L’ANNO DELLA PANTERA – FIORI D’INVERNO

Riccardo Crespi nasce il 17 luglio del 1982 a Busto Arsizio, in provincia di Varese. Dopo avere frequentato il corso di laurea di Scienze Dei Beni Culturali alla Statale di Milano, scrive sceneggiature per cortometraggi realizzati da 78 Productions e Joey Films, sceneggiature per lungometraggi selezionate per il B.A.F.F., recensioni per siti web, comunicati stampa per locali ed eventi dell’Altomilanese e testi in lingua inglese e italiana per musica sia indipendente che edita dalla londinese Futurenoise.
Fiori D’Inverno, volume iniziale della trilogia L’Anno Della Pantera, è il suo primo romanzo. Ne leggiamo un estratto.
Fotografia di Serena Mazzini (Home).

Ieri.
Il Gravilen, un semplice e diffuso farmaco ideato per le donne in stato di gravidanza, è destinato ad avere inaspettate e drammatiche conseguenze che scuoteranno la società umana dalle fondamenta, costringendola a guardare se stessa con occhi nuovi.
Oggi.
Blackburgh è una metropoli spaccata in due. Gli umani vivono la propria vita all’insegna del benessere e dei privilegi sociali, mentre dietro una cortina di intolleranza, nel ghetto noto come Subtown, vive una parte dei figli del Gravilen: belve antropomorfe chiamate da tutti semplicemente “fiere”, creature senzienti dall’aspetto animalesco, menti umane in corpi ferini che rappresentano il gradino più basso della scala sociale. Quando alle fiere vengono aperte le porte del corpo di polizia cittadino, il giovane Alexander Bannon, dall’aspetto di pantera nera, si arruola con il semplice intento di trovare finalmente un impiego stabile. Ma l’impatto con la realtà di Blackburgh è squassante: faccendieri politici, ufficiali violenti e razzisti, fabbricanti d’armi che si muovono nell’ombra, terroristi ferocemente contrari a qualunque integrazione. Alex si renderà ben presto conto che quanto si para davanti ai suoi occhi è soltanto la punta di un iceberg, l’occhio di un ciclone che nemmeno la presenza di Jean Louise Maycomb, leader pacifica del popolo delle fiere, sembra poter fermare.

22 maggio 1955
La donna piangeva come una disperata. Il dolore era insopportabile. Sentiva mancarsi il fiato, non riusciva a replicare nulla di quello che da nove mesi a quella parte si era ripromessa di fare. Non riusciva ad accompagnare fuori il bambino, i suoi muscoli non si coordinavano.
«Cerchi di respirare lentamente, Lorna» la incoraggiò l’ostetrica. «Si concentri sul respiro. Apra bene la bocca e lasciscorrere l’aria dentro e fuori, cerchi di sentirla mentre le sale e le scende dalla gola.»
La donna provò a calmarsi e a concentrarsi. I dolori erano insopportabili, il piccolo corpicino che aveva all’interno continuava a spingere verso il basso. Il medico accovacciato dinanzi a lei sollevò la testa per guardarla in viso.
«Ci siamo quasi, signora» le annunciò. «Abbia ancora un po’ pazienza e tra poco sarà tutto finito.»
«Tra poco potrà abbracciare il suo bambino» disse l’ostetrica.
Lorna accennò un soffertissimo sorriso. Stava patendo le pene dell’inferno, ma il meraviglioso pensiero che il suo piccolo stava finalmente per venire al mondo proprio in quegli istanti le diede la forza di resistere ancora per un po’. Cercò di accompagnare la sua spinta verso l’esterno con i suoi muscoli e sentì che il bambino stava cominciando ad uscire.
«Si inizia a vedere la testa, signora» disse il medico. «Ha già un po’ di capelli.»
La donna scoppiò in una risata di gioia, per quanto le permettevano i dolori lancinanti. Poi udì il dottore precisare: «…Un sacco di capelli.»

L’ostetrica si strinse accanto al medico. Lorna la vide avvicinare il viso in direzione del bambino, come per guardarlo meglio. Il dottore, che aveva le mani protese verso il piccolo, ebbe dapprima un momento d’esitazione, dopodiché parve congelarsi. L’ostetrica socchiuse gli occhi, come per guardare meglio. Poi, quando si rese conto di cosa stava vedendo, le si schiuse la bocca e le labbra le tremarono.
«Cosa c’è?» chiese la donna, impaurita e prostrata dallo sforzo. «Che sta succedendo?»
Nessuno rispose. Sentì che il medico stava accompagnando il piccolo fuori dal suo corpo. La mascherina gli copriva buona parte della faccia, ma gli occhi erano spalancati e sbarrati: avevano dipinto lo sguardo che compare una sola volta nella vita, quando vedi quella precisa cosa che caratterizzerà la tua esistenza e che racconterai più volte ai tuoi figli, ai tuoi nipoti, ai giornalisti.
L’ostetrica si mise una mano sulla fronte. «Oh mio dio» sussurrò. «Mio dio.»

