IL MAGO

#24 Nando Adiletta

Verde 24, maggio 2014 (In copertina: Nando Adiletta, Priestess)

Numero 24, maggio 2014, due anni di Verde: copertina e illustrazioni di Nando Adiletta, contributi di Luca Marinelli, Sergio Peter, Luca Antonini, Filippo Parodi, Jacopo Marocco e Filippo Santaniello, che con Il mago era per la prima volta con noi.

In prima media ho fatto amicizia con Amedeo Pasini, un ragazzino pallido e introverso. A casa sua c’era sempre odore di crostata e mentre facevamo merenda in cucina, sua madre ci guardava sorridendo dolcemente, contenta che suo figlio avesse finalmente un amichetto.

La passione di Amedeo erano i giochi di prestigio, era bravissimo e si era inventato una formula magica: Pim Pam Zam. A meravigliarmi non erano soltanto le sue magie, ma il fatto che, mentre si esibiva nella sua stanza, da ragazzino sfigato che tutti scansavano, si trasformava in un istrione le cui mani creavano trucchi che avrebbero stupito prestigiatori più navigati.
Aveva un foulard rosso che faceva sparire nella mano e riapparire ovunque volesse. Un vaso che se riempito non la finiva di svuotarsi. Un baule che inghiottiva ogni cosa ci mettesse dentro. Ero invidioso delle sue capacità e mi sarebbe piaciuto apprendere quei numeri e stupire la gente, però non c’era verso di farmeli insegnare e dall’espressione soddisfatta che aveva era come se godesse nel tenerseli per sé.

La prima volta che ho fatto del male ad Amedeo eravamo in bagno. Ha riempito d’acqua un vaso colorato e mi ha detto di svuotarlo. Ho preso il vaso e l’ho rovesciato nel water. Nulla di strano. Amedeo l’ha riempito di nuovo, ha esclamato Pim Pam Zam! e ha fatto come avevo fatto io. L’acqua stavolta non la smetteva di uscire. Com’era possibile? Gliel’ho chiesto. Non mi ha risposto. Gliel’ho chiesto di nuovo. Ha sorriso come quando non voleva svelarmi i suoi trucchi. Allora gli ho dato una spinta e l’ho mandato a sbattere contro il bordo della vasca. È caduto, ha picchiato la testa sul rubinetto ed è scoppiato a piangere. Sua madre è accorsa immediatamente. L’ha sollevato e gli ha esaminato la ferita. Quando ci ha chiesto cos’era successo, Amedeo ha tirato su col naso e ha detto di essere scivolato.

In camera non abbiamo parlato di quanto accaduto e abbiamo giocato al Nintendo finché mia madre non è venuta a prendermi. Mentre mi preparavo ho notato sul letto il foulard rosso di Amedeo. L’ho rubato e a casa ho imitato i suoi gesti. Li conoscevo a memoria, ma quel fazzoletto non voleva saperne di sparire, così l’ho fatto a pezzi e l’ho gettato nell’immondizia.

Il giorno dopo ho pranzato da Amedeo e gli ho chiesto di rifarmi il numero del foulard. Volevo vedere che faccia faceva quando scopriva che era sparito per sempre. L’ha cercato per un po’, poi mi ha chiesto: «Hai un fazzoletto di carta?»
L’ho guardato perplesso, ho preso un pacchetto di fazzoletti dallo zaino e ne ho dato uno ad Amedeo. La mano destra ha coperto la sinistra, la sinistra ha coperto la destra, Pim Pam Zam! e il fazzoletto non c’era più. Mi sono sentito uno scemo.
«Dimmi come fai».
Amedeo ha sorriso e non ha risposto.
«Io e te siamo amici, giusto?»
«Sì», ha detto lui.
«Gli amici non hanno segreti».
«I veri maghi non svelano i loro trucchi neanche agli amici».
Ho preso lo zaino e mi sono avvicinato alla porta della stanza. «Non verrò più a trovarti», ho detto e Amedeo mi ha afferrato il braccio. Mi sono voltato e senza pensarci gli ho dato un pugno in un occhio. È caduto a terra.
«È inutile che mi picchi, non te lo dico lo stesso», ha detto.
L’ho rigirato e gli sono montato sopra. «Se non me lo dici ti spacco la testa».
«Anche se te lo dicessi non lo capiresti, sei troppo stupido».
Il vaso magico era accanto al letto. L’ho preso e gliel’ho sbattuto sulla fronte. Su e giù, su e giù. C’era molto sangue e quando ho smesso di accanirmi Amedeo non respirava più. Il taglio più brutto era sulla tempia destra perché il vaso si era scheggiato e la plastica aveva squarciato le venuzze azzurre appena sotto pelle. Anche le labbra erano spaccate: sembrava si fosse sbafato un barattolo di marmellata.
Sua madre ha bussato alla porta. «Ragazzi, di là c’è la crostata».
Non riuscivo a distogliere lo sguardo dalla faccia impiastricciata di Amedeo. «Arriviamo», ho detto.
Sono andato in cucina. Sul tavolo c’erano i piatti con le fette di crostata. Li ho presi e ho detto: «Mangiamo di là».

Tornato in camera ho posato i piatti sulla scrivania e ho mangiato la crostata esaminando la situazione. Non ero agitato. Ho guardato la sveglia sul comodino. Erano le tre. Mia madre sarebbe venuta a prendermi alle sei. Avevo tutto il tempo per… per fare cosa? Resuscitare Amedeo? Gettarlo dalla finestra? Farlo sparire con un gioco di prestigio?
Il baule magico, certo! Lui ci aveva fatto sparire di tutto. L’ho preso e mi sono reso conto che non era abbastanza grande per infilarci il corpo. L’unica era farlo a pezzi. Sono tornato in cucina. Sua madre si era piazzata davanti alla tv in salone, quindi ho potuto avvicinarmi al lavello e prendere il seghetto elettrico, uguale a quello che mia madre usava per affettare il roastbeef. In camera, prima di azionarlo, ho acceso la tv e ho alzato il volume al massimo.

Amedeo era meno tenero del roastbeef e la lama del seghetto ha fatto fatica in diversi punti, mentre un viscido sugo rosso si spandeva sotto di me.
Nel baule magico ho infilato prima il busto, poi tutto il resto. Ho chiuso il coperchio e sono andato in bagno in cerca di un secchio d’acqua e qualche straccio per ripulire lo schifo che avevo combinato.

Alle cinque e mezza la stanza era tornata pulita e alle sei mia madre ha suonato il citofono. Durante il tragitto abbiamo parlato poco e sotto casa mamma ha detto: «Dev’essere successo qualcosa».
«Perché?» ho chiesto. Ho guardato oltre il parabrezza e… Pim Pam Zam! Due macchine della polizia ci aspettavano davanti al cancello d’ingresso.
Aveva ragione Amedeo. Lo scemo ero io, che davanti al baule avevo dimenticato di pronunciare la sua stupida formula magica.

Filippo Santaniello

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