CASUAL FRIDAY #43: NERO

Casual Friday (qui e su Facebook) DOVREBBE ESSERE la rubrica di Verde nata per promuovere un nuovo reading code. Ogni settimana un racconto inedito di un autore diverso DOVREBBE CERCARE di farvi ridere, divertirvi o semplicemente imbarazzarvi.
Oggi
Paolo Gamerro propone Nero. La fotografia è di Serena Mazzini (10_10). È venerdì, ma questo non è un Casual, quindi puoi anche fare a meno di rilassarti.

Sto per morire. Sotto casa, ogni mattina, vedo un uomo lungo e nero, con la faccia nera e un cappello nero, tiene in mano un orologio e mi guarda. Quando rientro dopo il lavoro è ancora lì che mi aspetta, l’uomo lungo e nero, con la faccia nera e il cappello nero, se ne sta vicino a una piccola roulotte e tira fuori l’orologio, ha una ghigna sulla faccia nera e mi saluta con la mano, mi ricorda che manca poco.

L’uomo nero lo posso vedere solamente io. Non ne ho parlato né con la mia famiglia né con i miei amici, nemmeno i miei genitori sanno della sua esistenza. L’uomo nero ha una bocca distorta dalla quale proviene un suono sinistro e lugubre, le labbra sono carnose e bianche e talvolta sembra che mi sorrida e faccia versi. Alcune notti, quando mi riesce difficile prendere sonno, guardo fuori dalla finestra e lo trovo lì, in strada, vicino alla sua roulotte, mi guarda negli occhi e distorce la bocca, mi sta aspettando, sto per morire, mi mostra l’orologio, il tempo stringe, il tempo stringe!
Sembra ridacchiare, dalle sue fauci deformate passa il suono mortuario che mi assorda. Poi mi riaddormento, mi sveglio, mi lavo la faccia e me lo ritrovo sotto casa, esattamente dove era la notte precedente, e dove è sempre e sempre sarà finché non mi porterà via.

Ho paura di avere un brutto male e vado dal dottore. Il dottore ha uno studio bislungo e grigio e ipossico, e il suo camice è bianco sporco, come la carta da parati sui muri. Il dottore è magro e puzza e ha la faccia giallino itterizia, mi fa sedere su una vecchia poltrona, mi controlla le orecchie, mi guarda negli occhi, spegne la luce e mi mostra diapositive nelle quali vedo omini idrocefali e deformi, inchiodati a croci o legati barbaramente su sedie di ferro, imbavagliati, sofferenti, per via del liquido che viene iniettato loro nella testa, attraverso il cuoio capelluto, un liquido che genera visioni di violenza, e questi omini urlano, ma non c’è il sonoro e vedo soltanto la loro faccia straziata dalla paura e la bocca distorta, gli occhi sbarrati, ululano dolore.

Mi stendo sul lettino, faccio respiri profondi e l’aria è gelata e qui tutto è umido, il neon della luce mi provoca emicrania, parlo al dottore dell’uomo nero sotto casa mia, sta diventando una ossessione, al dottore posso confessare la mia ossessione, l’ossessione che mi divora, il dottore mi ascolta comprensivo e mi prescrive il farmaco che recupero in farmacia, dopo la visita nel suo studio sudicio e bislungo, il farmaco si trova in un pacchetto di cartone bianco, sto per tornare a casa ed eccolo lì! L’uomo nero, che mi aspetta con la bocca distorta e le labbra carnose e bianche, alto e magro, con questa ghigna terribile, il tempo stringe, il tempo stringe!

Non ne parlo con mia moglie che dorme serena di fianco a me e nemmeno con i miei bambini immersi nei sogni, nelle loro culle. L’uomo nero è una cosa mia, come il farmaco che prendo prima di coricarmi. Il farmaco, le pastiglie che fanno dormire fino a mattina, quando sotto la pioggia, inzuppato fradicio, l’uomo nero mi osserva uscire di casa e prendere la macchina per andare al lavoro, nello specchietto retrovisore vedo la sua sagoma farsi sempre più piccola ma senza sparire mai, non serve accelerare perché lui rimane lì fermo, mi aspetta!

Sento un carillon che suona una musica nera, una notte terrificante, sono costretto ad alzarmi e a uscire dalla casa dove nelle culle dormono i bambini, in strada vedo l’uomo nero, più lungo e del solito, avvolto nel mantello scuro, non ha più l’orologio con sé, danza in modo sinistro, mi invita ad avvicinarmi, più vicino, sempre più vicino alla sua roulotte funeraria, sulla quale mi fa salire e io rimango incastrato dentro, e il dottore con la faccia giallino itterizia mi lega a una poltrona lercia sulla quale sono costretto, mi inietta del liquido nella testa, e la musica nera del carillon mi stordisce, facendo girare la stanza, o forse è un corridoio bislungo e bianco sporco, nel quale cammino lentamente perché le mie gambe sono molli, e la vista è obnubilata dalle immagini orrende che mi traforano gli occhi e di colpo vomito, un vomito cremoso, a fiotti, vomito con intestino e stomaco orribilmente contorti, l’uomo nero ridacchia torvo e chiude le porte della sua roulotte bianchiccia, che mi porta a morire via.

Paolo Gamerro

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