OTRANTO

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Andrea Sacchetti, 42 mostri

A quasi quattro mesi dall’ultima incursione, e sì che ne sentivamo la mancanza, Gianluca Garrapa è di nuovo su Verde con Otranto.
Illustrazione di Andrea Sacchetti.


S’interruppe al momento opportuno. Colse uno scintillio negli occhi della ragazza che prendeva le ordinazioni. E a dispetto della fisiologia animale, iniziò ad amarla investito in pieno volto dalla sua favilla divina. Umana fra esseri e cose, e umano pure lui, se è per questo. Il futuro, previsto pari pari, ti rende cieco e certo, diventa un mito, un collage di miti, mitili che aderiscono ai dogmi di passaggio d’ogni epoca, soffoca.
«Allora? Ma cosa sogni?», ho chiesto e «…» ha fatto di rimando col mento senza deviare lo sguardo dritto al vuoto e una mano a conchiglia sull’orecchio ascoltava il rollio del mare sotto, ai piedi dei bastioni, il mare del porto che risuona di scafi al gasolio. Mi venne da riflettere, e mi feci un dovere di non impedirne il flusso, moltiplicando il mio discorso interiore all’orizzonte oltre il bastione, punti di luce e nodi, chiglie, sirene dalle scaglie di embrice, plastiche corrose dal catrame che costruisce trappole. Baie perlustrate con vagabondo stare al molle altalenare salato e pure altre immagini, ma non così forti da formarsi e verbalizzarsi in sogno, molti cavalieri e dame sul dorso di conchiglie condotte da cavallucci marini fuor d’acqua, premendo con zampe di mantide.

La tua vita scorreva e, lei accanto, sanciva battiti primordiali: l’alternanza umana, gradevole e secondante ritmi circadiani. Quanto eri sereno nella tua pigra immagine interiore vagolante (sugli spifferi di polline tra contrasti d’arie sciroccate tra il mormorio delle voci, sulle passeggiate), tra le apparenze delle cose mondane! Certo, è la dote innata e fin troppo umana di vedere dentro il presente, pensi sia ormai un disastro crederci, pensare al fatto che fuori è ancora buio, nonostanti impulsi provenienti da diversi altri agenti non visuali, e allora tu sei un cieco, al confronto del mondo, e scorrazzi con l’innato dono navigatore, la matrice del presente, del passato e del futuro, anche senza averne mai visto l’immagine. Ordinammo da bere e l’odore del gasolio si confondeva all’alcool, al fumo del tabacco, alla morte che naviga sotto i piedi dei contadini alieni e dei pescatori marziani.

«Noi ordiniamo, ehi! Ritorna a noi!» e tratto nel di nuovo impaccio reale del momento, tornai ad associarmi al companatico dei compari, occhi già lucidi e stellari, dame e cavalieri sul dorso di astronavette salate trascorrono le ore, rasenti i profili dei parapetti sul mare.

***

Il lavoro attoriale dell’osceno, il trucco per sparire in scena. Ma io non sono una scena, e devo ricostruirmi momento per momento. Non riguarda la vita. È il passatempo della scrittura che non fa esplodere il tempo e codicilla incipit.

«L’oltre era infinito da un po’. La sera si spegneva, il firmamento era una lampada graduata con spina a terra, opponeva un graduale diniego a proseguire ulteriormente il viaggio. L’umidità traeva odori dalle cose e dalle piante. Gli alberi stendevano delicati silenzi e custodivano culle di volatili stanchi, morti di voli. Gli elenchi morivano».
«Carino… L’hai scritto tu?»
«Sì! Ascolta: la panchina di legno percepiva il primo fastidio di freddo nelle ossa. Il legno elenca ricordi circolari di cui non sa più nulla, e intanto la chioma si emancipa dalla terra e volge superfici alla luna. Nel cielo, indicò, con uno scatto del volto, la fronte e il mento sono immaginari estremi di una semicupola radar, il volto è un oggetto nel bicchiere d’acqua delle leggi delle convenzioni, deformato dall’intenzione a dire il non potersi a dire. Questi luoghi profumati di macchia, ginestra odorosa, lentisco, salvia, menta, rosmarino, alloro, limonio, ginepro, cappero, origano, pineta umida di sudore e sperma, noia fragrante, quiete olezzante».

Il bello, più e più volte redarguito dalle occhiatacce dei cavalieri, sguainate a proteggere o a stracciare le occhiate languide di dame, trafelate a nascondersi dietro il dito della loro verginale pornografia a ripetersi perdendosi nel non senso del nome, era seduto di spalle al mare del porto, due compari a destra e due, per la democrazia dell’ascolto, a sinistra e egli, facendoci figurare di essere la lingua dei teschi nella teca della cattedrale dei martiri, prese a raccontare, saltando a piè dispari la scena, e indicando col ginocchio dell’altra gamba sollevata dal suolo, facendosi un dovere di indicare le parti del racconto voluttuosamente censurate, e quindi più esibite, per questioni estetiche e d’ascolto intenzionale, prese a raccontarci:
«Le diagonali solari modellavano poliedri di polvere sugli specchi, lungo fasci sottili di luce.
[…] Poi lo trascinarono a forza sul campanile e lo scaraventarono nel vuoto. Le campane rintoccarono a festa.
La messa è finita per sempre, andate in pace».

