AURELIO GRIMALDI, TRILOGIA ALDO MORO: UN’ALTRA STORIA

Nel 2004 Aurelio Grimaldi ha tra le mani la prima mastodontica versione (tre lungometraggi) di una serie intitolata informalmente Trilogia Aldo Moro. L’opera è incompleta, non può essere terminata a causa del fallimento della casa di produzione, eppure da subito ne sono riconosciuti il valore e l’importanza all’interno del corpus filmico dei cosiddetti schermi di piombo: Miriam Tola la definisce una “radiografia dell’Italia della lotta armata”, per Christian Uva è “una sofferta e impegnativa opera”, “il contributo più politicamente scorretto” sulla vicenda, giudizio analogo a quello di Alan O’Leary dell’anno dopo.
Soltanto nel 2008, a trenta anni dal rapimento e dall’uccisione di Aldo Moro, il regista potrà rimontare il materiale già girato, riducendo i tre episodi a un unico film che esce in dvd con il titolo di Se sarà luce sarà bellissimo. Ottanta minuti che tentano (secondo noi riuscendoci) di restituire un ritratto politico inedito e veritiero dell’Aldo Moro durante la prigionia, senza concessioni al mito, alla agiografia, alla psicoanalisi.
Quello che segue è il resoconto di una conversazione avuta qualche anno fa con il regista. La rileggiamo oggi, 9 maggio, a trentotto anni di distanza da questa telefonata.
Fotografia di
Serena Mazzini (Her).

1. PROVIAMOCI (ALLA FRANCESCO ROSI)
Nel 1978 ero uno studente universitario al primo anno di Lettere. Nella mia famiglia non si compravano quotidiani ma solo il settimanale «Tempo». Io compravo qualche volta, molto raramente, il «Corriere della Sera», e nel 1976 avevo votato (per la mia prima volta) il Partito Repubblicano di Ugo La Malfa, che ammiravo molto per il suo liberalismo razionalistico-illuminista. Non ero molto impegnato politicamente. Ciò che ricordo con totale precisione è che in quei giorni (marzo-maggio 1978) provai da subito un fastidio profondo verso i telegiornali della Rai che trattavano il rapimento Moro con quei toni retorici, creando un clima di psicodramma nazionale che francamente mi lasciava sgradevolmente perplesso. Ricordo le facce recitatamente afflitte dei conduttori, i bollettini patetici del quotidiano fallimento dello Stato spacciato per attivismo, la censura delle lettere di Moro contro i suoi compari di partito, e il ripetere ossessivamente che erano lettere estorte con la violenza. Nell’accesa disputa di quei giorni, ricordo che anch’io facevo parte del partito della non-trattativa con le BR, e che reagivo con fastidio alle lettere strappa-lacrime di Moro, che pretendeva, in modi umanamente molto ricattatori (pensavo allora), di avere un trattamento di favore da parte dello Stato del quale lui, più che un servitore, era stato un proprietario, in qualità di cosiddetto cavallo di razza della DC.

A quel tempo ero uno studentello che sognava di diventare scrittore e magari regista, ma ritenendo queste aspirazioni solo dei miserabili sogni. Col tempo, quando con un po’ di fortuna sono riuscito a pubblicare dei libri e addirittura fare dei film, l’idea di raccontare il caso Moro divenne un chiodo fisso. Credo sia un’idea che ho sempre portato con me, dal 1978 ad oggi. E questa idea per me non è ancora (follemente) finita. Con il pazzo Leonardo Giuliano, produttore ed amico, ad un certo punto si crearono le condizioni, e mi misi a scrivere la sceneggiatura. Era il 2002. Il mio metodo era il solito (io lo chiamo alla Francesco Rosi): documentazione storica rigorosissima, ma traduzione cinematografica libera. Fare un film significa ricostruire e non documentare: lo storico fa un lavoro, e il cineasta un altro (che nemmeno “lavoro” lo potrei chiamare). Ma i materiali mi crescevano in mano di giorno in giorno. Dissi a Leonardo: «Sarebbe bello fare un dittico». E lui: «Proviamoci». Ma il materiale immenso non entrava nemmeno nel dittico. «Se riesci a ridurre i costi in riprese unificate e veloci, ci proviamo». E ci provammo.

