CASUAL FRIDAY #47: PRONTOMODA

Casual Friday (qui e su Facebook) è la rubrica di Verde nata per promuovere un nuovo reading code. Ogni settimana un racconto inedito di un autore diverso cercherà di farvi ridere, divertirvi o semplicemente imbarazzarvi.
Paolo Gamerro ha scritto Prontomoda un anno fa. Avrebbe dovuto inaugurare i venerdì di Verde (onere poi toccato a questo racconto), i tempi sono maturi per leggerlo oggi che della rubrica più amata dai nostri lettori non è rimasto che un fastidioso tormentone: è venerdì, rilassati!
Fotografia di
Serena Mazzini (Decay).

I colori, l’odore di cicca all’arancia o alla fragola. Non lo definirei profumo, perché dopo trenta secondi mi viene da vomitare. Tutto è fucsia, qui. Tutte le tipe vestono fluo su questo pianeta, sono generalmente fighe, plasticose, toniche.
La musica è quella tecno che riesce a non farti pensare, a palla, ritornelli pop su un tum-tum-tum che non ha tregua, ti sfinisce come il caldo, perché qui si muore di caldo e ho sete, arranco.
Sono in un prontomoda. Mi servono delle magliette semplici, tipo bianche o blu o grigie o nere, va bene tutto basta che mi sbrighi nel minor tempo possibile.
Ma lo so già che ci vorranno scale mobili e code e camerini da smaltire. Sono in un prontomoda, al gusto di big babol. Ovunque: cardigan, camicie a quadri, skinny jeans, jeans extra skinny. Ho il fiatone.

Luci, specchi. Circondato da ragazzini o vecchi che sembrano ragazzini. Ci sono bimbiminkia, mostri, goblin, troll, giganti, piercing ovunque, tatuaggi orrendi, emanano odori ripugnanti: sudore misto a fragranza dolciastra mista a merda, perché ogni tanto mi arrivano zaffate di merda, tipo una megascorreggia supersonica lanciata dal culo di un bimbominkia fattone, qui con gli amici anche loro già narcotizzati per godere appieno del mitico sabato pomeriggio nel prontomoda, poi tappa al fast food che fa patatine fritte, giro di droga varia e locale disco per la nottata pazza. Guardo questi umanoidi e mi viene da dar di stomaco, mi sale su il pranzo ingurgitato all’una in un bar di tre metri quadrati dove servivano soltanto panini. Oggi vanno tanto i panini, gli hamburger, ti siedi e ti mangi un hamburger con la camicia da boscaiolo. Mangiare l’hamburger con la camicia da boscaiolo e la barba (importantissima!) è diventato uno status. Vestire slowear, si vede anche in televisione, è una questione di gran peso, oggi, in Italia. L’Italia è un gigantesco prontomoda che sa di merda, la merda, che si nasconde dentro, sotto i vestiti, sotto la pelle.

Il fatto è che mi servono magliette, basiche. Semplicemente. Però qui vedo tutte queste t-shirts, con loghi improponibili o scritte americane o disegni anni ottanta stampati su. Il caos, ho sete, c’è un bagno? C’è dell’acqua?
«Stai cercando qualcosa in particolare?» mi chiede questa commessa bionda, direi carina. Forse il collo tempestato da nei è disturbante, a me i nei, se troppi e troppo grossi e in rilievo o pelosi, fanno un po’ senso.
«Magliette…» deglutisco, «basiche… tipo blu o nere o bianche o grigie…»
Mi sorride e mi fa che la linea basic è al terzo piano, dove c’è tutto per l’uomo. Capito? Tutto per l’uomo.
Mi tremano le gambe e le dico ok, noto che il pavimento è sporco di sangue ma non ci bado.
Cerco le scale mobili. Si alza la temperatura.

I commessi maschi hanno pettinature discutibili, sembrano comparse di un b movie steam punk, le sopracciglia sono sottilissime, i capelli sparati e ingellati e piastrati. Un commesso scuro di carnagione coglie la mia attenzione, indossa una maglietta grigio antracite v neck ed è depilato e mi guarda. Porta pantaloni militari e scarpone da tennis orrende, bianchissime.
«Hai bisogno?» domanda il negroide iridescente e flessuoso.
«Mi servono delle magliette…»
«La roba da uomo è tutta al terzo piano» mi fa, e gli sento l’alito fetido. Mi vengono in mente uova marce, formaggi lasciati in frigo per giorni, piatti sporchi nella lavastoviglie. Putrido, stantio. Tutto in una bocca. Una bocca in necrosi, come l’Italia, un impressionante prontomoda in cancrena.
Il profumo intenso di patchouli, quest’uomo è odoroso davvero, se ne sarà spruzzato una litrata addosso, arranco.
«Grazie» gli dico, sono ancora alla ricerca della scala mobile. Schivo un’orda di parafighette con il montgomery e il viso da cinefile, le scarpette e la borsetta, i wayfarer a specchio, la vista si abbassa poco a poco. Foto di modelle vincenti. Foto di maschi ricchi e abbronzati, toraci depilati. Manichini tetri.