Lorna fu presa dal panico. «Che cosa sta succedendo?!» gridò a pieni polmoni.
Il bambino uscì del tutto dal corpo della donna. Il medico se lo ritrovò tra le braccia. Lo fissò impietrito, con le mani che tremavano.
«Che cos’ha?» domandò la madre implorante. «Vi prego, ditemi che cos’ha il mio bambino!»
Sia il medico che l’ostetrica erano una maschera di orrore. “È morto”, pensò Lorna, “è morto. Il mio bambino è nato morto”.
Vide il medico muoversi in maniera estremamente impacciata. Sembrava stesse maneggiando un oggetto sconosciuto del quale si ignora la funzione e che si teme di rompere. Sollevando una mano, guardò interrogativamente l’ostetrica, che alzò lentamente le spalle non sapendo cosa rispondere. Con poca sicurezza, la mano calò sul corpicino colpendolo sul sedere ed il piccolo cominciò a piangere.
Quel suono ridiede speranza alla madre. “Allora è vivo”, pensò. “È vivo”.
…Ma allora che cosa stava andando storto?

L’ostetrica afferrò le forbici con mano tremante e le passò al medico, che non si curò di lei. Aveva gli occhi inchiodati sul neonato che stava tenendo in braccio.
«Dottore…» bisbigliò. Il medico si voltò verso di lei e vide le forbici protese verso di lui.
«Oh, certo» disse. Prese l’attrezzo dalle mani dell’ostetrica e con mano malferma recise il cordone ombelicale al piccolo.
«Signora, il bambino è…» tentennò l’ostetrica. «Sembra…» Le parole le si spezzavano in gola.
Il medico la interruppe. «Ha bisogno di esami urgentissimi» dichiarò cercando di mantenere un tono calmo, ma una grave preoccupazione traspariva inesorabile. «E anche lei.»
«Fatemelo vedere» implorò la madre. «Fatemelo abbracciare» singhiozzò.
«È meglio di no, signora, dobbiamo portarlo subito a fare degli accertamenti. È… davvero molto importante.»
«Ma è…» la madre non seppe come continuare la propria frase. Aveva troppa paura di pensare a quale grave problema potesse avere il suo bambino. Il sogno della sua vita si stava trasformando in un incubo ad occhi aperti. «È… normale?» chiese con un filo di voce.
Medico ed ostetrica si scambiarono un’altra occhiata. L’ostetrica prese fiato, ma non riuscì a pronunciare una parola.
«…Temo di no, signora» rispose il medico prendendo la parola. «Anche se sembra sano.»
Alzandosi, il medico diede le spalle a Lorna facendo attenzione a non mostrarle il neonato. «Continua tu, qui» disse all’ostetrica. E aggiunse: «Ti mando un’infermiera. Coprilo con asciugamano.»
L’ostetrica annuì. Si guardò intorno, individuò un panno grande a sufficienza e lo afferrò, dopodiché lo stese sul bambino.
«Mostratemelo, vi prego» gemette Lorna, esausta.
«Non adesso, signora.»
«Voglio il mio bambino!!» strillò piangendo istericamente la madre, cercando goffamente di alzarsi dal lettino. L’ostetrica intervenne prontamente, facendola reclinare sullo schienale.
«Appena capiremo esattamente che cos’ha lo potrà vedere, Lorna» le disse. «Ma adesso resti calma, la prego. Lo so che non è facile, ma ci provi. Si faccia coraggio.»

Il panno che copriva il piccolo si muoveva leggermente mentre lui, al di sotto, muoveva lentamente le braccia. Quando il medico lo portò con passo rapido fuori della sala parto stava ormai smettendo di piangere.

