ROCK CRIMINAL #12: LANA TURNER (2/2)

beauty_decay

Serena Mazzini, Beauty decay

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. Lana Turner, seconda e ultima parte (la prima è qui). Fotografia di Serena Mazzini (Beauty decay).

In tribunale Lana Turner non tentennò più. Ogni paura, ogni sentimento, ogni progetto erano spariti. Pianse ma non ebbe incertezze. Nonostante Cohen, con un’occhiata, le avesse fatto capire che non finiva lì. Solo un piccolo mancamento. Sembrava la scena di un film. Meglio de I Peccatori di Peyton. La star, vestita di un elegante tailleur grigio, interrogata dal procuratore distrettuale William J. Pollack e dal suo avvocato, ora difensore della figlia, raccontò per oltre un’ora tutto di quella sera.

Erano circa le 9 e 25 e lei e Stompanato cominciano a litigare, lei vuole andare a uno dei tanti party del post-Oscar, quelli che sembrano ripetersi fino all’edizione successiva, di nuovo senza di lui, lui urla e sembra volerla uccidere. No, peggio: «Ti taglio la tua bella faccia. Non ti chiameranno più. La Metro ti ha già scaricata. Sarai finita. Non ti vorrà più nessuno. Poi vedremo chi si vergognerà», dice avvicinandole un coltello al viso. Così doveva sembrare a Cheryl dietro la porta chiusa a chiave da Stompanato. Non aveva dimenticato quella serata di gala con Bob Hope che faceva lo scemo e David Niven il cascamorto col suo aplomb british. Paperino rideva insieme a Jack Lemmon: ridevano di lui, il Casanova da strapazzo, il patetico sgherro abbronzato del boss ebreo. Il magnaccia. Paperino era piegato in due, mentre James Stewart lanciava un occhiolino complice a Cary Grant. Anna Magnani era imbarazzata per il suo connazionale assente. Lui che poteva diventare un attore dalla carriera più fulminante di quella di Anthony Franciosa, seduto poco più in là col suo bianchissimo sorriso sempre in mostra, aveva un sorriso per chiunque, era invece diventato un gangster da quattro soldi, una marchetta per attrici mature e in declino. Che umiliazione per l’Italia! Solo Federico Fellini l’avrebbe preso in considerazione, per un ruolo grottesco: l’Alberto Lazzari divo della Hollywood mafiosa, un Fernando Rivoli Sceicco Bianco di Cosa Nostra, Johnny Valentine, Fausto Moretti Vitellone malavitoso; rullo di tamburi, è arrivato Stompanato, il gangster più forte del mondo, l’attrazione da fiera. Questo qui è un pezzo di catena dello spessore di mezzo centimetro, di ferro crudo, più forte dell’acciaio. Con la semplice espansione dei muscoli pettorali, ovverosia del petto, io spezzerò il gancio. Per fare questo dovrò gonfiare i polmoni come una camera d’aria, potrebbe rompersi una vena e io sputerei sangue. Fermerò anche una pallottola con i denti. Se c’è qualche persona delicata tra il pubblico è meglio che non guardi. Grazie siore e siori. La marcetta de Il ponte sul fiume Kwai gli girava per le orecchie facendo da sottofondo a quell’assurda serata. Era stonata. La fischiettavano attori e registi come sberleffo rivolto a lui. La fischiettava anche Sessue Hayakawa, con un elegantissimo smoking di taglio italiano a sostituire la divisa del colonnello Saito. Lei continuava a non volerlo al suo fianco nelle occasioni mondane. Avrebbe rincontrato le star che lo avevano deriso. La sua assenza avrebbe rimarcato la propria inadeguatezza a stare tra i ricchi e celebri. Le stelle che brillano di luce propria. Marlon Brando avrebbe conteso la sua donna a Anthony Franciosa. Deborah Kerr e Elizabeth Taylor avrebbero spettegolato di come Lana Turner tradiva Johnny Stompanato, il mafioso.

