ROCK CRIMINAL #12: LANA TURNER (1/2)


Rock Criminal
è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. L’abbiamo vista e amata in Vendetta, Dottor Jekyll e Mister Hyde, Passione ardente, Il postino suona sempre due volte, La vedova allegra, I peccatori di Peyton e centinaia di altri film: è Lana Turner. Sergio ci racconta l’Affaire Stompanato, in una puntata stereo divisa in due parti (la seconda lunedì prossimo).
Fotografia di
Serena Mazzini (Exhale).

Gli uomini che dormono appaiono senza colpa. Una sospensione dei delitti sprofondati nei sogni. È agendo in questa tregua che tutto si può annullare. Nessun risveglio. Nessuna possibilità di sognare ancora. Un atto di giustizia. Si tornerà innocenti. Non è dato altro modo, a chi sopravvive, per continuare a sognare. Ogni uomo che dorme custodisce i propri crimini.

Lana Turner avrebbe potuto uccidere il suo quarto marito nel sonno. Ne aveva l’occasione e il motivo. I suoi occhi non l’avrebbero guardata, lasciandole in pace i ricordi. Gli puntò la pistola alla tempia, indugiò a lungo, il tempo di una carriera, la tiepida aria losangelina immutabile quella notte come ogni notte, ma non sparò. Lo lasciò ai suoi sogni: quelli di quando amava una ragazzina e non era un film. Lo scandalo le faceva più paura della prigione e di quell’uomo che aveva violentato la sua bambina fino a farle mettere, una mattina, alcuni punti di sutura sul giovane sesso. «Devi dire che è stata la bicicletta», le raccomandava lui in un sussurro complice. In confidenza: tra un uomo e una donna. «La bicicletta, hai capito?» Lui le diceva anche che una brava signorina deve sapere come ci si comporta con un uomo. Era la sua educazione sentimentale sotto le colline di Hollywood. Un produttore, un divo del cinema, un padre, un patrigno o il vicino di casa famoso. Nel cinema tutto è concesso. Perché niente è mai vero. Ad attirarlo era il suo aspetto da donna fatta e l’odore ancora acerbo, così diverso da quello dolce e floreale di profumo costoso di sua moglie. Quando il profumo di lei, a fine giornata, svaniva, l’odore che le restava tra le gambe sapeva di troppo passato, troppa esperienza, troppe finzioni, troppi uomini. Aroma di fiori marci. Il profumo che avvolgeva Hollywood aveva una nota di fondo che lasciava un tanfo di peccato. Con Johnny Stompanato, però, le cose andarono diversamente. Quando lei chiese il divorzio, Lex Barker non fece storie. Come tutte le star della celluloide era consapevole di come quel materiale di cui sono fatte le vicende cinematografiche prende fuoco: con facilità, accartocciandosi su se stesso. Anche lui temeva la stampa e gli studios. Le ustioni ti rendono un mostro più orribile di quelli interpretati da Lon Chaney. Ma senza pietà. Si potrebbe finire in una sinistra pellicola di Tod Browning per maniaci. Privi di compassione. Tarzan è un violento pedofilo, avrebbero scritto i giornali, lasciandolo affogare nelle sabbie mobili della giungla del pettegolezzo. Jane non gli avrebbe teso la mano. Ma Johnny Stompanato era un gangster, addirittura il guardaspalle di Michey Cohen, boss della mafia di Los Angeles che poteva tutto e tutti poteva tenere in pugno. Se ne fregava dei giornali: Michey Cohen se li sarebbe comprati. Hollywood è sordida. Le sue stelle fasulle proiettano ombre sporche sul cielo di sabbia radioattiva.