Sul bastione coi fantasmi dei Mori, gettata, e non a caso pare, l’acqua del porto è la vestaglia di crespo barbaglìo punzecchiata dal barbàglio del porto. Loro, compreso il me scrivente nell’allora della scrittura avvenire, loro, cinque amici, nei vent’anni prossimi a folgorare approdi già impossibili, loro, impassibili alle bellezze atemporali, carezzati dall’oblio decongestionante negli occhi di alcool, loro mi diedero l’idea, allora, di questo resoconto. Ma tutto si svolse e svanì quando apparve la bellissima ragazza del locale stretto ai piedi del palazzo, e loro a vaneggiar liquidi per postume battaglie insconce, e lei, a traveggolare sul più bello dei 5, divenne una sparizione di Madonna e liquidò la storia con il prezzo del suo lavoro. Infine, il bello e la sparizione di Madonna, si finsero amore eterno e volarono via sul drago verso allunaggi di miele per le scivolate di luce di Otranto e gente.

«Mah… se dovessi descriverti il mare del porto… non saprei davvero cosa dirti, tipo la descrizione, no? allora è meglio, visto che la tecnica lo consente, di andare…»
«Certo è normale, non ti va di dire!»

Uno dei compari stava costatando, parlando quasi tra sé, che «in Italia è difficilissimo, per una coppia etero, adottare un bambino che desideri una famiglia, però è facilissimo costruire case sopra i fiumi tra montagne a picco e mare immenso»; e poi aggiunse che «è difficilissimo essere omosessuali senza timore di essere presi in giro o sentirsi oggetto di battute televisive ma è facilissimo per il Vaticano infangare e camuffare gli abusi pedofili»; e aveva aggiunto che «è difficilissimo essere educati e rispettosi della vita e della natura e facilissimo farsi del male, rassegnarsi, castrarsi e castrare»; e aveva sottolineato che «c’è il bordello-vaticano coi suoi clienti e le sue puttane. In Italia, il cattolicesimo di Roma ci ha abituati a non pensare, a non gioire, a non godere e a nascondere, reprimere, contrastare la natura, sia essa un fiume sia essa una pulsione d’amore, a accettare ordini dall’alto senza discutere, e sottomettersi alla cura miracolosa di una metafisica monetaria per cui il politico è un re sole e il prete un privilegiato».
Io dissi che: «Sole e morte non possono guardarsi fissi negli occhi, nemmeno Dio e il Papa, i politica-mafia-banche sono invece la stessa medaglia: retro-fronte-zigrinatura. Amore e morte non hanno nulla da spartire, la vita è un lunghissimo preliminare pornografico fine a se stesso», e il quarto dei compari, quello più a destra, decise di tuffarsi di spalle nel vuoto di dieci e più metri dal bastione nel mare, cadde a forma di bottiglia e aveva deciso da un bel po’ quel volo, era stato zitto tutta la sera e prima di ordinare da bere aveva rimuginato il gesto, [insomma, aveva sedato il religioso che albergava in lui] e per questo, la scelta di proseguire la vita per conto suo, era stata la logica e umana conseguenza.

Mentre il corpo del quarto precipitava, il primo accompagnava il nostro sguardo fotografico con una commemorazione in loco‎: «Bisogna sempre dire quello che si pensa. Anche perché raramente si pensa». Il corpo apparve storto sulla banchina del mare, del sangue più scuro dell’ombra storta del corpo e continuò: «Più facilmente si è pensati dal pensiero unico. Allo stesso modo bisogna dire sempre la verità. Anche se la verità non esiste. È abbastanza difficile. La maggioranza degli umani, presupponendo che esista un’unica verità (Dio, l’ideologia, i propri usi e costumi et sim.), prestabilisce ciò che è bene e ciò che è male. Ma di questo loro difensivo atteggiamento mentale (dettato dalla paura dell’altro, del non stabilito, del non ordine et sim.), non si può dire se sia bene o male. Bisogna pensare senza l’ausilio immaginario di un Io che ci pensa».
Io e uno dei due compari continuammo a parlare, a scarabocchiare pensieri e uno dei due a dire, evitando di parlare, del bastione dei Mori: «Anarchici, chi? quelli che hanno devastato Roma e spaventato i pacifisti o quelli che hanno devastato il patrimonio paesaggistico_artistico italiano o quelli che hanno massacrato di botte i pacifisti della caserma Diaz. Se sei l’esempio sbagliato, oh Potere, non puoi pretendere altro che queste condotte esemplari dai tuoi sudditi. Insomma: chi è senza violenza, scagli il primo giudizio omologato e comodo e…»

Ma che senso aveva continuare a dire? Iniziò a piovere, ma tutti rimasero immobili ai loro posti o continuarono a passeggiare nella calma frenesia del dì festivo, estivo, odoroso.
L’epidermide nera del mare era un riflesso impressionista di luci continuamente interrotte.

Gianluca Garrapa

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