VIOLAZIONE

Movimento (Serena Doe)

Serena Mazzini, Movimento

Martin Hofer, nato nel novembre 1986 a Firenze, vive da qualche anno a Torino. È stato finalista a Esor-dire 2012, semifinalista a 8×8, un concorso dove si sente la voce e ha pubblicato alcuni racconti su Colla e Cadillac Magazine. Per Laurana Editore ha pubblicato una guida, Torino (quasi) gratis. Lavora come ufficio stampa per una casa editrice di Milano. Insieme a Bernardo Anichini ha fondato e dirige dal 2013 L’Inquieto, quadrimestrale di racconti illustrati.
Con Violazione è per la prima volta su Verde.
Fotografia di Serena Mazzini (Movimento).

Qualcuno ha vomitato nel bidet. È una frattaglia umida e marroncina, attorcigliata giù, lungo lo scarico. Se lascia scorrere l’acqua, i pezzi più grossi gorgogliano in mulinelli impazziti, poi tornano a depositarsi sul fondo.
Osserva il bagno. Le ante degli armadietti aperti, i medicinali contro il bruciore di stomaco sparpagliati sul pavimento, un rotolo di carta igienica doppio strato nella vasca.
Con il piede nudo urta un cucchiaio annerito. Lo calcia sotto un mobile senza farci caso. Non presta particolare attenzione ai singoli oggetti, sono troppi e disordinati. È più che altro l’effetto d’insieme, la scena che boccheggia afona davanti ai suoi occhi a lasciarlo senza parole.

Immagina il bambino barcollare verso il gabinetto, nell’appena consolidata abitudine di svuotamento notturno della vescica. Riesce a visualizzare il suo passo incerto, gli occhi un poco incollati, le guance ancora congestionate dal cuscino. Visualizza e rabbrividisce appena. La camera del bambino era stata la prima che aveva controllato e chiuso a chiave, una volta uscito dalla cucina. Il piccolo corpo di suo figlio riposava accigliato in un turbinio di coperte scomposte, ma non c’era niente di insolito: i poster del Milan regolarmente appesi alla parete, il joypad abbandonato sul pavimento, un odore familiare, di biancheria intima cambiata di rado. Niente a che vedere con il resto dell’appartamento.

Immobile, piantato fra i resti di quello che un tempo era il suo bagno, cerca di restituire con la memoria una collocazione rassicurante agli oggetti.
Il bagno in cui si è lavato per anni, lo specchio di fronte al quale si è rasato, la tazza, il lavandino, i portasciugamani, adesso gli appaiono corpi estranei, un arredamento scenico da film noir di seconda serata.
Raccoglie la crema depilatoria di sua moglie, non ricorda dove dovrebbe stare, la rimette a terra. Riesce soltanto a buttare due asciugamani sopra il bidet e a domandarsi: quando è accaduto tutto questo di preciso?

“Chiudi la finestra prima di andare a dormire”. Sua moglie glielo aveva ripetuto un centinaio di volte. Lui aveva sempre liquidato la faccenda con un cenno del capo e un borbottio di tiepido assenso.
Ma poi la finestra rimaneva puntualmente aperta. Spalancava finestre e accostava porte, ricercava empiricamente e con caparbietà una balistica che lo proiettasse verso un filo d’aria, un refolo di tregua. L’afa agostana non permetteva alternative.
E infatti quelli lì avevano utilizzato il camper dei vicini del terzo piano come un trampolino e si erano introdotti in cucina proprio attraverso la finestra che “doveva restare chiusa quando andava a dormire”.

Si era svegliato alle sei del mattino con un gran mal di testa e la vaga sensazione di essere in ritardo per qualcosa. La televisione era rimasta accesa tutta la notte e ruminava l’ennesima replica di MacGyver.
Entrato in cucina per bere un bicchier d’acqua, non aveva realizzato subito quanto accaduto. Sembrava soltanto che qualcuno avesse lasciato la stanza molto in disordine, come se la sera prima ci fosse stata una cena terminata troppo tardi per sbrigare immediatamente le pulizie. Ma era da un pezzo che quella casa non riceveva ospiti.
Allo sgomento iniziale era subentrato ben presto uno schiacciante senso di responsabilità. In quel momento non avrebbe desiderato niente di più di una finestra rotta. Aveva perfino valutato l’ipotesi di prendere un posacenere e di infrangerlo contro il vetro, ma poi si era stupito dell’assurdità di quel pensiero e si era diretto verso il corridoio a passo incerto.