«Che succede, mamma?» gridò Cheryl.
«Vai via Cheryl. Ora se ne va. Vero che vai via Johnny?» Ma lui non se ne andava e continuava a minacciarla.
«Apri, mamma».
Lei non apriva e ripeteva: «Vai via Cheryl. Se ne sta andando. È tutto finito. Vai via, ti prego, torna nella tua stanza. Sta andando via e noi domani andiamo in spiaggia, ti va?»
Lui la insultava. La spingeva contro il muro.
«Vattene! Vattene Johnny, vattene da casa mia!»
«Apri mamma».
Aprì lui.
«Ma certo, me ne vado», deve aver detto con un sorriso di rancore, dopo aver tolto qualche suo capo d’abbigliamento dall’armadio. Davanti alla porta c’era ancora lei, Cheryl Crane, figlia del secondo marito di Lana Turner, Steve Crane. La ragazzina ormai non sentiva più niente, non si accorgeva di niente, che lui se ne stava andando, che quelle che aveva in mano erano solo delle stampelle con appese delle giacche di alta sartoria, sentiva solamente il desiderio di vedere finire tutto in un attimo: la fine di ogni violenza, di ogni pericolo. Entrò nella camera della villa al 730 North di Bedford Drive e, impugnando un coltello da otto pollici preso in cucina, uccise Johnny Stompanato con un colpo secco che gli perforò l’addome, lacerando un rene e trapassando l’aorta.

Sul momento sembra non sia successo niente. La lama non si è vista. Allora perché Stompanato è a terra? Lana Turner racconta che gli ha sollevato la maglietta dove lui aveva portato la mano e solo allora ha visto il sangue. Poi il coltello nella mano di Cheryl, che non parla. Lascia andare l’arma. Vuole soltanto sentire il profumo della madre. Il profumo della madre è parte di quel momento. Vorrebbe che tutto quel momento fosse assorbito nella fragranza preziosa della madre. Intorno è tutto rosa, il pavimento, il letto, i mobili. Anche il sangue è rosa. Quando la polizia arriva, trova l’avvocato della Turner, Jerry Giesler, già legale di Bugsy Siegel, famoso per aver difeso Errol Flynn da un’accusa di stupro e Charlie Chaplin per un caso di paternità, il regista Busby Berkeley accusato di omicidio di secondo grado per un incidente automobilistico, il produttore Walter Wanger per tentato omicidio, motivi di gelosia, e Marilyn Monroe nel suo divorzio dall’ex campione di baseball dei New York Yankees Joe DiMaggio, ed è lui il primo a parlare con gli agenti. Dice che la signora Turner ha provato a rianimare Stompanato con la respirazione bocca a bocca, ha tamponato la ferita con un asciugamano, e che il medico di famiglia, il dottor McDonald, ha tentato con l’adrenalina in pieno cuore. Tutto inutile. La stanza è stata ripulita e messa in ordine. Il coltello dell’omicidio è nel lavandino del bagno adiacente la camera. È l’unico coltello trovato. Lana si addossa la colpa del delitto, ma dura poco. «Sono stata io», sussurra la ragazza.