16 giugno 1955
La sala riunioni della Stanton Farmaceutici era insolitamente vuota. Soltanto tre persone la stavano occupando: Stanton, Kurumada e il legale Meyers.
L’avvocato era l’unico ad essere rimasto ancora composto come quando era arrivato. Sull’enorme tavolo allungato giaceva la sua ventiquattrore aperta, ed intorno ad essa centinaia di fogli battuti a macchina, alcuni composti a mucchietti, altri sparsi alla rinfusa sulla superficie laccata. Soltanto le sue occhiaie lasciavano trasparire la fatica di essere ancora sveglio alle tre del mattino. Al lato opposto del tavolo, di fronte a lui, stava Kurumada. Aveva aperto i primi due bottoni della camicia e si era tolto dal collo il farfallino, che aveva posto sul tavolo, accanto a sé. Anch’egli aveva lo sguardo molto stanco e provato dall’ora tarda; la preoccupazione e la stanchezza fisica stava logorando la resistenza di tutti.

Al contrario di Kurumada e Meyers, Stanton non riusciva a restare fermo. Continuava a camminare avanti e indietro, compiendo piccoli percorsi per poi tornare sui suoi passi e ricominciare ancora, di nuovo, senza sosta. Anche lui come Kurumada aveva aperto i primi bottoni della camicia, e si era slacciato l’elegante cravatta che ora gli pendeva dai lati del collo come una stola di volpe. Si era arrotolato le maniche della camicia fino al gomito e continuava a fumare una sigaretta dopo l’altra, rendendo l’aria irrespirabile.

«Dunque, Meyers» disse soffiando il fumo fuori della bocca, «in quanti paesi stiamo vendendo il Gravilen?»
L’avvocato scartabellò i fogli che aveva davanti. «Una sessantina, se non ricordo male.» Fermò la sua attenzione su un foglio che gli capitò in mano. Gli fece scorrere sopra gli occhi. «…Settantaquattro paesi, in tutti i continenti.»
Stanton annuì. «Mmm. Quanti nomi commerciali, tra licenze concesse a terzi e non?»
«Dodici, divisi tra Africa e Asia. Abbiamo mantenuto il nome Gravilen in tutti gli stati concessionari d’Europa, America e Oceania.»
«Commercialmente è un sogno» disse Kurumada con una punta di amarezza.
«Già…» rispose Stanton.
«Le vendite sono state ottime in Europa e in America» proseguì Meyers. «Discrete in Asia e Oceania, scarse in Africa. Con tutti i pagamenti e le raccomandazioni che abbiamo fatto siamo riusciti a farlo diventare uno standard non ufficiale in parecchie delle zone coperte.»
«Ci è costato una fortuna. Anzi, di più ancora.»
«Ma stava ripagando, e molto bene. La diffusione del farmaco è stata capillare fin da subito, e le vendite… be’, un sogno, come diceva Kurumada.»
«Un sogno» ripeté Stanton pensosamente.
«I dati dei primi sei mesi parlano chiaro.»
«Credo che sia la prima volta nella storia che una notizia del genere non è una buona notizia.»
«Andiamoci piano» intervenne Kurumada. «In fondo non è stato ancora provato niente in maniera ufficiale. E comunque vada, ci vorranno degli anni prima che possano rifarsi su di noi direttamente.»
Stanton spense la sigaretta nel posacenere strabordante di mozziconi. «L’assunzione di Gravilen è l’unico elemento comune che hanno tutte quelle donne. Non sarà necessario provare alcunché per poterci danneggiare in maniera irreparabile. Ma che dico, danneggiare… La parola giusta è distruggere
«In condizioni normali non potrebbero portarci in tribunale dalla sera alla mattina» disse Meyers scuotendo la testa, «anche se il Gravilen fosse l’unico elemento comune. Ora, però, l’opinione pubblica è sconvolta, e non solo a livello nazionale ma mondiale. E queste cose mettono pressa anche alla legge.»
«Bloccheranno la vendita del farmaco tra pochissimo. Mi stupisce che non l’abbiano ancora fatto. E anche se non lo dovessero bloccare saranno i consumatori a non volerlo più vedere neanche sui cartelloni.»
«A questo» obiettò Meyers «possiamo provare ad opporre tutti i test effettuati da Kurumada durante la lavorazione del farmaco. Forse non servirà ad evitare il ritiro del Gravilen dalla circolazione, ma potrebbe rallentarlo e darci del tempo in più.»
Il medico giapponese annuì. «In fondo abbiamo pur sempre tre anni di prove su animali da esibire. E il farmaco si è dimostrato innocuo anche sugli animali gravidi.»

Stanton alzò la testa verso il soffitto. Chiuse gli occhi. «D’accordo» sussurrò a denti stretti. Poi, il suo tono si fece più aggressivo. «E allora qualcuno vorrebbe cortesemente spiegarmi come cazzo è possibile che le nostre donne stiano partorendo quelle cose?!»

CONTINUA qui

Riccardo Crespi

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