SANTA TECLA

#24 Nando Adiletta

Verde 24, maggio 2014 (In copertina: Nando Adiletta, Priestess)

Filippo Parodi nasce a Genova nel 1978. Nel 1986 si trasferisce con la famiglia a Milano. Si laurea in Filosofia Estetica nel 2003, con una tesi sul verosimile e il meraviglioso nella poesia. Dal 2007 comincia a pubblicare racconti e poesie per diverse riviste d’arte e di letteratura. Nel 2012, per la casa editrice Gorilla Sapiens, esce un suo racconto nell’antologia Urban Noise. Sempre per Gorilla Sapiens, alla fine del 2013, pubblica il suo primo libro La testa aspra. Da febbraio 2014 collabora con la rivista «Ultrafilosofia».
Il racconto Santa Tecla è stato pubblicato nel numero 24 di Verde (maggio 2014).

Benché tutti fossimo abituati alle scaglie infette delle sue leggende, alla suggestione ciclica e irruenta che – così ci avevano da subito spiegato – governava irrimediabilmente il suo intelletto, la guardavamo ancora turbati. Ogni volta più sconvolti, condannati, vulnerabili, noi, gli orfanelli dal sollievo ostruito, le clavicole affossate dalle sue parole: «Avvicinatevi senza paura, passate attraverso la colonna di fuoco».

Ci tendeva la mano. Il volto, irradiato da guizzi di fiammelle crepitanti, manteneva una bellezza immortale originaria, anche se iniettata da rivelazioni di deformità feline. Seduti in cerchio intorno a lei restavamo immobili, la radura arsiccia sotto i piedi nudi, erba aspra a pizzicarci le chiappe disgraziate. Speravamo sempre nell’avvento di una Madre, o che per lo meno la pioggia intrappolata nelle nostre flebili espressioni, nonostante tutto ancora umane, arrivasse un poco a spegnere quella febbre divorante che al contrario si gonfiava, incrementava: «Ecco che il leone si ficca tra le gambe!»

Sollevava la sua gonna di panno fiorita e ne addentava un lembo, portava le dita al sesso, roteava gli occhi ed era come se attaccasse a mugolare una sotterranea liturgia primordiale, dunque la bocca cominciava a schiumare. Allora, incapaci di voltarci, di sottrarci all’orribile spettacolo, potevamo puntualmente percepire il tremolio del fratellino che, da un tempo ormai immemorabile, ci era capitato affianco. Qualcun altro invece iniziava a ruggire, dapprima con insicurezza, quindi con più forza e decisione, ruggiva e frantumava la catena collettiva, avanzava verso il grembo, si gettava nel falò. Lei placava all’improvviso la sua furia, adesso ci fissava attonita, dischiudeva un rauco pianto. A quel punto, un saio curvo e stanco, ombra logora fin troppo familiare, agitando il plumbeo campanello della cena ci sgridava, uno ad uno ci riconduceva fuori dalla grotta e non per consegnarci a nuove dimore.

Filippo Parodi

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