Cheryl viene arrestata e tenuta in custodia cautelare presso la Juvenile Hall. “La figlia di Lana Turner uccide l’amante della madre”, intitola il Los Angeles Daily News. La strada di Beverly Hills è piena di reporter. Così l’aula del tribunale di Los Angeles. Il processo è breve. La camera di consiglio dura mezz’ora. Cheryl Christina Crane è assolta perché ha agito per legittima difesa, “obbligata moralmente a difendere sua madre”. Neanche una premiere cinematografica sarebbe potuta andare meglio. «È la prima volta che vedo un uomo morto condannato per il proprio omicidio», disse con sarcasmo Cohen fuori dal tribunale. Farà rubare la corrispondenza d’amore tra il suo Johnny e Lana Turner (ci fu chi sostenne che in realtà ce l’avesse sempre avuta: Stompanato gli girava ogni missiva che lei gli spediva in previsione di un ricatto). Dodici lettere scritte a mano che pubblicherà l’Herald Examiner il giorno del funerale di Stompanato. Lei gli diceva che non poteva stare senza di lui. Lo ripeteva in ogni pagina. In una foto con dedica, ritrovata tra gli effetti di Stompanato, Lana gli scrive: “Per il mio zingaro dalle labbra di zucchero, con tutto il mio amore e tutta l’anima. Per sempre. Tua Zingarella”. «E a un uomo violento che vuoi lasciare, ma che hai paura di farlo, come ripeteva la signora Turner, scrivi certe cose? Ma andiamo!», dichiarava Mickey Cohen. «All’inizio era tutto fiori e galanterie e si faceva chiamare John Steele, non sapevo che fosse un gangster», dirà Lana Turner. A Hollywood molti risero. Lo sapevano tutti che Johnny Stompanato era il tirapiedi di Mickey Cohen. Tutti lo conoscevano come un delinquente di bell’aspetto e brutti modi, con tre matrimoni falliti alle spalle, vari nomi falsi e sei anni meno di Lana Turner. Faceva il gigolò per qualche anziana riccona, Michey Cohen lo usava per infiltrarsi ancora di più nel bel mondo del cinema. Cohen non aveva la bellezza, il fascino e le amicizie di Bugsy Siegel che frequentava Clark Gable, Gary Cooper, Cary Grant, l’amico di gioventù e delle strade newyorkesi George Raft e influenzava le scelte della Metro e della Warner. Party in piscina con la gente più in vista dell’industria del cinema. Basso e tarchiato, più vicino a Edward G. Robinson che a John Garfield o a Robert Taylor, Cohen aveva bisogno di uno scagnozzo che somigliasse all’ex capo del sindacato delle comparse per portare avanti la sua attività di ricattatore.
Hollywood si dibatte nella melma dell’illecito. Qualcuno, anni prima, mise in mezzo Orson Welles e Walt Disney nell’omicidio di Elizabeth Short, trovata il 15 gennaio del 1947 mutilata tra Coliseum Street e la West 39th Street.

«Non uccidermi».
«Allora ridi».

Un sorriso tagliava in due il suo volto: da un orecchio all’altro. Una lacerazione da circo degli orrori, come una versione femminile del Gwynplaine di Victor Hugo con la faccia di Conrad Veidt nel film muto di Paul Leni: la faccia era dell’orrenda bellezza della morte. In quella grottesca risata, l’ultimo viso di Elizabeth Short. Betty Short. Liz Short. La chiamavano la Dalia Nera. Tagliato in due anche il suo corpo: all’altezza dei fianchi. La metà inferiore mostrava oscenamente la vagina spalancata – privata degli organi interni – con le labbra riverse verso l’esterno (allo stesso modo quelle della bocca). Meglio di una pellicola pornografica. Asportate anche le interiora della parte superiore, con i seni bruciacchiati dalle sigarette e mezzi staccati. Una bambola afflosciata con le gambe rotte, svuotata, solo un involucro mutilato come da un bambino che abbia seviziato il suo giocattolo. Non c’era però traccia di sangue sui suoi capelli. Puliti come il resto del corpo, come appena lavati. Topolino è un sadico. Charles Foster Kane uno psicopatico.
L’editore del Los Angeles Times Norman Chandler fu sospettato di essere il mandante dell’omicidio della ventiduenne, che voleva trascinarlo in uno scandalo per il rapporto clandestino che intratteneva con lei, una giovane donna malfamata che girava film porno e si prostituiva aspettando di sfondare a Hollywood, amica e coinquilina, in certe notti di malinconia, in mattini iniziati nel pomeriggio, amante di Marilyn Monroe. «Sposerò il Presidente», le ripeteva Marilyn. «A me piacciono gli uomini in divisa», diceva Elizabeth. «Ma diventerò una star». Marilyn, quando seppe come avevano ritrovato il corpo della sua amica, non pensò che fosse per via di quella scritta maledetta sopra Los Angeles. Ripensò solo ai suoi baci e a quanto le piacevano gli uomini in uniforme.

