COLUI CHE ASCOLTA

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Andrea Sacchetti, 42 mostri

“Pensavo che il cameriere fosse colui che aspetta, ma non è solo questo”. Il protagonista del primo racconto (per Verde) di Francesco Quaranta è tornato, avanzato di grado: adesso è un barman, è Colui che ascolta.
Illustrazione di
Andrea Sacchetti.

Camilla prepara cocktail aperitivo per la nutrita clientela sedimentatasi sul marmo del bancone con la risacca delle sette e trenta. Bassa marea di mezze parole e volti stanchi. Un chiacchiericcio spumigante e qualche frustrazione di troppo sfogata in sogghigni crudeli.

Esseri umani incatenati al posto di lavoro, solerti fanno tintinnare il lungo guinzaglio, in certi momenti della giornata ottengono addirittura il permesso di raggiungere il proprio letto, oppure di ammassarsi per ingollare un anestetico annacquato dentro un bar. In tutto simili a me, votati totalmente al prospetto di un guadagno sempre incerto, sindromi di Stoccolma brancolanti tra lunghi turni e notti brevi.
Camilla, la collega, è un sorriso teso, allenato a resistere come un velo sospeso sul viso, sempre, anche se non mostra i denti, anche quando vorrebbe bestemmiare: è la professionale illusione di un’ebetina dalle belle tette che danzicchia in shorts appena appena pudici e civetta con la voce squillante che tutti i clienti si sognano di sentire in bocca alle proprie compagne quando rientrano a casa.
Nessuno le nota mai gli occhi stanchi e il tremore dei polsi presi nella morsa di nevrosi altrui.

Quotidianità montata secondo istruzioni, ottenuta, esibita, difesa, per poi cominciare a dubitarne e raccontarsi come e quando avverrà la fuga da essa. Tempo buttato al netto di interessi insignificanti, buttato a pianificare le svolte di una vita. Vita che invece non pianifica, succede e basta, gira a una marcia superiore, sguscia via per la tangente, sorpassa. Ci si aggrappa dove capita. A me è toccato questo.
Se non altro il locale è un po’ più moderno rispetto a dove stavo prima, meno rigido, alla buona, tagliato giù spesso, come si dice da queste parti. Non sono più un semplice cameriere, sono avanzato di grado: barman con tanto di attestato cazzi e mazzi. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, ma ahimé non uno stipendio adeguato.

Rubacchio salatini dal buffet degli aperitivi quando nessuno guarda, quando mi tornano gli impulsi di mangiare il mondo. Un metabolismo ansioso che comincia a perdere colpi ma non intende ribellarsi.
Qui in zona si ordina indifferentemente lo spritz oppure il pirlo, senza sottilizzare sulle differenze formali tra il primo e il secondo in un insignificante gioco di corrispondenze dovuto al fine ultimo che è lo stesso: raccogliere spumante, liquore aperitivo e soda in uno stomaco ulceroso. Passa più differenza tra Aperol e Campari, ma va esplicitata al momento dell’ordinazione, sottolineando dunque ancor di più l’identità tra spritz e pirlo in questo androne di mondo fatto di paesotti che anelano la movida metropolitana senza permettersene ritmi e spensieratezze.

Sempre le stesse facce, sempre le stesse. Sputo nel piatto in cui mangio, ma è sempre lo stesso maledettissimo piatto. Io e Camilla qui dobbiamo sentire tutto daccapo ogni giorno, come il palinsesto della solita radio commerciale che dall’alba al tramonto ci spara nei timpani le uniche dieci canzoni del momento finché un motivetto, una voce, un ritmo cominciano a uscirti dalle fottute pareti del cervello anche mentre dormi. Allo stesso modo uguali sono i discorsi degli avventori, uguali gli schiamazzi, medesime le pretese alle medesime ore precise. Spaccate. È il modo meschino e prevaricante con cui mascherano quelle loro incertezze così evidenti, ti sfiancano a livello del fegato, sono come lobotomie approssimative che infiammano la ghiandola del tedio.

Io sento bla, bla, bla, bla da tutte le parti e faccio sì sì sì con la testa finché un giorno non si staccherà dal collo e rotolerà ai loro piedi.