Il progetto risultò infine così diviso:
1° parte: Prigionia di Moro. Il covo. La prigione del popolo. Con brevi inserti dell’esterno.
2° parte: Tre anni dopo: carcerieri di Moro in carcere, con altri terroristi rossi. Alcuni dissociati, alcuni collaboratori di giustizia, altri irriducibili (eticamente, lo ammetto, i miei prediletti). Raccontando la loro esperienza carceraria (interrogatori, processi e torture inclusi), i loro confronti, i loro dubbi, le loro speranze e frustrazioni.
3° parte: Di nuovo i giorni della prigionia di Moro, ma vista totalmente dall’esterno: una professoressa incarcerata e sospesa dall’insegnamento per aver dichiarato in un’assemblea scolastica: «Né con lo Stato né con le BR». Sindacalisti CGIL espulsi dal sindacato per aver preso le distanze da Luciano Lama e dal suo attacco violento alle BR. Un ragazzo dell’estrema sinistra arrestato come presunto membro del commando brigatista di via Fani: torturato. La famiglia Moro nella sua mesta quotidianità.
Il tutto con brevi inserimenti del carcere del popolo di Moro.

2. QUESTI INATTESI DUELLANTI
Credo di essere uno spirito militante ma insieme razionalista. Credo ciecamente nello Stato di Diritto, sono stato insegnante per dodici anni, ho lavorato al carcere minorile di Palermo, alla rieducazione Minorile femminile, a corsi per adulti analfabeti, in istituzioni chiuse per ragazzi e ragazze. E sono stato felice di aver potuto rappresentare lo Stato di Diritto sul versante sociale. Il caso Moro racchiude troppi elementi politici e ideali per non farmi sognare di raccontarlo anche da questo punto di vista. Trovo ripugnante che lo Stato, in qualunque circostanza, anche drammatica, possa derogare dalle proprie leggi civili ed etiche, per esempio torturando i criminali o trattandoli con disumanità. Trovo storicamente assurdo affermare che Aldo Moro fu un martire dello Stato di Diritto. In lingua italiana, il martire è colui che sfida la morte per un suo ideale, ben disposto a perderla. Aldo Moro, dimostrando inaspettatamente un’umanità fiacca ma immensa, ma anche un senso dello stato molto personalistico, fu in verità l’antitesi del martire. Trovo storicamente indegno dimenticare che Aldo Moro fu un cavallo di razza della DC, gestendo come capo del governo, ministro, segretario della DC, un potere illimitato, e gestendolo assai male, meritandosi il nomignolo di Dottor Divago. Ho molto rispetto, e una sorta di ammirazione etica molto viva, per chiunque sia disposto, per dirla con De Andrè, “a morire per delle idee” anche quando, come nel caso delle BR, sono lontanissime da me.

Dal punto di vista etico e civile, il coraggio ideale dei brigatisti era esponenzialmente maggiore di quello di Aldo Moro, e questo mi colpisce molto; e mi mette in qualche modo in difficoltà. Non ho simpatia intellettuale né per Moro (democristiano conservatore, mediocrissimo governante, molto impegnato a eternizzare il potere del suo partito) né per le BR, col loro progetto farneticante ma tragicamente sanguinario di rivoluzione pseudo-proletaria. Ma sono immensamente attratto dall’umanità di entrambi: di un Moro che di fronte al rischio di morire per lo Stato di Diritto si tira indietro spiegando, accoratamente, che “tiene famiglia”, scrivendo lettere così sofferte e vere da essere entrate a far parte, ormai, sia della storia nazionale che della letteratura italiana; e di brigatisti disposti a rinunciare alle loro famiglie, ai loro affetti, ai loro amori e alla sessualità, per non parlare della vita e della libertà, sognando di realizzare un mondo più giusto. Da tutto questo nasce il desiderio di mettere ordine a tanta umanità, cercando di unificare il dato storico-politico con quello emotivo, che riguarda i sentimenti, di questi inattesi duellanti.