L’esecutore materiale si disse che fosse Bugsy Siegel. Da giovanissimo Siegel aveva inaugurato la sua carriera giudiziaria con un’accusa di violenza carnale nel Lower East Side. Anche il noto medico George Hodel fu sospettato dell’assassinio della Dalia Nera e accusato d’incesto dalla figlia quindicenne, fu difeso da Jerry Giesler. In due foto, il dottore compare con una ragazza che somiglia alla Short. Hollywood è una fogna con i canali intrecciati tra di loro. L’aroma del profumo più costoso non riesce a nascondere la puzza nauseabonda sotto l’insegna sul Mount Lee amputata delle ultime quattro lettere. Hollywoodland ormai è solo Hollywood, il paesaggio disegnato da un urbanista dalla mente malata dove il riflesso alterato ha sostituito la realtà. Frank Sinatra vinse l’Oscar del 1954 come miglior attore non protagonista per il ruolo del soldato Angelo Maggio di stanza a Pearl Harbor in Da qui all’eternità di Fred Zinnemann: la parte l’aveva ottenuta per intercessione di John Roselli, ex socio al Flamingo di Bugsy Siegel. I ruoli nei film si ripetono. Si inseguono. A Hollywood la cinepresa non stacca mai.

Piano sequenza in un interno. Arredamento essenziale in stile ispanico. Un disco di Frank Sinatra suona sul giradischi. La macchina da presa ferma sul corpo senza vita di Marilyn Monroe riverso nudo sul letto, coperto in parte da un lenzuolo poco pulito. La voce fuori campo spiega che è morta “probabilmente suicida”. “Avvelenamento acuto da sedativi: circa 40 pillole di Nembutal ingerite in combinazione con cloralio idrato”, secondo il coroner dottor Theodore Curphey e il vice coroner dottor Thomas Noguchi. La data è il 5 agosto 1962. L’indirizzo 12305 5th. Helena Drive, Brentwood, Los Angeles, CA. L’ora presunta del decesso, tra le otto e mezza di sera e le tre del mattino – riporta il verbale della polizia. La voce dice anche che l’attrice era tornata da un week end con Frank Sinatra, Sam Giancana e il cognato dei Kennedy, l’attore Peter Lawford, al Cal-Neva Lodge, il complesso alberghiero di Carson City in Nevada di cui Frank Sinatra, Dean Martin e Sammy Davis Jr. sono soci di maggioranza insieme a Giancana e Paul “Skinny” D’Amato sotto la Park Lane Enterprise. Dean Martin si esibì con il suo irresistibile repertorio.
La voce però non dice che nello stomaco dell’attrice non c’erano tracce dei farmaci. Cosa possibile, secondo il dottor Noguchi, quando si è assuefatti ai barbiturici. Verrà poi fuori che al momento della morte aveva una forte irritazione al colon: come se qualcuno le avesse somministrato il Nembutal e il cloralio idrato per via rettale con un clistere. Nessun buco di ago di siringa recente. Lividi sul corpo e sul volto. La voce non dice nemmeno che la casa era stata messa sotto controllo da Jimmy Hoffa e che quella sera sarebbe dovuto andare da lei Bobby Kennedy per dirle di lasciare in pace lui e suo fratello. Anche minacciandola. Non sopportavano più il suo odore.
Temevano quello dello scandalo, se fosse stata resa pubblica quella relazione a tre – magari proprio da lei, ebbra di rancore perché la stavano scaricando. Ridotta a quella bambola da usare e buttare via quale si era sempre sentita. Che probabilmente era sempre stata. Uomini coniugati e troppo importanti per un adulterio con una diva instabile e mezza spostata. Lo storyboard rappresenta il ministro della giustizia seduto sul letto accanto al cadavere della sua amante e intorno la polizia e una folla di fotografi. Si vociferò che l’attrice avesse da poco abortito un bambino che non si sapeva di chi fosse tra i Kennedy e Sinatra. Sarebbe stato facile: lei morta e il procuratore generale e la famiglia Kennedy coinvolti nell’affaire Monroe. La CIA e l’FBI riuscirono a depistare e insabbiare tutto – in attesa di momenti migliori. La voce non rivela neppure che Giancana incaricò Frank Schweihs e Anthony Spilotro, guidati da Roselli, di ucciderla. Questo succede ad avere amicizie potenti e fatali. Amori troppo in alto per non farti rovinare giù. «Sposerò il Presidente».