Sono in un prontomoda. Uno qualsiasi. Sulle scale mobili sto dietro a due tizie grasse da fare schifo, con i leggins neri e camicie a quadri e cappellini da rappers, come forse si usa oggi, tra le giovani e i giovani bovinoidi che escono di pomeriggio per andare al prontomoda a comprarsi i vestiti per la serata nel locale del sabato. Dove si bevono cocktails, si fanno foto, si condividono posts e si digita, è un continuo digitare la vita, si ride guardando le foto di altri sul telefono. Oppure brevi video di sei secondi, le cose che vanno adesso, minivideo dove succede qualcosa, tipo uno che cade, un gatto che gioca, due bambini piccoli, teneri. Ma quanto sono teneri oggi i bambini di un anno? Tenerissimi ma per davvero, i bambini di un anno, candidi e innocenti nelle loro tutine imprevedibili, il web è pieno delle foto dei vostri figli, disponibili per tutto il popolo della rete. Un coacervo di maniaci sessuali e casi umani perlopiù. E hanno a disposizione tutte le foto dei vostri figli, le foto tenerissime dei bambini piccoli con le tutine colorate con su stampati i personaggi dei cartoni animati!

Sono al secondo piano, cambia la musica, è minimal, house. Forse no, è acid e qualcosa. Post qualcosa. Mi sento vecchio. Terribilmente fuori moda. Con le mie Clarks logore, i miei blue jeans sdruciti e normali (oggi tanti ragazzacci portano pantaloni da cavallerizzo, non ne capisco il motivo ma ok), una maglietta e un maglione e un parka.
Voglio acqua fredda. Attaccato a me c’è questo gruppetto di tarri butterati, seborroici. Potrebbero avere dai diciassette ai trentacinque anni, vestono come personaggi di Jersey Shore e imitano il comico Maccio Capatonda.
«Scopare! Padre Maronno! Ma che cazzo me ne frega a me che c’ho il diesel! Scopare!» e giù a ridere, ma ridere fortissimo, ridere da star male, sganasciarsi. Perché non c’è nulla da fare, Maccio Capatonda piace, ed è trasversale. Viene idolatrato dal tamarro da giostre ma anche dal tipo laureato che guarda pellicole importanti francesi. Entrambe le categorie lo seguono dagli albori, dai primi sketch con la Gialappa’s Band a Mai Dire Gol, per poi ridere sui suoi portentosi video nel tubo, diventati virali. Maccio è un cult un po’ per tutta la razza umana, e anche il suo mirabolante programma trasmesso da Mtv, la rete dei giovani, Mario, è stato un successo sbalorditivo. Il suo film Italiano Medio è la consacrazione, lui fa scassare proprio chiunque. Ma infatti sono io che sono anomalo, a me Maccio Capatonda non ha mai fatto ridere. Non lo capisco. Non riesco a capirlo anche se mi ci metto con tutta la mia forza di volontà, di buzzo buono, davanti allo schermo del pc, mi guardo i finti trailer che lo hanno reso il beniamino del web e tento di afferrare la sua comicità che contagia l’Italia.
Ma non ce la faccio.

A voi, che state leggendo, fa ridere Capatonda?
Se sì, perché?
Siete andati a vedere la sua pellicola eccezionale al cinema?
Ma questo film è davvero una critica arguta e intelligente alla orrenda società di oggi?
Qual è il vostro sketch preferito che vado a guardarmelo con attenzione su Internet?
Voglio ridere anche io con voi.
“Scopare! Padre Maronno! Ma che cazzo me ne frega a me che c’ ho il diesel! Scopare!”