Cohen, davanti alla bara aperta di Stompanato esposta nella camera ardente dell’Oakland Cemetery a McHenry County, Woodstock, Illinois, dove Stompanato era nato trentadue anni prima, con la bandiera americana a coprirlo come l’eroe e veterano di guerra qual era, giurò vendetta, chiedendosi se le cose fossero andate davvero come aveva dichiarato la diva alla polizia. Cheryl non poteva dire niente. Con i polsi insanguinati avrebbe rivisto quell’evento nei frammenti di vetro della finestra della sua stanza a Hatford; ed era ancora confuso, un ricordo diviso in mille schegge che non permettevano di ricostruire ciò che le sembrava solo un incubo. Pensava che i vetri l’avrebbero aiutata. Ma quella notte, nella camera al centro di cura per malattie mentali, qualcosa continuava a sfuggirle. Un dettaglio che poteva chiarire tutto. I sedativi che le diedero i medici dopo il tentativo di suicidio non fecero che peggiorare la situazione. Le cancellarono per due settimane gli annebbiati ricordi. Che tornarono sempre allo stesso modo. Senza pace. Mai un’immagine nitida. Anche quando provò una seconda volta a farla finita con quel tormento, scontati undici mesi di riformatorio per piccoli reati, detenzione di stupefacenti e guida in stato di ebbrezza su una veloce macchina in corsa verso i sogni negati, erano lì nel coma da overdose di alcol e pillole. Tutto era rosa. Johnny Stompanato davanti a sé. La madre tra di loro. Tutto rosa e il comodino con sopra un libro di M. E. Chaber, A Lonely Walk. No, quello doveva averlo notato più tardi, quando toglieva l’attenzione dal corpo a terra e fissava il romanzo e la stanza rosa. «Perché a me?» disse Stompanato prima di afflosciarsi al suolo con un respiro. Poi sua madre. «Dio tesoro, che hai fatto». No, questo non l’aveva sentito. Tutto rosa e la scena era sempre quella: Johnny Stompanato che apre la porta della stanza da letto e poi va giù. Intorno è tutto rosa. Il rosa colora anche la luna. Offusca tutto. L’unica cosa reale che avverte è il calore che la avvolse quando sua madre l’abbracciò. Fu in quell’istante che sentì il suo amore. Non soltanto il suo profumo, ma proprio tutto il suo amore di mamma dalla fragranza preziosa. Quel momento era sempre assolutamente vero. Il resto non avrebbe saputo raccontarlo. Al punto che il giudice non ritenne opportuno ascoltarla.

Parlò per lei Lana Turner, che ricordava ogni dettaglio di quel 4 aprile del 1958, era un venerdì santo. Preceduto da un terribile mercoledì 26 marzo: la notte della trentesima edizione dei premi Oscar.
«Aiutami Cheryl. Ho paura di Johnny», aveva detto tempo prima l’attrice alla figlia quattordicenne.
Al ritorno dalla cerimonia all’RKO Pantages Theatre, Johnny Stompanato, che l’aveva seguita in diretta televisiva, gonfio d’invidia, gelosia e rancore per non essere stato invitato dalla sua donna ad accompagnarla, lei che rincasava sconfitta e delusa per aver sperato nella statuetta come miglior attrice protagonista de I peccatori di Peyton, la riempì di botte minacciandola che l’avrebbe uccisa. «Ti vergogni di me, eh? Vuoi mettermi fuori», disse urlando e schiaffeggiandola. «Con Cary Grant ma non con il tuo uomo. Oh certo, lui è famoso, rispettabile, un signore. Mi hai mandato a casa Cheryl prima per tenermi buono. Perché hai visto come mi guarda la tua bambina… Ma io non sono il tuo ex marito, cosa credi?»
«Piantala, sei ubriaco, e mi fai paura».
«Mamma, chiama la polizia!»
«Non è niente tesoro, torna in camera tua, adesso si calma. Vero Johnny che adesso facciamo pace? Eh Johnny? Tu vuoi bene a Cheryl e alla tua dolce Lanita».

Cheryl si masturbò a letto pensando alla sua compagna di classe, quella magra e alta come un’indossatrice, che non parlava mai, forse per l’apparecchio ai denti, e che le piaceva tanto. Le urla diventavano un sottofondo ai suoi sospiri. Le dita nel suo sesso battevano più forte delle mani di Stompanato.
Il giorno successivo, gli occhiali scuri sul volto stanco della madre non erano più per coprire lo sguardo da diva.
«Aiutami Cheryl».

Era già successo. A Londra, sul set del film di Lewis Allen Estasi d’Amore, lui provò a strangolarla. Impazziva di gelosia per il ventisettenne Sean Connery, partner della sua donna nella pellicola. Invidioso della sua carriera d’attrice, avrebbe voluto anche lui essere un attore e baciarla davanti alla camera da presa, il bacio più lungo ed emozionante della storia del cinema. Non era forse migliore di John Garfield? – pace all’anima sua. Più duro e meno insicuro del Frank Chambers de Il postino suona sempre due volte. Un po’ gli somigliava a Garfield. Glielo dicevano in tanti. Ma neanche Michey Cohen gli trovò un ruolo, figuriamoci lei. Un cantante come Mario Lanza. Ci si vedeva in un musical della Metro Goldwyn Mayer. Lei riuscì a chiamare aiuto strillando con quel po’ di respiro che le rimaneva in gola. Il soggiorno inglese di Stompanato, entrato illegalmente nel Regno Unito, finì con gli agenti di Scotland Yard che lo accompagnano all’aeroporto per rimpatriarlo.

