CASUAL FRIDAY #48: BACCO, TABACCO, VENERE

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Andrea Sacchetti, 42 mostri

Casual Friday (qui e su Facebook) è la rubrica di Verde nata per promuovere un nuovo reading code. Ogni settimana un racconto inedito di un autore diverso cercherà di farvi ridere, divertirvi o semplicemente imbarazzarvi.
Oggi c’è Flavio Ignelzi con Bacco, Tabacco, Venere. L’illustrazione è di Andrea Sacchetti. È venerdì, rilassati!

«Domani fanno dieci anni. È facile da ricordare perché era il mio compleanno e stavo festeggiando.
O meglio: io e quella che era la mia fidanzata tentammo di festeggiare, in camera mia, cioè in quella che allora era la camera mia, ma fummo interrotti sul più bello, possiamo dire così.
Lei s’era presentata a casa in minigonna, tacchi a spillo e una bottiglia di spumante che spuntava dalla borsa. Mia madre e mio padre non avevano fatto in tempo ad uscire per il loro torneo pomeridiano di bridge al circolo canottieri Roma, stavano ancora recuperando i Burberry dal guardaroba d’ingresso quando lei bussò il campanello. Lei un po’ in anticipo, i miei un po’ in ritardo. Io non feci in tempo a scendere ad aprire.
Se la ritrovarono davanti così, per la prima volta.
Lei non s’imbarazzò neanche un po’, provò a tirare giù il lembo della gonna e si presentò come la mia ragazza, porgendo la mano.
Mi scapicollai per i gradini ma arrivai comunque dietro le spalle di mia madre che le faceva i complimenti per lo smalto viola, intonato con il vestitino. L’ipocrisia di quella donna non conosceva limiti.
La mia ragazza ringraziò con sincera gratitudine mentre la tiravo per un braccio e la trascinavo su per le scale.
Mio padre non disse una parola perché non c’era niente da dire.
Entrammo in camera mia mentre lui metteva in moto la Volvo nel cortile. Dalla finestra lo vedevo. Accendeva i fari anche se erano le quattro del pomeriggio e il sole accecante di maggio si stagliava vigoroso nel cielo limpido.
Si immisero con cautela in strada, con la freccia azionata anche se non sopraggiungevano automobili, e sparirono all’orizzonte alla folle velocità di trenta all’ora, mentre la mia fidanzata si gettava sul mio letto.
Lei si lamentò per l’ennesima volta del poster sulla parete di fronte, la copertina di South Of Heaven degli Slayer, perché diceva che quel teschio diabolico la fissava. Anzi, ce l’aveva proprio con lei.
Feci finta di non sentirla perché quel disco faceva parte del mio pantheon personale composto anche dal poster del Punitore di Tim Bradstreet, dalla sciarpa della SS Lazio autografata da Paolo Di Canio e dalla bandiera della Brigata Paracadutisti Folgore.
Io ribadii di non esagerare e lei confermò che quella copertina la terrorizzava e le faceva passare tutte le fantasie.
Gesummio, che pazienza che dovevo avere a quel tempo.
Comunque stappammo la bottiglia che aveva portato e bevemmo a canna perché non avevamo i flute e io mi scocciavo di andarli a prendere giù. Non che la cosa mi piacesse, lo ammetto, ma tant’è. Lo spumante del discount faceva schifo, era dolciastro e troppo effervescente, ma lo ingollammo comunque tutto, fino alla fine.
Lei fece il teatrino di sbrodolarsi di schiuma, si asciugò col dorso della mano mentre biascicava sconcezze su quanto ne fosse zampillato fuori e con quanta forza, forse perché l’aveva agitato troppo. Io cominciai ad arraparmi.
A quel punto lei tirò fuori il fumo. Disse che per festeggiare aveva preso quello più costoso, un nero pachistano che era uno sballo, molto più potente del giallo marocchino o del rosso libanese, e incominciò a preparare il cannone, aprire la sigaretta, riscaldare con l’accendino, insalivare e richiudere, quelle cose lì insomma.
Si era messa ad armeggiare sul mio comodino e la rimproverai di lasciare tracce, in quel modo. Mi ingiuriò dicendomi che ero una palla.
Accese lo spino e fece un paio di bei tiri. La insultai di nuovo perché ancora non avevo aperto la finestra e mi stava riempiendo la stanza di nebbia. Lei mi sbuffò in faccia dandomi dello stronzo bambinetto, poi mi passò la canna e io aprii le imposte e feci un paio di tiri soffiando fuori il fumo.
Ero appoggiato al davanzale della finestra quando lei iniziò a spogliarsi.
Tirò giù la lampo e il vestitino Coconuda, collezione dell’estate precedente, crollò ai suoi piedi.
Si avvicinò a me con addosso soltanto tacchi e perizoma chiedendomi di farle fare qualche altro tiro, però con modi allusivi.
Le passai la canna, lei inspirò, la brace s’illuminò, mi ripassò la canna, tirai, il fumo mi bruciò gola e polmoni, gliela ripassai e le appoggiai una mano sulla tetta.
Schiacciò la cicca sul pavimento e le diedi della troia, che così rovinava il parquet e poi chi la sentiva a mamma, mentre lei mi trainava per mano fino al letto.
Iniziò a sbottonarmi la cerniera, io ero arrapato, ad abbassarmi i pantaloni, ero arrapatissimo, le dissi di prendere il profilattico per via delle malattie veneree e dell’aids e lei che già mi strozzava il coso mugugnò parole che non ricordo.
Non ricordo perché in quel momento arrivarono i venusiani. Venusiani da Venere.
L’astronave planò in cortile, esattamente dove prima c’era la Volvo di mio padre, ma rimase sospesa a qualche metro da terra, all’altezza della finestra della mia camera.
Dall’astronave venusiana partì una specie di raggio che attraversò la finestra ed entrò in stanza. Io feci in tempo a scansarlo, ma la mia fidanzata fu beccata in pieno. Fu catturata, sollevata da forze extraterrestri e trasportata fuori, a mezz’aria.
Uscì dalla finestra fluttuando, e nonostante si dimenasse non riuscì a liberarsi.
Poi non so cosa successe, quando stava per arrivare all’astronave il raggio svanì e lei si ritrovò a sei o sette metri d’altezza. Nel vuoto.
E cadde.
Giù.

«Scusate. Scusatemi, ogni volta che ricordo l’accaduto mi emoziono, mi viene da piangere. Nonostante siano passati tanti anni, scusate.
Dov’ero rimasto? Ah, sì, insomma, lei cadde giù e io mi precipitai per le scale, uscii fuori, mi accasciai su di lei, cercai di aiutarla, chiamai i soccorsi col cellulare. Non mi ricordo se respirasse ancora.
Quando arrivò l’autombulanza era troppo tardi, non ce l’aveva fatta, la caduta le era stata fatale.
Questo è tutto. Non c’è altro».

L’uomo all’altra parte del tavolo scrisse qualcosa sul suo taccuino; poi guardò il giovane seduto di fronte a lui e parlò.

«La ricostruzione che fa è estremamente dettagliata, ed è identica a quella agli atti del processo. Non si discosta nemmeno di una virgola. Estremamente precisa. Dieci anni e lei ricorda tutto allo stesso, identico, modo. Pazzesco. Posso farle una domanda?»
«Certo. Mi dica pure».
«È una curiosità sull’astronave: dov’era l’astronave quando lei scese giù a soccorrere la ragazza? Era ancora in aria, sospesa sul cortile? O era già volata via?»
«Come scusi?»
«Dico l’astronave: che fine fece?»
«Astronave? Quale astronave?»

Flavio Ignelzi

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