LA MODELLA

heart_shaped_sky

Serena Mazzini, Heart shaped sky

La modella ha partecipato alla seconda serata di 8×8 e naturalmente avrebbe dovuto vincere. A quanto ci dicono non è arrivato primo (pazzesco). «Faccio piccole cose, sono agli inizi» si è schermito Alessio Posar, e per la delusione ha smesso di scrivere. Per due giorni interi. Forse uno, ma il suo riserbo a proposito è totale. In ogni caso qui su Verde mancava da un po’ (eh Alessio?). La settimana scorsa, durante una soffertissima riunione di redazione su whatsapp (solita tensione alle stelle ed ennesima spaccatura© bla bla bla ecc ecc), lo abbiamo convinto a rivedere e correggere il racconto in modo da poterlo pubblicare spacciandolo per inedito. No, non è un inedito, ma tu che lo hai ascoltato dal vivo e non lo hai votato dovresti proprio rileggerlo. E tu che quella sera nemmeno c’eri: sarebbe il caso di rimediare.
Fotografia di Serena Mazzini (con noi ancora fino a venerdì: viva!)

È una stanza d’albergo, sebbene definirla così sia riduttivo, anche solo per le dimensioni del letto, in cui tre persone potrebbero dormire senza sfiorarsi, se mai qualcuno volesse dormire con qualcun altro senza sfiorarsi. O per il lampadario che pende dal soffitto, con i suoi cristalli, e alcuni di questi cristalli funzionano come prismi e quindi la luce nella stanza – che è l’unica luce che c’è, perché le tende sono tirate e sono tende pesanti, montate apposta per quest’occasione – ogni tanto cambia e prende sfumature come d’acquario. O per la scrivania in legno massello dove qualcuno ormai morto ha scritto a lungo e ha cambiato il mondo.
Sulla scrivania sono posate due ventiquattrore.
Entrambe hanno la serratura a combinazione.

Un uomo, ha forse trent’anni e uno dei genitori è orientale, è in piedi di fianco alla scrivania, vicino alla porta d’ingresso. Indossa una giacca nera lucida e ha i capelli corti e la pelle del viso perfetta e ogni tanto lancia uno sguardo alle valigette.
C’è un’altra porta, che conduce al bagno, ed è chiusa. In bagno c’è un vecchio. Davvero vecchio. Si è tolto la giacca nera e la cravatta nera e la camicia bianca e le ha appoggiate, stando attento che non si sgualcissero, sul portasciugamani. Adesso è davanti allo specchio, con i pantaloni e la cintura allentati e le scarpe Oxford, e si rade. Anche se è tardi, i suoi gesti sono lenti, a partire dallo spalmare la schiuma, al passare il rasoio, al frizionare guance e collo con la lozione dopobarba. Anche se è tardi, non vuole correre il rischio di rovinarsi il viso. Si sciacqua le mani coperte di macchie marroni, si spruzza il profumo sotto le orecchie e su un polso, che poi sfrega delicatamente contro l’altro, si pettina i capelli all’indietro. È uno di quei vecchi che non hanno perso i capelli.

Il vecchio si riveste ed esce dal bagno. L’uomo gli chiede se stia bene. Il vecchio risponde che non è mai stato meglio, allora l’uomo dice che possono procedere quando vuole.
«Procediamo» dice il vecchio, e si siede sul bordo del letto. È così leggero che sul lenzuolo non si forma nemmeno una piega.
L’uomo prende un cellulare dalla tasca della giacca, digita qualcosa e si allontana dalla porta, in modo da controllare sia la porta sia il vecchio. Il vecchio tiene le mani giunte, ma non prega.
Rimangono in silenzio, non incrociano gli sguardi fino a quando la serratura non scatta e la porta d’ingresso si apre ed entra la ragazza e l’uomo guarda il vecchio e vede un piccolo scatto delle sopracciglia.
La ragazza si chiude la porta alle spalle e rimane immobile, con le mani unite sulla pancia che non esiste.
Forse è il naso, un po’ troppo pronunciato, o i fianchi, un po’ troppo larghi, o le mani, che sembrano di una donna e non di una ragazza, con le nocche arrossate che sporgono dalle dita. La luce del lampadario scivola sugli spigoli del suo corpo.

