CASUAL FRIDAY #44: RIBES BIANCO

simmetria (ven)

Serena Mazzini, Simmetria

Casual Friday (qui e su Facebook) è la rubrica di Verde nata per promuovere un nuovo reading code. Ogni settimana un racconto inedito di un autore diverso che cercherà di farvi ridere, divertirvi o semplicemente imbarazzarvi.
Ribes Bianco è l’episodio finale della Trilogia del Ribes di Andrea Frau. È venerdì, rilassati!
Fotografia di
Serena Mazzini (Simmetria).

È agosto e piove. Erika non se l’aspettava, il cappuccio la ripara a malapena. Fuori dal carcere non c’è nemmeno una pensilina sotto la quale ripararsi, il messaggio quale sarebbe? Scoraggiare le visite dei famigliari e degli amici? Erika non crede. Semplicemente non ci hanno pensato, oppure sì, ci hanno pensato, ma ci vuole tempo per i lavori, occorre garantire trasparenza per la gara d’appalto. Lo Stato ci tiene a far le cose in regola. Qua il senso del tempo è diverso. Non scorre lineare ma ristagna torbido, oppure va a ondate violente. Le lancette si squagliano o sono lame di ghigliottina. La fila sotto la pioggia, la perquisizione, lasciare gli oggetti personali, firmare, compilare documenti, il colloquio, il tempo ristagna, poi basta una parola, una notizia, “è nata la figlia di Veronica”, “per un po’ non potrò venire a trovarti”, “se non vuoi che venga dimmelo”, “come ti senti, ma sei sedato? Ti stanno dando psicofarmaci?”, e vieni scagliato dalle onde contro gli scogli.

Per anni Erika andò a trovare il padre in carcere prima di stancarsi. Aveva giurato che non ci avrebbe mai più rimesso piede, ma il padre di Marco, Ribes, le aveva chiesto un incontro. Erika con Marco aveva una relazione di facciata, sapeva che padre e figlio avevano tagliato i rapporti, ma non conosceva i motivi. Marco preferiva evitare l’argomento.
Come mai Ribes le voglia parlare è un mistero. Soprattutto: come fa a sapere di lei?

Ribes è in carcere da due anni, in attesa di giudizio; si è autoaccusato di una serie di crimini e ha denunciato il Catalano che attende il processo da casa.
La ragazza svuota la borsa, sbriga le solite formalità. Non ricordava che gli operatori fossero così distaccati, ma l’ultima volta aveva 15 anni, oggi ne ha 30. Forse ti trattano con più umanità quando sei una ragazzina, o forse dopo una certa età si sta semplicemente più attenti e ci si accorge delle cose.
Finalmente Ribes ed Erika si trovano uno di fronte all’altra. Hanno un’ora di tempo. Ma la staffetta tra il detenuto e l’ospite precedente prende una decina di minuti.
Prendono posto alle due estremità di un tavolaccio stranamente grande. Sarà per evitare i contatti?
La ragazza nota subito una differenza rispetto all’ultima volta, quindici anni prima: niente vetro divisorio. Un’altra cosa che le salta all’occhio è che padre e figlio non si somigliano per niente.
Ribes sembra impaziente, si vede che ha un obiettivo e che ha poco tempo, è contento di vederla, ha la barba fatta di fresco, è un po’ pallido, ma non ha un brutto aspetto. È la prima visita che riceve in due anni.

«Ciao Erika, grazie d’essere venuta. So che tenevi a Marco, non chiedermi come lo so. Ti ho chiamato per un motivo preciso».
«Mi deve dire qualcosa che riguarda Marco?»
«Esatto. Ti ha mai parlato di me?»
«La odiava profondamente».
«Lo so, anch’io. Eravamo legati da un odio profondo. Ne sono orgoglioso. Sempre meglio dei rapporti cortesi e distaccati. La faccio breve: voglio che tu faccia qualcosa per me».
«Perché dovrei? Senta, sono qui solo per Marco».
«Conoscevo tuo padre, sai?»
«Mi spiace per lei, io invece no».
«Era uno dei tanti fascistelli che usavamo come manovalanza, per lavoretti, riscossione, recupero crediti, avvertimenti e qualcosina in più. Poteva morire meglio».
«Ho sofferto di più ieri per una pellicina sull’unghia dell’anulare che per la sua morte. Io e Marco avevamo questo in comune: l’odio per i rispettivi padri».
«Lo so. Per questo vi ho fatto incontrare».
«Sarebbe a dire?»
«Quel giorno al cinema di via Battisti c’ero anch’io. Diciamo che son stato il vostro cupido. Ho solo reso le cose possibili, forzandole un po’…»