Una volta una collega gli aveva raccontato di un furto subito. Erano entrati dal retro e avevano spruzzato uno spray per addormentarla. Nessuno si era accorto di niente, i ladri si erano dati da fare tutta la notte caricando televisori, computer e altri oggetti di valore. La poveretta si era svegliata quando il sole era già alto, con la testa sottosopra e la casa ripulita.
Dalla soglia della camera da letto aveva ripensato a quell’episodio. Osservando sua moglie che dormiva a bocca spalancata, si era immaginato quante volte i ladri le fossero passati accanto per aprire un cassetto o rovistare nell’armadio.
Sua moglie indifesa, sua moglie narcotizzata, sua moglie che si alza nel cuore della notte per mangiare pane e Nutella, sua moglie che sviene alla vista del sangue, sua moglie che fa yoga tre volte a settimana e lascia la cena pronta in forno, sua moglie con la sottoveste leggermente alzata, sua moglie col soffio al cuore, sua moglie che fino a un paio di mesi prima dormiva rannicchiata in un angolo del letto e che adesso occupa per obliquo l’intera superficie del materasso.

Eppure sembrerebbero dei dilettanti. Hanno arraffato senza metodo, soldi e cose luccicanti, un bottino da gazze. Di contanti, nella casa, ne non ne sono mai girati tantissimi, le gioie avevano un valore puramente affettivo. In bagno si erano perfino fatti una spada, come aveva sentito dire una volta a suo nipote.
Tossici da strapazzo talmente sicuri di loro stessi da farsi una spada in bagno. Non avrebbero certo fatto molta strada di questo passo. Di questo passo, la polizia li avrebbe trovati subito e recuperare la refurtiva non sarebbe stato poi un gran problema. A quel punto l’orribile risveglio si sarebbe tramutato in una storiella vagamente inquietante da condividere con i colleghi durante le pause caffè.

L’unica cosa che può fare adesso per proteggere la sua famiglia, pensa, è impugnare una scopa e darsi da fare. Tutto qui. Un gesto tanto semplice quanto efficace per impedire ai suoi cari di sbirciare fra le dita un mondo con il quale, grazie al Cielo, non hanno mai dovuto fare i conti. Un mondo che un bambino di cinque anni e una traduttrice che lavora in remoto non dovrebbero mai conoscere ma che lui, pendolare da nove anni, attraversa ogni giorno per una busta paga.

Comincia dalla cucina. Raccoglie i piatti e spazza per terra, chiude i cassetti e butta le confezioni di cibo che sembrano essere state toccate o spostate. Nulla deve rimanere contaminato, insozzato, corrotto. Il caldo ancora sopportabile e il suono di piatti e tegami sillabano una sensazione rassicurante. Colazioni domenicali, letti sfatti, famiglie felici. Quei rumori familiari gli ricordano che in qualche modo le situazioni possono sempre aggiustarsi.
Così era andata quando a sedici anni si era stirato un legamento per poi partecipare alla finale regionale dei 100 metri ostacoli appena sei mesi più tardi. O quando la moglie aveva sofferto di quella lieve crisi post-partum, per non parlare di quella sciocchezza che lui aveva combinato al matrimonio del fratello.
Da un po’ di tempo a questa parte, invece, è come se avesse smarrito il manuale d’istruzioni della sua vita e non fosse più in grado di far combaciare i pezzi per rimontarla. In mano gli restano soltanto componenti – le recite del bambino, un mutuo, i venerdì sera a quattro – parti di un significato che non riesce ad assemblare come in figura.

Mentre passa la spugna sul ripiano urta la teglia che la moglie ha usato per preparare la sua torta di mele. Fa per spostarla, poi si accorge della carta stagnola scostata, e da lì della grossa voragine che campeggia al centro del dolce. Sulla superficie molliccia impronte di unghie che strappano, denti che sbriciolano, tracce di qualcosa portato via. Accosta la faccia alla torta fin quasi a immergere il naso negli spicchi di mela grinzosi. Con le gambe fiacche raggiunge il tavolo, siede con la teglia sulle ginocchia. Comincia a mangiare, scava l’interno della torta e introduce in bocca i pezzi seguendo una logica che riesce soltanto a intuire. Sa che dovrebbe mettersi addosso una camicia, infilare le scarpe e andare alla caserma più vicina per sporgere denuncia, ma fuori c’è un mondo brutto che preme, sbraita, pretende di entrare a spallate. Chiude gli occhi e continua a masticare.
L’assedio è appena cominciato.

Martin Hofer

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