmi con un paio di miei compagni di studi appassionati di calcio; da allora andai sempre allo stadio, cominciai ad ascoltare le cronache delle partite e a leggere i giornali specializzati. Alla fine arrivò il giorno in cui dovetti scontrarmi riguardo al mio futuro impiego con mio padre, sul quale alla fine ebbi la meglio.
Per sua intercessione cominciai l’apprendistato come cronista sportivo in un giornale della borghesia viennese.

Il giorno in cui abbiamo parlato per la prima volta, il Wunderteam era a riposo in attesa dell’inizio imminente della manifestazione. Ricordo perfettamente quel pomeriggio.
Cartavelina beveva, da solo e in disparte, al bar dell’albergo della squadra. Mi avvicinai per presentarmi, ricordo le parole commosse che avevo usato per spiegargli che lui era il motivo per il quale ero rimasto stregato dal calcio, tanti paroloni di cui mi riempivo la bocca che avevo imparato all’università; si era presentato, mi aveva sorriso, mi aveva allungato un bicchiere per brindare al mondiale austriaco.
Ad un certo punto, dopo che per molto tempo era rimasto zitto a studiarmi, mi aveva chiesto cosa ne pensassi io delle voci secondo le quali quel torneo sarebbe stata una farsa, mera propaganda del regime fascista italiano. Le sue parole mi confermarono definitivamente l’impressione che in quel momento fosse ubriaco.
«Penso che partiamo favoriti. E che i pronostici saranno mantenuti senza difficoltà».
Sul volto pallido di Cartavelina si fece largo, lieve, un sorriso. «Il mondo sta cambiando rapidamente. Solo uno stupido non se ne rende conto». Afferrò dal collo la bottiglia di Gin sul tavolo, se la girò per qualche secondo tra le mani, poi me l’avvicinò al volto.
«Ma dato che io alla tua età non ci pensavo, mettiamola così: se non riusciremo a conquistare almeno il terzo posto, mi dovrai una bottiglia esattamente come questa». La posò sul tavolo. «Ma se così non sarà, allora io, sul mio onore, te ne procurerò dieci».
Mi porse la mano; esitai, non perché in qualsiasi maniera mi pesasse la scommessa, ma scommettere con lui! Scommettere con la divinità della mia adolescenza era un momento che sentivo di dover assaporare a fondo. Dopo un primo attimo ebbi paura che l’esitazione potesse essere interpretata come risposta negativa. Accettai.
Buttò giù l’ultimo, amaro bicchiere tutto d’un fiato, contraendo il viso in una smorfia, senza dire nulla. Poi si alzò.

Il Wunderteam, l’Austria delle meraviglie, è stata la più forte squadra che abbia mai calcato un campo da calcio. Facevano correre il pallone e gli avversari dietro di esso da una parte all’altra del terreno senza compiere il minimo sforzo, sempre più veloce, sempre più veloce, sino a renderli stanchi, demotivati, incapaci di reagire; poi, quando senza rendersene conto gli altri erano vulnerabili, li colpivano implacabili. Il loro gioco era tecnico, geometrico, per la prima volta nella storia una squadra esplorava fino in fondo le potenzialità di questo sport incantato.

Quel mondiale, tuttavia, fu qualcosa di completamente diverso. L’atmosfera era elettrica, sembrava che da un momento all’altro lo stadio potesse cancellare ogni sua traccia per sempre; non c’era odore d’erba, di sudore, il pallone e gli scarpini non sapevano di cuoio, no, l’eccitazione dei presenti aveva un che di folle e tremendo, pungeva il naso e ogni altro senso un sentore costante di paura; chiunque abbia presenziato anche solo a una partita di quella competizione sa perfettamente cosa intendo: quel mondiale non ha mai voluto somigliare ad una manifestazione sportiva, tutto era così drammatico che anche le partite irrilevanti avevano assunto i connotati della tragedia. Ricordo che ero stordito e confuso, assistevo agli incontri da bordo campo in religioso silenzio, e senza un motivo non riuscii più a bere. Questo silenzio non mi apparteneva più, era quello di un bambino che si affacciava timidamente, per la prima volta, alla realtà. Credo che da quei momenti non fui mai più lo stesso.

Negli ottavi superammo la Francia ai tempi supplementari; Cartavelina era svogliato, pareva soffrire quell’aria di piombo, sembrava che per scattare dovesse muovere cinque, dieci volte il suo peso, ma nonostante questo segnò il goal del pareggio. Poi dominammo i tempi supplementari, con gli avversari che ormai avevano già dato tutto quanto. Ai quarti incontrammo l’Ungheria; l’arbitro, un certo Mattea, non fischiava mai fallo: così facendo aveva invogliato una fisicità che faceva scomparire le individualità del Wunderteam. Dopo la partita, che vincemmo due a uno, c’era l’impressione diffusa che si fosse giocato in trincea, ricordo bene il volto contrito di Karl Sesta che usciva fuori zoppicando per un intervento sullo scadere, e il mister furioso che gridava allo scandalo.
L’Austria in ogni caso giunse in semifinale contro i padroni di casa, e per quanto riguarda il patto con Cartavelina a quel punto avevo i tre quarti delle probabilità di vincere una scommessa con il mio idolo; ovviamente, poi, da tifoso non potevo che desiderare di avere ragione.