A “Johnny il bello” un po’ dispiacque di quella triste dipartita. In fondo l’amava ancora. Furono dispiaciuti anche i fratelli Kennedy. Tuttavia se l’erano tolta da dosso. La famiglia americana era salva. Nello script due, qualche personaggio pensa che l’abbiano uccisa proprio loro. Verso mezzanotte e quaranta, l’agente di polizia Lynn Franklin ferma per eccesso di velocità una Mercedes nera sull’Oyimpic Boulevard in direzione ovest, dalle parti di Roxbury Drive. Alla guida c’è Peter Lawford, dietro il procuratore generale. Il poliziotto li lascia andare perché l’attore gli dice che il procuratore ha fretta di lasciare il Beverly Hills Hotel dove è alloggiato per volare a San Francisco. Secondo il rapporto dell’FBI, il ministro della giustizia quel giorno era già nella Bay Area. Secondo la governante della Monroe, Eunice Murray, nel pomeriggio Marilyn aveva litigato con Bob a Helena Drive. Anche dei vicini di casa lo videro arrivare al 12305, insieme al cognato. Dalla residenza della Monroe era sparito ogni elemento che potesse collegarla ai Kennedy, compreso il suo diario dalla copertina rossa.
Il ruolo del buono o del cattivo dipende dalla regia.

C’è sempre una macchina fotografica carica di pellicola e con il flash acceso. Una cinepresa 8 millimetri in funzione. Sbucano alcune fotografie che ritraggono Lana Turner nuda e un filmino di sesso con Stompanato, ma spariscono subito dalla circolazione. Il Fratello di Stompanato, Carmine, prega Cohen di convincere il capo della polizia Anderson e il procuratore distrettuale William B. McKesson, con il suo assistente Manley Bowler, a fare un supplemento d’indagini e a rovinarla. Mickey Cohen ha grossi appoggi presso il Los Angeles Police Department e il Dipartimento di Giustizia e anche lui sospetta che in realtà sia stata l’attrice a uccidere il suo amante, addossando la colpa sulla figlia in quanto minorenne. E non per legittima difesa, ma semplicemente perché era una mangia uomini; il pasto ora sarebbe stato reale. Oppure perché aveva scoperto la trama di un ricatto da parte di quell’uomo violento e bugiardo. O più banalmente per le attenzioni che lui riservava a ogni attrice e attricetta che conosceva. Per l’amore della madre la ragazzina avrebbe detto e taciuto qualunque cosa.

Cohen sostiene di avere altre lettere: stavolta la corrispondenza è tra Stompanato e Cheryl. Lei gli dice che lo ama. Lui le risponde che è il loro tenero segreto. Lana forse aveva svelato la tresca. Quelle lettere però non verranno mai fuori.
«Mamma, stai con me questa sera?»
«Non posso, devo andare a una festa. Ma torno presto».
Ogni volta era così. «Mamma, mi abbracci?» Il suo profumo era tutto quello di cui Cheryl aveva bisogno. Trasferito sulla sua pelle nel modo più avvolgente e che rimanesse più a lungo possibile. Andava a odorare gli abiti di sua madre nell’armadio.
Cohen non riuscì a provare niente, anche perché il suo credito al dipartimento di polizia cominciava a logorarsi. Il filo delle connivenze si spezzò nel 1961 con l’arresto e la condanna a undici anni di reclusione per evasione fiscale da scontarsi nel penitenziario di Alcatraz. Ma ormai il caso Turner-Stompanato, che si era concluso con un risarcimento danni extragiudiziale alla famiglia di Stompanato da parte della Turner, diecimila dollari, una miseria, non gli interessava più. A che sarebbe servito ucciderla. Uscito dal carcere, trovò nell’attrice ed ex coniglietta di Playboy e moglie e musa del regista Russ Meyer Edy Williams il suo breve amore hollywoodiano.
Lana Turner si sposerà altre tre volte. L’ultimo marito, Ronald Pellar, un illusionista e ipnotista noto a Los Angeles con il nome d’arte di Ronald Dante, o Dr. Dante, le sottrarrà circa centomila dollari in soldi e preziosi, prima di abbandonarla.
Cheryl non volle più saperne di Hollywood e degli uomini. Vivrà per sempre a Palm Springs con la sua compagna, la modella Jocelyn “Josh” LeRoy.

Hollywood è stata edificata sulle scenografie in disuso dei film di Mack Sennett. Da una delle lettere alte trenta metri di Hollywoodland, nel 1932 si gettò Peg Entwistle, perché a ventiquattro anni aveva fallito come attrice.

FINE qui la prima parte

Sergio Gilles Lacavalla

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