Il locale è un incrocio di routines, una stazione di posta tra un passato fatto di spese e il futuro della busta paga, legami che sono sfregamenti di superficie, costruiti e disfatti nel tempo di un caffè, di una stretta di mano. E intanto l’economia gira, dicono, ma mai quanto le mie palle – per usare un linguaggio che queste coscienze vacue possono capire.
Anche Camilla, quando prova a seguirmi in questi discorsi, aggrotta le sopracciglia e stringe gli occhi come se non vedesse la provenienza del suono. O del pensiero.
Sei un coglione, sibila dallo spigolo di una sghignazzata, pensi di esser qui a buttare il tuo tempo, ma dove caspio vuoi scappare? Dovrai pur campare, no?

Vorrebbe essere un’artista di qualche risma, lei, disegnatrice o illustratrice, ma lo ripete più che altro così per dire e sciacquarsi l’animo dai residui di fantasia. Io vorrei solo fermarla un attimo nel ticchettare della sua quotidianità e farle capire che lei è senza speranza, è questo che penso, perché la sera va a casa e riposa fin troppo soddisfatta del suo modo di affrontare e benedire le fatiche. Ma sospetto lo sappia già, come un po’ tutti qua dentro.
Qui in provincia i sogni non sono dei percorsi, sono una pausa caffè nel variopinto autogrill a lato della grande superstrada della vita di merda che farai finché scampi. Camilla è convinta che anche io abbia ormai mancato tutte le uscite.

Dell’ultrafamoso spritz se ne sono ormai impossessati i cittadini, i metropolitani, le persone alla moda, gli uomini del futuro che alle sei staccano e smettono di fare la modernità per andare a mangiucchiarsi la loro strada verso una gastrite precoce. Al contrario, il pirlo preserva l’illusione di appartenere al posto, certo anela alla città, ma resta fedele alla provincia. Lo spritz è internazionale, aperto, mondano, esotico; il pirlo è locale, identitario e intoccabile. Eppure è solo questione di nomi.

Vedo Camilla sgattaiolare da dietro il bancone per rintanarsi nella zona riservata al personale, la raggiungo dopo aver fatto tintinnare del ghiaccio in un bicchiere, ennesimo aperitivo adornato da fette d’arancia. La fetta d’arancia nel drink è il contentino tutto occidentale all’interno dell’universale linguaggio dell’alcol: cose del genere mi facevano imbestialire fino a qualche tempo fa, quando pensavo di cambiare il mondo con un’occhiata feroce e un bicchiere di rosso fermo. Ora ho imparato a tagliarla meglio in belle fette drittissime e simmetriche.

La mia collega sta appoggiata al muro, prende pesanti boccate d’aria, come dopo aver ingoiato un rospo enorme, l’ennesimo. La frangia le nasconde gli occhi, la bocca è rilassata e smollata in un accesso di tristezza esausto. Coperto dalla maglietta stretta, il seno sussulta sopra la pancia piatta di una carestia temporale. Prende fiato e riposa le orecchie: battute sconce, occhiatine, allusioni, rimbalzano tutte sul muro di gomma della sua superiorità giovanile. Non ci si può far nulla, spiega. Ma di tanto in tanto qualcosa fa breccia, la stanchezza incrina lo scudo e il tutto le sembra fin troppo simile a un abuso.

Camilla vorrei portarmela a letto, più che altro per noia. Perché è la natura, perché tra tutti i contatti umani superficiali in questo mare di cacca in cui si galleggia è sempre bello sapere di poter stringere una mano, ancorarsi a qualcosa. Andare a fondo insieme.
Ma è una stronzata, una riflessione scema con cui mi distraggo pur di non dar retta al tizio piantato qua a gomiti larghi sul bancone, il ceffo immerso nel bicchierozzo di birra: ennesimo mio simile che non conoscerò se non di striscio. Perché sotto sotto lo sanno tutti che il rischio di starsi sul cazzo è sempre troppo alto, no?