Lo stadio di San Siro in cui si disputava l’incontro era stracolmo; il pubblico italiano gridava in preda al delirio, il boato travolgente era una bolla sonora che inglobava i confini della struttura: una bolla in cui i giocatori si tuffavano uno ad uno al momento di uscire dagli spogliatoi, scatenando ulteriori, perentori boati.
L’Italia aveva giocato la partita con la Spagna per due volte nel giro di due giorni e non c’era stato il tempo per recuperare; già dopo pochi minuti in campo era in debito d’ossigeno. I nostri giocatori sembravano intimoriti dal contatto dopo la rissa contro l’Ungheria, tiravano la gamba indietro quando potevano, inoltre l’imponenza del tifo di casa li aveva lasciati probabilmente sbigottiti; quindi la partita era molto chiusa.
A chiunque era arrivata la voce che alla Spagna fosse stata ingiustamente annullata una rete nettamente regolare; i sospetti che Cartavelina aveva seminato in me aleggiavano latenti come un fastidio lontano: ebbene, al ventunesimo della prima metà di gioco, nel baleno improvviso di una mischia in area di rigore, acquisirono il peso di macigni di pietra. Meazza placcò il portiere permettendo a Guaita di trasformare una palla contesa in area di rigore, ebbi subito un nodo alla gola: l’Italia era in vantaggio. Ho stampata nella mia testa l’immagine di Cartavelina che si avvicina all’arbitro e fa un solo gesto, si mette la mano sinistra sul volto, poi abbassa il capo e camminando ritorna verso la sua metà di gioco.

Da quel momento fu facile. L’Italia era stanca, ma non così stanca da non saper gestire agevolmente un vantaggio in una semifinale di coppa del mondo. Furono fisici, braccarono gli avversari distruggendo ogni debole trama di gioco austriaca. Ebbi l’impressione già dal modo in cui rientrammo negli spogliatoi che non avevamo più nessuna speranza; ricordo che ero furioso, sentivo lo stomaco ardermi in pancia e farmi la gola amara, avvertivo un’insopportabile, assordante sensazione.

Cominciò il secondo tempo; Cartavelina lo marcava Luis Monti: lo chiamavano Armadio a due ante Monti, era fortissimo, accelerava improvvisamente e ti portava via la palla senza che te ne accorgessi. Nel primo tempo non aveva perso neanche un contrasto. Cartavelina aveva sempre le sue mani addosso, ma non in maniera plateale, si limitava a sentirlo per cercare di prevedere dove si sarebbe girato; era come se gli ricordasse costantemente che era lì, pronto a predarlo in ogni istante. Poi ad un certo punto, verso la fine della partita, Cartavelina si svegliò; la prima volta che si mosse alla sua velocità gliela fece passare sotto le gambe e scappò via. Pochi minuti dopo gli arrivò una palla sulla trequarti; neanche il tempo di stoppare e Armadio a due ante era già a un metro. Cartavelina volse lo sguardo prima a sinistra, rapidamente, poi con uno scatto secco del capo a destra, si portò la palla prima sul sinistro poi sul destro, muovendola con l’interno a una velocità incredibile, a destra e a sinistra, lo fece per sei volte. Poi la spostò fulmineo con l’esterno destro, muovendo il busto in maniera sinuosa; Monti perse l’equilibrio e cadde in terra, e in un baleno l’avversario era già oltre. In quel momento mi mancò il respiro, persi di vista il terreno e rivolsi lo sguardo in alto, verso gli spalti; mi sembrò che il pubblico fosse rimasto muto, questa potentissima massa informe che ai miei occhi appannati si era fatta sfocata.