«Va tutto bene?» chiede l’uomo.
Il vecchio si lascia andare a un sospiro. «Non è come me l’aspettavo» dice. «Ma è colpa mia, forse l’avevo idealizzata per via delle foto».
«Ha ragione» dice l’uomo, «ma è così che funziona. È una modella, il suo lavoro è essere perfetta in fotografia. Com’è nella realtà non conta nulla, dico bene?»
La ragazza annuisce, si tortura le dita. «Devo andarmene?» chiede.
Il vecchio raddrizza la schiena, dice: «No». E poi dice: «Mi devo scusare, è davvero colpa mia. Ridurre una persona alla perfezione è un insulto».
La ragazza annuisce di nuovo, poi si siede di fianco al vecchio, abbastanza vicina perché lui possa prenderle la mano, ma lui non fa nulla.
L’uomo va alla scrivania, si sentono gli scatti delle combinazioni giuste. Dà le spalle al vecchio e alla ragazza.
«Dimmi» dice il vecchio, «sei davvero una modella?».
«Sì».
«Non ti ho mai vista nelle pubblicità».
«Faccio piccole cose, sono agli inizi».
L’uomo gira un poco la testa verso di loro, per ascoltare. Mette una valigetta sopra all’altra, sulla sedia della scrivania.
«Quanti anni hai?» chiede adesso il vecchio.
«Ventidue».
«Allora non puoi permetterti di essere agli inizi».

Le labbra della ragazza – prima le teneva socchiuse, lasciava piano uscire l’aria e dava loro forma – si irrigidiscono. L’uomo solleva la sedia e la sistema davanti al letto, dove il vecchio e la ragazza possono vedere bene la valigetta in cima. È ancora chiusa, ma la serratura è aperta.
«Volevi davvero fare la modella?» continua il vecchio. «Erano questi i tuoi piani? Lo sognavi da bambina?».
«Signore» dice l’uomo.
«Quando la tua migliore amica voleva salvare gli animali, o sposare un principe, tu pensavi ai servizi fotografici, alle sfilate che, anche adesso, forse non farai mai?»
La ragazza ha gli occhi lucidi, ma non sbatte le palpebre.
«Signore» ripete l’uomo. Questa volta il vecchio si volta verso di lui. «Forse» dice l’uomo, «sarebbe il caso di iniziare».

L’uomo va al frigobar, sebbene definirlo così sia riduttivo. Nemmeno il frigorifero della casa che la ragazza divide con altre tre persone è così grande. L’uomo apre l’anta e prende un secchiello di metallo e una bottiglia di spumante e la stappa. Per un secondo, dal collo della bottiglia si vede un filo di gas sollevarsi verso il lampadario. Versa lo spumante in due calici e poi ci aggiunge due pillole, come minuscole uova, che subito iniziano a sciogliersi. L’uomo porge i calici al vecchio e alla ragazza e poi ripone la bottiglia nel secchiello col ghiaccio.
Il vecchio tiene il calice per lo stelo, fa ruotare lo spumante, la pillola è quasi scomparsa. Beve.
La ragazza annusa, si porta il bicchiere alle labbra, esita, guarda l’uomo, guarda il vecchio, prende un piccolo sorso.
«Ancora» dice l’uomo. «Non preoccuparti».
La ragazza beve di nuovo, e ancora, e alla fine il suo bicchiere è vuoto.

A questo punto, l’uomo apre la prima valigetta. Ci sono soldi, dentro. Tanti soldi. La ragazza lo sapeva, ma c’è differenza tra sapere qualcosa e avere la conferma della sua realtà.
«Fatta eccezione per la mia percentuale» dice l’uomo alla ragazza, «questi sono tuoi».
Il vecchio annuisce, mentre l’uomo chiude la valigetta – senza bloccare la serratura – e l’appoggia vicino alla porta d’ingresso.
La testa della ragazza ciondola un po’, mentre lei si avvicina di più al vecchio, fino a quando il suo ginocchio non tocca quello di lui.
«Mi ero iscritta alla scuola d’arte» dice la ragazza. «Volevo fare la pittrice».
«Ma?» chiede il vecchio.
«Non ha funzionato. Ho un bel viso per le fotografie, ma non so dipingere i visi degli altri».
Il vecchio le mette la mano piena di macchie marroni sul ginocchio. «Va bene così» dice.
«Non voglio più» dice la ragazza.
«Non farà male» risponde il vecchio.
L’uomo torna davanti a loro e apre la seconda valigetta. Dice: «Non abbiamo molto tempo».

Nella seconda valigetta, adagiato in una forma di poliuretano espanso, c’è un punteruolo da ghiaccio. Il vecchio lo prende, fa scorrere l’indice dall’impugnatura alla punta, poi indietreggia su quel letto enorme e si sdraia.
L’uomo si volta verso il bagno e rimane così, immobile.
La ragazza si arrampica sul corpo del vecchio, gli prende il punteruolo dalla mano, lo bacia sulle labbra e sente il suo profumo, sistema la punta dove lui ha il cuore e si lascia crollare.
Per un attimo, il vecchio si sente affondare in quell’acquario che è diventato la stanza ed è vero, non fa male. La ragazza lo bacia ancora, sulla fronte, e si addormenta.
A questo punto, l’uomo spegne la luce ed esce dalla stanza.
In corridoio, aspetta l’alba.

Alessio Posar

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