Questo qua sostiene che la differenza tra spritz e pirlo sta nel bicchiere in cui viene servito e nella quantità di cubetti di ghiaccio, visto che della qualità effettiva del vino se ne sbattono un po’ tutti. È la forma del bicchiere che fa la differenza, sottolinea, del contenuto non gliene fotte nulla a nessuno, ma se non azzecchi il bicchiere corretto guai a te, ti fucilano. Metafore poco eleganti per grezze espressività feriali.
Pensavo che il cameriere fosse colui che aspetta: attendere la fine del turno, aspettare la pausa, le ordinazioni, eccetera. Ma non è solo questo. Le volontà dei clienti ti invocano come grida d’aiuto lanciate ai soccorritori o come richiami divini raccolti da solerti sacerdoti. Noi dobbiamo ascoltare, me l’ha spiegato Camilla. Volenti o nolenti, prendiamo nota, ci concentriamo; le richieste vanno capite, interpretate, sviscerate.
È un rapporto unilaterale, è questo che i soldi comprano più di tutto, qui e altrove: orecchie rivolte al nostro ego e ai suoi bisogni. Il cliente medio vorrebbe inglobarti nella sua mentalità, renderti trasparente il proprio modo di esprimersi, farti adempiere alle necessità come fossi un proseguimento della sua volontà. Allora noi camerieri, a nostra volta, estendiamo premure, attenzioni, tendiamo i padiglioni. Finché la linea sottile tra servizio e servaggio si assottiglia sempre più e poi…

Un tizio mi ha offerto cinquanta euro per fare sesso, confessa Camilla, l’imbarazzo e la rabbia le si miscelano sul volto, shakerate nell’affanno. Era un vecchio e pure sposato, aggiunge, come se l’incrocio delle due categorie si faccia garanzia contro l’incrocio di istinti e alcol. Non so se da me stia cercando giustizia o conforto, io offro entrambi perché è carina, ma lei declina. Mentre cerco con gli occhi il colpevole è lei a colpirmi nell’angolo di guardia bassa. Tanto siamo praticamente come delle puttane, dice.
Le sue parole riecheggiano nello spazio che mi separa dal cliente successivo, mi rallentano il sorriso meccanico. Come ribattere? Vorrei sollevarla, ma la sua è la voce del mio abbattimento. Arraffo patatine e le faccio crepitare per assordare i pensieri, devo immagazzinare energie come prima di una guerra, di una fuga, di una carestia di soddisfazioni. Finisco solo col rinvigorire la pazienza e ascoltare un altro po’di musicaccia e sproloqui.

Forse anche a me basterebbe scappare dall’altra parte di questo bancone per guardare Camilla con occhi avidi. Dall’altro lato di questa lastra di marmo non farebbe differenza che lei fosse spritz o pirlo. Non sarebbe un mio problema, la berrei e basta. Non vedrei imperfezioni in lei e nell’accontentarmi di una vita cadutami tra le braccia. Smetterei di pretendere. Comincerei ad arredare la tomba.

Entra per l’ultimo giro di aperitivi, quando il sole è ormai un dosso incandescente dietro il cavalcavia. Figura slanciata in controluce, non importa che faccia abbia, di certo non viene dal lavoro perché indossa una tuta da ciclista fradicia di sudore. Toglie gli occhiali scuri e domanda dell’acqua. L’acqua non cambia nome a seconda del bicchiere. Tono da alieno trafelato, vuole sapere dove siamo, come si chiama il paese. Cerca un posto che non è casa sua.
Vengo da Torino con quella bici là, racconta, sono arrivato fino a Verona e ora torno indietro. Con calma eh che sono quasi trecento chilometri, speriamo che il tempo tenga! Per abitudine, domando il perché di tale viaggio.
Erano anni che, prende un sorso d’acqua, erano anni che dovevo levarmi un sassolino dalla scarpa.
Bocche ebeti da pesci lessi, questi clienti assardinati attorno al buffet lo guardano come fosse un pazzo, un ribelle, un beato della nullafacenza. Minaccia la loro retta via. Camilla non si distingue.
Capisco cosa devo fare, ammutolisco la radio, smetto di ingozzarmi di patatine, la gente mi vede ridere e per la prima volta mi ode desiderare di sentirne ancora, qualcosa di più. Mi racconti la sua storia.
Il tipo di orecchio che tutti loro non han mai potuto comprare.

Francesco Quaranta

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