Erika si alza di scatto, sembra voglia scagliarsi contro Ribes. Una guardia le intima di restar seduta. Si ricompone. Con tono ferocemente pacato, ma non sadico, Ribes continua:
«Sono stato io che ho preso il suo portafoglio dalla giacca e l’ho messo nella poltroncina vicino a te. Sapevo che lui sarebbe andato via velocemente dopo il film per paura d’esser riconosciuto. Invece tu rimani sempre fino alla fine dei titoli di coda…Prima di diventare famoso anche lui amava restare. Ma stai tranquilla, il resto l’avete fatto tutto da soli. Non potevo esser sicuro che tu l’avresti contattato per restituirglielo. Sarà rimasto sorpreso quando ha saputo che tu non l’avevi mai sentito nominare…»
«Si è divertito? Lo ha fatto per giocare? Come quei soldati che danno una mitragliatrice a una scimmia, così per divertimento? Lo ha visto quel video su youtube? Lo sa come finisce? La scimmia spara contro i soldati e loro smettono di trovarlo divertente».
«Quel video è una bufala, è una campagna pubblicitaria».
«Lo so, ma non pensavo lo sapesse anche lei. Si può dire lo stesso dell’amicizia? Che è una truffa, ci mettiamo a fare debunking all’amicizia adesso?»
«Erika, il mio è stato un regalo. Ve lo meritavate. Ho tenuto la bici per un po’, ma poi l’ho lasciata, avete fatto da soli».
«Al momento non so cosa dire. Non so se incazzarmi di brutto o ringraziarla. Propendo per l’ultima delle due».
«Dovresti ringraziarmi anche per la morte di tuo padre. Sono stato io a ucciderlo. Son sempre stato contro la tortura. Ho ucciso, è vero, ma non l’ho mai fatto per piacere».
«M’interessa relativamente».

A guardar bene Ribes non è poi così calmo, deve far in fretta, suda, gli cadono gocce dalla fronte sul tavolo logoro, la voglia non è un argine sufficiente, solo lui sente il rumore, sincronizzato con quello delle lancette, come la tortura cinese della goccia.

«Ti ho chiamata per un favore».
«Mi devo sdebitare, bene».
«Non vederla così, non sono nelle condizioni di minacciare nessuno. Dovresti andare in un posto, un vecchio casolare abbandonato a Santa Lucia, di fronte ai vecchi tralicci dove trovarono tuo padre. All’interno, sotto al tappeto, alzerai una tegola e troverai una cassetta. Dentro c’è una foto di Marco da bambino e una chiave usb. Portami la chiavetta, non m’interessa come ci riesci. La foto puoi tenertela. Io non mi fido di nessuno, nemmeno del mio avvocato, gli uomini del Catalano sono ovunque, tra la polizia, tra le guardie…
Una guardia interrompe Ribes: «Non bisbigliate! Parlate normalmente. Fate finta che sia un reality show!» Ribes si scusa con un gesto. Erika no.
«Quando son venuta», gli dice, «non sapevo cos’aspettarmi, di lei avevo una brutta opinione. Ma mi sento in debito e voglio aiutarla. Suo figlio è stato il mio più grande amico».

Un mese dopo Ribes riceve il pacco, lo apre, vede la foto di Marco, ma proprio in quell’istante un uomo del Catalano lo sorprende alle spalle, lo immobilizza, gli stringe qualcosa al collo. Ribes sta morendo soffocato senza opporre resistenza, s’abbandona, sorride guardando la foto, pare sereno. La voglia sulla fronte sembra sbiadire. Prima di morire, per la prima volta, nota una somiglianza con il figlio.

Erika suona, il cancello si apre, attraversa il giardino e il Catalano, in accappatoio celeste, l’accoglie sorridente con le braccia spalancate. I due si abbracciano.
«È filato tutto liscio. A questo punto dubito che il processo si svolgerà».
«Sei stata bravissima. Dammi la chiavetta».
«Ribes aveva una concezione di sé troppo alta, ma quando sei solo non puoi permetterti il lusso di fidarti o non fidarti. Almeno ha vissuto degli ultimi momenti piacevoli».
«A me interessa solo che sia morto. Vieni, entra».

Erika prende qualcosa dalla borsa.
La porta si chiude. Si sente uno sparo.

FINE (qui la trilogia completa)

Andrea Frau

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