Salgo su, ancora su, arrivo al terzo piano, il sospiratissimo terzo piano, dove troverò le magliette. Come sempre, arranco. Altra zaffata di merda. Ho l’affanno, fatemi respirare.
«Scusa, dove trovo le magliette?» chiedo a un commesso androgino, biondissimo. Fosforescente.
«Che tipo?» mi risponde con voce robotica.
«Magliette semplici, grigie, blu o nere…»
«Ma tipo fantasia? Con stampa? Con taschino? In lino? Scollo a V? Serafino? A pois? A righe? Con applicazione? In mesh? Con cerniere? Polo?…»
«Magliette semplici», sudo gelido, «basiche…»
Mi guarda con l’occhio bovino, itterico. Per qualche secondo rimane lì a fissarmi senza proferir verbo: sta calcolando.
«Ah! La linea basic è proprio lì in fondo a destra… sono arrivati i nuovi modelli normcore» si riattiva, sorride e gli vedo i denti marci, gialli, squallidi come la sua magrezza, i suoi pantaloni chino neri, stretti in modo indecente, scarpe da ginnastica blu elettrico. Il tizio porta occhiali da vista neri e spessi. La sua pelle sembra gomma. Il suo alito è rancido, esattamente il miasma identico dell’androide giù, al piano di sotto. Io lo ringrazio e me ne vado. La folla qui è un gran dilemma, non riesco a camminare, vengo risucchiato dalla marmaglia, dalle loro carni, faccio parte anche io, ora, di questo grasso blob rosa, “umano”, purea di pelle carcinomatosa, composta da pazzi in cerca di vestitini da sfoggiare agli apericena da tredici euro al cocktail, il cocktail costa più del vestito, un cocktail di merda servito in un bicchiere di plastica in un bar di merda dove passano la stessa merda cacofonica che passano qui, dalle casse.

Ora sono nel blob, imprigionato tra pance, teste, petti, gambe, braccia, bocche, cazzi, fiche, culi, tette, orecchie. Il parlare di tutti, il respirare di tutti, il ghignare di tutti, il lamentarsi di tutti, il chiacchierare di tutti, il ridacchiare di tutti, il vociare di tutti. Le suonerie trash dei telefoni costosi o da poveracci, i minchia oh, i bella, gli spacca, i cazzo vuoi, i cazzomene, i fanculo oh, i minchia guarda, i figa che roba, gli sbatti, i megasbatti, gli sbattoni. I ciaoni.

Eccomi, nella poltiglia, nella putredine, tra i fisici sudati, i volti truccati. Striscio, strisciamo, vedo gambe, scarpe, piedi, disperato, in cerca di semplici magliette basiche, nere o grigie o blu. Mi cade gente addosso, non riesco a vedere una via di uscita, mi manca l’aria e l’odore, il fetore mi invade il cervello, che mi duole, e grido angosciato, ma le mie urla non sono niente, io non sono niente, sono nel prontomoda e parte di un compost rossiccio, qui, tra persone indecenti, aggressive per una paio di jeans infimi in saldo a nove euro, il prezzo del loro cocktail nel loro bar di merda il venerdì sera, alla fine di una settimana passata a casa, a ciondolare tra un’ansia e una disperazione, crogiolando nelle benzodiazepine, siamo tutti disoccupati qui nel prontomoda, disgraziati che strisciano sul pavimento lurido. Riesco a venirne fuori con uno sforzo immane, schiaccio la testa a una tarra, una tamarra, una tabbozza rognosa che continuava a emettere grugniti, e io le schiaccio la testa con un piede, le spremo il cervello devastandole la scatola cranica, mi arrampico su un latino marrone in canotta, passo conseguentemente a scalare due chiattone total black, tiro bestemmie, grido sempre più, grida di dolore puro e ci sono, ci sono, CI SONO, sono fuori dalla massa di carne e merda e provo a respirare, un caldo mostruoso, annaspo, corro verso le magliette a tinta unita, so dove sono, le devo raggiungere, ce la devo fare, mi viene quasi da piangere quando le vedo. Eccole. Sono arrivato, ce l’ho fatta, tutte lì, allineate, sapientemente impilate, seicentomila sfumature di ottocentomila colori. Atroce.

Cerco delle emme, comunissime emme. Le scovo, quattro magliette otto euro l’una, cotone. Blu, nera, bianca, grigia. Ora devo provarmele perché se poi non mi vanno bene devo ritornare qui ed è la fine. Le agguanto e mi aggiro qua e là cercando la zona camerini. Inciampo in antropoidi pelosi distesi per terra, forse morti. Cianotici. Commessi glabri mi strattonano, dal soffitto cadono offerte speciali sui capi invernali, di lana cattiva, invenduti su scaffali e scaffali. Vogliono che compri pantaloni di velluto e maglioni di lana. Seguo la striscia di sangue rosso.
Entro quindi nel primo camerino che trovo vuoto, mi chiudo dentro e mi accascio a terra.