Spero vanitosamente che sia giusto dire, come fai tu, che il “mio” non è l’Aldo Moro santificato da destra e sinistra. Le santificazioni umiliano chi le fa, ma soprattutto chi le riceve. Il Moro santificato è talmente finto da oscurare anche i lati positivi, che credo nel mio film non siano stati affatto elusi, della sua personalità storica e umana.

Ho ricostruito l’ambiente e la realtà brigatista con i pochi mezzi di cui disponevo, e sentendomi libero di operare una ricostruzione fisica che fosse funzionale alla mia storia, considerando francamente inutile cercare la filologia dell’appartamento e della mobilia del covo. Rispetto ai personaggi, mi sono totalmente liberato della realtà storica esteriore. I “miei” brigatisti sono concretamente diversi, per ruolo e organizzazione, da quelli veri del caso Moro. Io, ovviamente, andavo alla ricerca della loro ideologia e della umanità interiore, non di una concretezza storica nella fisicità esterna.

3. AL LIMITE DELLE DITTATURE SUDAMERICANE (LA PROFESSORESSA STORAGLIA)
Sono d’accordo con te quando dici che uno degli episodi più sconcertanti del film è quello della professoressa Storaglia (intensamente interpretata da Lalla Esposito), arrestata, messa in isolamento in carcere duro, umiliata e vessata dalla polizia e in fine sospesa dall’insegnamento semplicemente per aver espresso un giudizio politico sulla DC, durante una libera assemblea di studentesse e studenti, nel marzo 1978. Qui torna il mio spirito di cittadino che pretende che lo Stato di Diritto funzioni e rispetti le proprie leggi. Quando lessi di questo autentico caso mi vennero i brividi, e la mia ribellione interiore fu assoluta. La storia era accaduta veramente. La professoressa fu infine reintegrata nell’insegnamento, ma dopo una via crucis terrificante, che testimonia – insieme al caso del giovane estremista ritenuto a lungo un membro del commando di via Fani – come la risposta dello Stato fu genericamente confusa, goffa, velleitaria, ma tragicamente violenta e illegale, al limite delle dittature sudamericane. Nel 1978 ero troppo giovane e inconsapevole per sentire anche questo aspetto.

4. IL FINALE: 1000 A 1
Ammetto che nel film ho cercato di mettere tutto, forse troppo: da qui il bisogno un po’ puerile di una trilogia. Se avessi potuto, avrei voluto mettere ancora più numerose testimonianze (oltre a quella di Luca Moro, interpretato da un attore, e insieme alla evocazione di Fausto Tinelli e Iaio Iannucci) di oscuri cittadini travolti dalla storia di quei terribili giorni. È terribile che lo spazio dato a Moro, anche alla memoria pubblica, è 1000 a 1 rispetto ai componenti della sua scorta, loro sì, in qualche modo, martiri dello Stato. So bene che la Storia è terribilmente “meritocratica”, e non può indulgere a sentimenti populistici né etici. Ma tenendo conto, come dicevo, che storici e registi fanno lavori completamente diversi, nel mio film ho cercato di riequilibrare un pochino questo rapporto: un pochino pochino; meglio che niente.

I video d’archivio costavano troppo, ma francamente non ne sentivo il bisogno: sono materiali in qualche modo consumati dalla Tv e dalla Storia, e quindi poco espressivi cinematograficamente. Come l’indimenticabile Rosaria Schifani, giovane moglie di Vito uomo della scorta di Falcone: persino l’ottimo Paolo Sorrentino l’ha inserita ne Il divo, a mio avviso sbagliando, perché è un dato storico che ormai non può aggiungere espressivamente nulla ad una ricostruzione cinematografica di quegli anni.
Le ricostruzioni di Beppe Ferrara le trovo oneste ma esteticamente incompiute. Martinelli mi pare totalmente disinteressato sia all’etica che all’estetica. Lo dico senza alcuno spirito polemico. Nel suo film, il vero Moro non esiste. È solo lo spunto per un fantasioso thriller in spirito spettacolar-hollywoodiano. Almeno questa è la mia discutibile convinzione.