La palla successiva gli arrivò a mezz’aria dalla rimessa laterale, Cartavelina la mise giù e Monti gli entrò dritto sulla caviglia. Ricordo l’urlo di Cartavelina piegato in terra e Armadio a due ante che s’era già rimesso in piedi e negava tutto; ricordo Sesta che andava a muso duro contro di lui, spintonare il gigante. L’arbitro diede nuovamente rimessa laterale per l’Austria, ma dovette fermare il gioco per dare il tempo a Cartavelina di essere portato via in barella. Non vidi più la partita; corsi a bordo campo fino agli spogliatoi e mi affiancai a quelli che lo portavano dentro.
Non gli staccavo gli occhi di dosso; alla fine riuscii ad incrociare il suo sguardo, era lucido, sono convinto che tirasse dentro le lacrime a stento; «stiamo perdendo», disse piano, stiamo perdendo, lo ripeté tre volte. Aveva i denti stretti e entrambe le mani sul polpaccio sinistro. Io grossomodo gli ero di fianco, e lo guardavo dall’alto verso il basso. Gli dissi che era uno scandalo, alzai la voce, dissi che avrei scritto per richiamare l’attenzione di tutti, che tutti quanti dovevano sapere; mi sentii per un attimo i suoi occhi azzurri addosso. Successe qualcosa; in quel caos lui mi sorrise.

Ebbi per la prima volta la netta sensazione, e questa sensazione mi accompagna ancora adesso, che dipendesse tutto dalla sua testa; aveva la nuca sensibilmente sproporzionata rispetto al volto, sono convinto che dentro quella testa fosse custodito il libro del calcio: intendo dire che ci sono quegli uomini che nascono una volta ogni duecento anni, quegli uomini straordinari che sembrano essere venuti al mondo per insegnare l’arte all’umanità e Cartavelina era uno di questi. Mi segnò per sempre: il mio insegnante di pianoforte aveva ragione, finalmente riuscii a capire con precisione quelle parole che tanto durante la mia prima adolescenza mi avevano tormentato; e allora, come prima, non ero pronto per scrivere: lo fui in quel momento.

La finale per il terzo posto era contro la Germania; Cartavelina, infortunato, non giocò la partita. Fummo sconfitti per tre a due; l’Italia si prese il mondiale contro la Cecoslovacchia. Qualche mese dopo ricevetti, alla casa dei miei genitori, una lettera dal signore e la signora Sindelar che conteneva un invito a cena.

La moglie di Cartavelina era un’ebrea italiana, bella e pallida come il riflesso della luna piena su un lago. Durante la cena lui mi disse che aveva pronta una carrozza con il gin che mi doveva; io gli avevo portato l’articolo che avevo scritto sulla semifinale, che prese in mano dopo che due domestiche ebbero portato via i piatti del dessert. Quando terminò la lettura sollevò gli occhi su di me e rimase qualche attimo in silenzio. Poi mi disse che il paragone con Mozart gli sembrava fuori luogo. E sorrise; ma era un sorriso diverso da quello dell’ultima volta, sentii che questo mi faceva male.
Prima di andare via lo pregai di accettare un invito a cena per la settimana prossima, rimarcai il fatto che mio padre sarebbe stato entusiasta di fare la sua conoscenza – in quel periodo sfruttavo ancora inconsciamente il nome di mio padre per ottenere privilegi. Varcò la soglia di casa mia un giovedì alle nove in punto; lo accolsi io e, prima di accompagnarlo alla sala da pranzo, lo portai nella stanza dello Steinway. Ripetei più volte che quella cosa avrebbe preso giusto cinque minuti, non di più. Mi misi al pianoforte.

«La prima volta in cui ti ho visto giocare», gli dissi, «io ti ho visto fare questo».
Cominciai, lentamente, a suonare la K330, che ormai non eseguivo più così spesso.
«Due note», dissi mentre suonavo piano, «la prima acciaccata la seconda puntata, poi sei biscrome fino al trillo sul do, che rilascia tutto, la scrollata prima dello scarico sulla croma di sol».
Mi fermai; poi ricominciai daccapo, ad un tempo più spedito questa volta, interpretando la sonata come ce l’avevo in testa, esattamente come l’avevo imparata da bambino. Lui non disse niente, rimase in silenzio a contemplare le mie mani muoversi sulla tastiera e io presi a guardarlo mentre suonavo, e ad un certo punto sentii che le mie mani potevano andare da sole, che in quel momento qualcosa mi mordeva il cuore, qualcosa che mi fece sentire inutile e leggerissimo allo stesso tempo, come la polvere sollevata dalle correnti quando scintilla trafitta dal sole.

Quella sera eseguii la K330 per intero. Qualche anno dopo, alla partita che celebrava l’annessione dell’Austria nel Terzo Reich, Cartavelina segnò e non fece il saluto, e il Wunderteam vinse la sua ultima partita. Cartavelina si rifiutò di giocare con la nazionale tedesca; morì con sua moglie in un albergo nel 1943.
Mi hanno costretto a scrivere che si è trattato di suicidio; avrei perso tutto, avrei perso la famiglia, il lavoro, la stima di mio padre.

Nel mondo occidentale la sofferenza è percolazione verso la perfezione, redenzione dalla macchia. Ma io non sono un eroe occidentale, sono Giuda Escariota; per trenta denari ho tradito il Mozart del calcio.

Luca Marinelli

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