Un puzzo acido e dolciastro, tipo quando le ragazze hanno il ciclo. Sento il vociare di una troia che parla nel camerino adiacente al mio, dice «sai che carino, mi ha portato ai Fontanili a conoscere i suoi, che carino, sai che andiamo al mare a giugno? Ai Fontanili mi ha portato l’altra sera, a conoscere i suoi, devi vedere che carini loro, che carino lui, che mi ha portato fuori al ristorante e andiamo al mare a giugno, che carino che è stato a farmi conoscere i suoi, sai dove mi ha portata? Al ristorante pizzeria I Fontanili, hai presente? Un posto carino, che carino lui che mi ha fatto conoscere i suoi al ristorante pizzeria I Fontanili e adesso mi porta al mare, ma ti ho detto che ho bisogno di un costume nuovo? Guarda sai che ho bisogno proprio di un costume nuovo? Guarda non hai idea, l’altra sera, che carino, mi ha portato a conoscere i suoi genitori al ristorante pizzeria I Fontanili, un posto troppo carino, e ora mi porta al mare, che carino che è lui, ma sai che devo comprarmi un costume? Guarda sono qui proprio in cerca di un costume, non hai idea… che carino, sai? Che mi ha fatto conoscere i suoi ai Fontanili, hai presente? Guarda sai che ho bisogno proprio di un costume nuovo? Guarda non hai idea, l’altra sera, che carino, mi ha portato a conoscere i suoi genitori al ristorante pizzeria I Fontanili, un posto troppo carino, e ora mi porta al mare, che carino che è lui, ma sai che devo comprarmi un costume? Non hai idea guarda di come sono carini i suoi, sai che lui è carinissimo, mi ha portato ai Fontanili, un posto carino, ma sai che ho bisogno di un costume nuovo? Pazzesco, guarda, non ho più costumi, pazzesco guarda, no? Che carino lui. Sai che carino, mi ha portato ai Fontanili a conoscere i suoi, che carino, sai che andiamo al mare a giugno? Ai Fontanili mi ha portato l’altra sera, a conoscere i suoi, devi vedere che carini loro, che carino lui, che mi ha portato fuori al ristorante e andiamo al mare a giugno, che carino che è stato a farmi conoscere i suoi, sai dove mi ha portata? Al ristorante pizzeria I Fontanili, hai presente? Un posto carino, che carino lui che mi ha fatto conoscere i suoi al ristorante pizzeria I Fontanili e adesso mi porta al mare, ma ti ho detto che ho bisogno di un costume nuovo? Non hai idea guarda di come sono carini i suoi, sai che lui è carinissimo, mi ha portato ai Fontanili, un posto carino, ma sai che ho bisogno di un costume nuovo? Pazzesco, guarda, non ho più costumi, pazzesco guarda, no? Ai Fontanili mi ha portato l’altra sera, a conoscere i suoi, devi vedere che carini loro, che carino lui, che mi ha portato fuori al ristorante e andiamo al mare a giugno, che carino che è stato a farmi conoscere i suoi, sai dove mi ha portata? Al ristorante pizzeria I Fontanili, hai presente? Un posto carino, che carino lui che mi ha fatto conoscere i suoi al ristorante pizzeria I Fontanili e adesso mi porta al mare, ma ti ho detto che ho bisogno di un costume nuovo? Guarda sai che ho bisogno proprio di un costume nuovo? Guarda non hai idea, l’altra sera, che carino, mi ha portato a conoscere i suoi genitori al ristorante pizzeria I Fontanili, un posto troppo carino, e ora mi porta al mare, che carino che è lui, ma sai che devo comprarmi un costume? Guarda sono qui proprio in cerca di un costume, non hai idea… che carino, sai? Che mi ha fatto conoscere i suoi ai Fontanili, hai presente? Guarda sai che ho bisogno proprio di un costume nuovo? Guarda non hai idea, l’altra sera, che carino, mi ha portato a conoscere i suoi genitori al ristorante pizzeria I Fontanili, un posto troppo carino, e ora mi porta al mare, che carino che è lui, ma sai che devo comprarmi un costume? Non hai idea guarda di come sono carini i suoi, sai che lui è carinissimo, mi ha portato ai Fontanili, un posto carino, ma sai che ho bisogno di un costume nuovo? Pazzesco, guarda, non ho più costumi, pazzesco guarda, no? Che carino lui. Sai che carino, mi ha portato ai Fontanili a conoscere i suoi, che carino, sai che andiamo al mare a giugno? Ai Fontanili mi ha portato l’altra sera, a conoscere i suoi, devi vedere che carini loro, che carino lui, che mi ha portato fuori al ristorante e andiamo al mare a giugno, che carino che è stato a farmi conoscere i suoi, sai dove mi ha portata? Al ristorante pizzeria I Fontanili, hai presente? Un posto carino, che carino lui che mi ha fatto conoscere i suoi al ristorante pizzeria I Fontanili e adesso mi porta al mare, ma ti ho detto che ho bisogno di un costume nuovo? Non hai idea guarda di come sono carini i suoi, sai che lui è carinissimo, mi ha portato ai Fontanili, un posto carino, ma sai che ho bisogno di un costume nuovo? Pazzesco, guarda, non ho più costumi, pazzesco guarda, no? Ai Fontanili mi ha portato l’altra sera, a conoscere i suoi, devi vedere che carini loro, che carino lui, che mi ha portato fuori al ristorante e andiamo al mare a giugno, che carino che è stato a farmi conoscere i suoi, sai dove mi ha p

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