Per quanto riguarda il ruolo del cinema, posso dirti che ammiro moltissimo Francesco Rosi, e non per niente i miei tre suoi film prediletti sono Salvatore Giuliano, Le mani sulla città, Il caso Mattei. Si tratta di un cinema che entra in personaggi e situazioni storiche mescolando ricostruzione documentata con interpretazione umana dei protagonisti. Nel mio film Nerolio ho affrontato Pasolini, e la sua morte, al di fuori di altre sistematiche e risibili santificazioni. Ho cercato per anni di realizzare L’onorevole Di Salvo, e dopo tante battaglie ero riuscito ad ottenere un piccolo finanziamento governativo, ma fui bloccato dall’allora imputato Calogero Mannino: era un film che raccontava di lui, della DC siciliana di Lima, di Ciancimino.
Adesso sto lavorando a una sceneggiatura su Mauro Rostagno dove il nome di Bettino Craxi, altro personaggio chiave della nostra storia, ricorre spessissimo; e dove torna la questione del morire per delle idee. Ma per me è sempre più difficile realizzare i miei progetti: sono finito da anni in un limbo dal quale è davvero difficile trovare spazi; peggio per me. Ma io ci proverò sempre.

5. TRE, UNO, DUE (SE SARÀ LUCE SARÀ BELLISSIMO)
Nel 2008 il mio amico produttore Leonardo Giuliano era definitivamente scivolato nella crisi e nel fallimento delle sue aziende. Non c’era alcuna possibilità di concludere il progetto con lui. Michele Lo Foco, che lavora anche nella distribuzione homevideo, propose di riaprire il vecchio Avid coi montaggi incompiuti della Trilogia (avevamo girato circa l’80% del totale, ma con buchi in ciascuno delle tre parti) e di fare un ri-montaggio dei materiali esistenti per avere intanto un film unitario da distribuire in dvd. Ne è uscito un’unione della prima e della terza parte, l’interno e l’esterno dei giorni della prigionia di Moro. È un montato che corrisponde al 90% del mio progetto iniziale, ma se avessi i mezzi, e ne basterebbero molto pochi, girerei quei 10 minuti che mancano e ovviamente mixerei bene il sonoro, e il direttore della fotografia lavorerebbe sulla pellicola e non su una qualità Avid a bassa qualità. Il livello fotografico sarebbe tutta un’altra cosa!

Per finire il secondo film occorrono forse 30.000 €. Prima o poi credo e spero di trovarli. Amando i numeri, mi dico: al 30% riuscirò a finire il mio secondo film entro dieci anni! Una volta finito, il massimo che si può immaginare è una distribuzione in dvd. La Trilogia originaria vorrei che rimanesse un dittico, con Se sarà luce integrato da qualcosa che manca e che vorrei inserire (e soprattutto missato e ben stampato nella sua fotografia originale) e il secondo film, che corrisponderebbe perfettamente al “vecchio” secondo tomo: compiutamente (dovrei girare solo scene in un vero carcere, per ora abbiamo solo le scene in cella, in sala interrogatori, in processi: è il 90% del film).

Vorrei solo dire che pur convinto che questo mio progetto meritava maggiore attenzione, mi prendo anche le mie responsabilità: esagerando nel politicamente non-corretto, e alzando esageratamente l’asticella con addirittura una trilogia, si pagano meritati prezzi. Ma, come ripeto da sempre, nessun medico ha prescritto che bisogna fare dei film. Io ci provo, ci proverò sempre, ma sentendolo, innanzitutto, come un privilegio: anche quando gli ostacoli risultano insuperabili.

Aurelio Grimaldi

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