Ma ad Acapulco, luogo scelto da Lana per una vacanza con la figlia lontano da quella relazione che era diventata una follia, Stompanato era ancora lì ad attenderla, con il suo miglior sorriso da playboy italiano, i modi galanti e tutta la stampa convocata. Le foto mostrano lei in imbarazzo, lui orgoglioso. Era per tutti il fidanzato ufficiale della bionda diva di Hollywood, figlia di un giocatore d’azzardo ucciso a San Francisco alla fine di una partita a carte nell’oscuro giro del gioco che avrebbe visto Mickey Cohen capo indiscusso dei casinò e delle bische di Las Vegas e Los Angeles in seguito all’omicidio del suo capo Bugsy Siegel, assassinato il 20 giugno del 1947 a colpi di carabina militare Winchester M1 calibro .30 sparati attraverso la portafinestra della villa della sua fidanzata, la pupa dei gangster Virginia Hill, a Beverly Hills. A sud del Sunset Boulevard. Probabilmente su ordine del capo della Famiglia di Los Angeles Jack Dragna e della Commissione. Stava leggendo il Los Angeles Times. Aveva fallito nella gestione del Flamingo Hotel nel deserto del Nevada. Doveva un sacco di soldi a Cosa Nostra che aveva finanziato il progetto, una parte sicuramente se l’era intascata, circa due milioni di dollari affidati a un conto estero della Hill. Cosa Nostra non ammette il fallimento e non sopporta di essere fregata. Virginia Hill morirà suicida per overdose di pillole il 24 marzo del 1966. Il suo corpo verrà trovato in un bosco nei pressi di Koppl, un villaggio vicino a Salisburgo, in Austria. Coperto di neve e con un biglietto a fianco in cui diceva che era stanca di vivere. La mafia ha la memoria lunga.
Ma per qualcuno Benjamin “Bugsy” Siegel fu fatto fuori in un affare di donne.
In hotel, Stompanato, carezzandole il viso con un revolver, avvisò Lana di non allontanarsi più da lui senza il suo permesso.

Il 19 marzo del 1958, all’aeroporto di Los Angeles al ritorno dal Messico, Lana sorride ai fotografi insieme a Cheryl e a Johnny, sembrano una felice famiglia americana dell’alta borghesia. Anche se lei dirà a un giornalista che con Stompanato non c’era nessuna storia d’amore.
Stompanato, letta quella dichiarazione sul giornale, le poggiò la canna della pistola sul cuore. Il seno nella sottoveste di seta ebbe un sussulto.
L’indecisione e il timore di Lana tenevano insieme quella storia balorda. Forse anche l’amore. L’attrazione sessuale per un mascalzone.

Marilyn Monroe era stata l’amante del boss John Roselli, rappresentante della Chicago Outfit a Los Angeles e nel Nevada. A Hollywood nessuno rifiutava un favore A “Johnny il bello”, nemmeno il presidente della Columbia Pictures Harry “King” Cohn, che mise sotto contratto l’attrice. Frank Sinatra chiese all’amico Michey Cohen di tenere Johnny Stompanato lontano dalla sua ex moglie, Ava Gardner, e di dirgli di fare il bravo con la sua ex amante Lana Turner. Lana a volte cercava conforto da lui. Brevi ritorni di flebile fiamma. E non poteva cedere il suo bel delinquente a un’altra divinità. Johnny le girava intorno, faceva la corte all’animale più bello del mondo, come veniva chiamata la Gardner. Era una facile preda. Il matrimonio tra Frank e Ava era stato una lenta agonia segnata dai continui tradimenti di lei e dalla gelosia di lui. Frank tentò il suicidio due volte. Melò, criminalità e divismo. Hollywood è stata fondata dai gangster. Sono loro i veri protagonisti. «A Lana Turner piacciono i banditi», disse Ava Gardner. Il divorzio da Frank Sinatra fu anche per via delle sue frequentazioni mafiose, cementate già nel gennaio del 1947 a Cuba, quando fu portato dall’amico d’infanzia e cognato di Al Capone, Joe Fischetti, a udienza dal “capo dei capi” rifugiato nell’isola caraibica, Lucky Luciano. All’hotel Nacional de Cuba a L’Avana c’era il vertice del crimine organizzato italoamericano col fratello di Fischetti Charlie “Grilletto facile” e i boss Carlos Marcello da New Orleans, Santo Traficante dalla Florida, Tony Accardo da Chicago, Frank Costello, Giuseppe “Il Grosso” Magliolo e Willie Moretti da New York convocati per gli stati maggiori di Cosa Nostra, celati all’FBI sotto i ricevimenti in onore dell’Orgoglio Italiano. Frank Sinatra cantò per loro. Fu una serata memorabile. Sarebbe poi entrato in affari con John Roselli, azionista insieme a Charles “Piccolo” Baron, Meyer Lansky, Joseph “Doc” Stacher, Joe Fusco, del Sands di Las Vegas acquistando alcune quote dell’hotel del quale divenne, una volta che “Jimmy occhi blu” Alo gli regalò altre azioni, il vicepresidente con la Sands Corporation. Aveva ragione Ava. «A te quella gente piace. Sei come loro», gli disse una sera lasciandolo con la sua bottiglia di Jack Daniel’s. Non era forse stato lui a dire che avrebbe preferito essere il capo di Cosa Nostra invece che il presidente degli Stati Uniti?

Comunque c’era già chi ambiva alla guida del Paese. Con l’aiuto di Salvatore “Sam” “Momo” Giancana, il cantante si sarebbe interessato del civico 1600 della Pennsylvania Avenue a Washington D.C. L’8 novembre del 1960 John Fitzgerald Kennedy è eletto trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America. Il 20 gennaio 1961 presta giuramento e occupa lo Studio Ovale. «E così, miei concittadini americani, non chiedete che cosa il vostro paese può fare per voi, chiedete che cosa potete fare voi per il vostro paese». Il 22 novembre 1963 a Dallas Lee Harvey Oswald, un mezzo spostato di New Orleans ex marine, ex operaio in Unione Sovietica, tipografo nella città del Texas, dipendente di una fabbrica di caffè di nuovo a New Orleans e impiegato del Texas Book School Depository ancora a Dallas, con crescenti ambizioni da rivoluzionario castrista, uccide, armato di un fucile Mannlicher Carcano da 10 dollari, JFK. Sarà freddato due giorni dopo dal gestore di night e mafioso Jack Ruby durante il trasferimento dalla stazione di polizia al carcere della Contea. È un copione raffazzonato. La dinamica reale dell’omicidio di JFK non coincide con la ricostruzione del rapporto sul caso della commissione Warren che dava come unico assassino Oswald: c’era almeno un altro cecchino che aveva sparato al Presidente. E questi doveva essere John Roselli. Il tailleur rosa indossato dalla first lady il giorno dell’attentato era una copia Chez Ninon di Chanel. Un abito di scena. Jacqueline Bouvier Kennedy lo esibirà il giorno dell’insediamento del nuovo presidente Lyndon B. Johnson. Macchiato di sangue. Grande trovata, degna del miglior thriller politico. Le immagini di lei che raccoglie i pezzi del cervello di suo marito schizzati sul cofano posteriore della Lincoln Continental 1961 saranno la trasmissione di maggior successo della storia della televisione americana.

Il giardiniere californiano d’origine giordana Sirhan Bishara Sirhan, il 6 giugno del 1968 ucciderà con una calibro .22 il senatore Robert Kennedy, candidato democratico alle presidenziali. I colpi sparati nella cucina dell’Ambassador Hotel di Los Angeles furono tredici. La pistola di Sirhan ne conteneva otto.
I fratelli Kennedy avevano tradito la mafia. Bob le aveva dichiarato guerra come ministro della giustizia sotto l’amministrazione del fratello; di certo avrebbe ripreso le ostilità se fosse stato eletto. Quei voltafaccia non diedero a Cosa Nostra nemmeno l’appoggio promesso per ammazzare Fidel Castro e riprendersi i casinò de L’Avana. La cosa amareggiò anche i Servizi Segreti. Non ci si comporta così con gli amici. Sam Giancana, Santo Traficante e il sindacalista degli autotrasportatori Jimmy Hoffa sembrano i mandanti di entrambi gli assassini.

Sirhan Sirhan si dichiarava antisionista e simpatizzante di Al-Fatah e scrisse nel suo diario che doveva eliminare Bob Kennedy per l’aiuto militare che questi aveva garantito a Israele se fosse entrato alla Casa Bianca. «Ma devo ammettere che non so bene perché ho sparato a Kennedy», dirà in seguito Sirhan. «Anzi, non ricordo di avergli sparato. Proprio non ricordo», lo sguardo assente. MK-Ultra e sceneggiature di Hollywood scritte da agenti della CIA. Una sala da concerti o quella Ovale, una strada da parata, la cucina di un albergo, una camera da letto, un cinema o un’aula di giustizia. È lo show, bellezza.

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Sergio Gilles Lacavalla

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2 thoughts on “ROCK CRIMINAL #12: LANA TURNER (1/2)

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