CASUAL FRIDAY #42: IL SORVEGLIATO

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Erica Monzali, Senza titolo (china)

Casual Friday (qui e su Facebook) è la rubrica di Verde nata per promuovere un nuovo reading code. Ogni settimana un racconto inedito di un autore diverso che cercherà di farvi ridere, divertirvi o semplicemente imbarazzarvi.
Oggi c’è
Filippo Santaniello con Il sorvegliato. L’illustrazione è di Erica Monzali (Senza Titolo). È venerdì, rilassati!

Ho conosciuto tanti registi, nessuno sano di mente, tutti alla ricerca dello sceneggiatore che più si adatta al proprio malessere. Io non mi reputo più bravo di altri sceneggiatori. Se ho raggiunto certi traguardi è perché ho assecondato i registi con la stessa duttilità con cui certi uomini si abituano alle loro donne. Solo con Fabio Ducci non ce l’ho fatta. Ci siamo conosciuti sotto i portici di piazza della Repubblica e la mia vita…
Merda, il citofono…
È già il 29 aprile?

Smetto di scrivere e mi alzo dalla sedia. Sono solo in casa. Mio fratello non si vede da giorni, mia madre è dall’osteopata a rinforzare le articolazioni. Prima di rispondere mi affaccio alla finestra del soggiorno. Davanti al portone ci sono un uomo e una donna vestiti di blu coi pantaloni della divisa insaccati negli stivali.
Una bolla d’ansia mi esplode nella pancia.
Sapevo che sarebbero arrivati.
Se non rispondo sono previste sanzioni.

«Massimo Olivero è in casa?», chiede l’uomo al citofono.
«Sono io».
«Codice per favore».
Ancora non l’ho imparato a memoria. Mia madre ha voluto che lo trascrivessi e lo attaccassi sullo sportello della dispensa. Dodici cifre alfanumeriche. Stacco il foglio, torno al citofono e scandisco il codice all’uomo che lo verifica e mi augura buona giornata. Dalla finestra lo vedo allontanarsi insieme alla collega fino a un altro portone.

Quando è arrivata la lettera del Ministero mia madre ha avuto un collasso nervoso. Ha iniziato a soffrire di cefalea, dolori articolari e a non dormire bene la notte. Va dal medico due volte a settimana. Prima l’accompagnavo io, adesso dovrà arrangiarsi da sola, perché se anche tornasse mio fratello si troverebbe nella mia stessa condizione. Il Ministero ha inviato la lettera pure a lui, e il giorno dopo la sua stanza era vuota. Ha un amico a Edimburgo. L’ho chiamato e mi ha assicurato che lui non c’è, ma il tono diceva altro. Lo copre. È un buon amico.

Bevo un bicchiere di latte freddo, torno in camera e guardo il computer. Un altro buon amico. Ho passato più tempo seduto qui davanti che in giro a spassarmela. Avrei dovuto fare esperienze. Lavorare meno di fantasia. Ho accumulato tante di quelle storie che sento il rumore che fanno nella testa. Qualcuno dovrebbe inventare un sistema che strizzi il cervello come una spugna.

Mi siedo davanti allo schermo e rileggo l’ultima riga. Fabio Ducci… Luglio. Piazza della Repubblica. Si sudava stando fermi. La fontana delle Naiadi era un’esplosione di luce, il vento caldo spostava la traiettoria degli zampilli e il cielo cominciava ad assumere tonalità rossastre. Siamo entrati in un bar senz’aria condizionata e dopo un caffè al tavolo ho atteso che Fabio Ducci parlasse. Al telefono mi aveva accennato che stava lavorando a un soggetto, quindi ero ricettivo e pronto a riempire l’agenda d’appunti. I registi, non importa quante certezze estetiche abbiano rubato ad altri, quali film non possano fare a meno di rivedere una volta al mese, con quali tendenze sessuali convivano cercando di trasmetterle al prossimo, appena hanno uno sceneggiatore davanti lo usano da sacco da boxe. Ho incassato parecchi colpi. Ho dato forma a idee inconsistenti attraverso la scrittura e continuerò a farlo perché non so fare altro. Il regista racconta, io assorbo, quindi aspettavo che Fabio Ducci esponesse, invece tergiversava.

«Che studi hai fatto?»
«La NUCT».
«Non la conosco, è a Roma?»
«Sì, a Cinecittà».
«Dopo la NUCT?»
«Niente».
Mi guardava coi dentoni sporgenti. Avrà avuto quarant’anni. Chissà se adesso è un sorvegliato…

Non avevamo discusso il compenso ma ero certo che mi avrebbe pagato in nero. Mi pagano sempre in nero. Non verso le tasse e per lo Stato sono disoccupato. Mia madre ha chiesto a un nostro parente che ha una ditta di macchine oleari di mettermi a busta paga, ma si è rifiutato e ha fatto bene perché se avessero scoperto il bluff avrebbe passato guai seri.
Anche Fabio Ducci bluffava, lo capivo da come mi girava intorno. «Sto cercando di produrre il mio primo lungometraggio ma il soggetto non va più bene».
«Perché?»
«Esiste un film simile. L’hai visto?»
«Come faccio a saperlo se non mi dici il titolo?»
Fabio Ducci rise e disse il titolo, io l’appuntai sull’agenda e quando alzai gli occhi lui disse che aveva bisogno di un soggetto.
Presero a sudarmi le mani e le storie che custodivo scomparvero dalla mia mente come se avessi tolto il tappo. Non ero abituato a lavorare in quel modo. Non ero abituato a non adattarmi. Invidio gli autori convinti delle proprie storie. Le mie scuotono la scatola cranica senza riuscire a romperla, si coagulano su se stesse e ogni tanto qualcosa esce dal naso sotto forma di turacciolo…

«Ho contatti con la Zero Due», disse Ducci guardandosi intorno. «È un’occasione importante per entrambi».
Sfogliai l’agenda soffermandomi sulla storia di un uomo ai margini della società che perde quel poco che ha e per recuperarlo scende ancora più in basso. Provai a esporla ma soffocai.
Ghhghhghh… La fiera delle banalità… GhhghhghhZitto, fai più bella figura
Soffocavo nel tentativo di dare a Ducci una storia da presentare alla Zero Due, ottenere un diritto d’opzione e chissà cos’altro… Dovevo regolamentare la mia professione in un ordine specifico, evitare il programma di sorveglianza ma la prospettiva di non dover assorbire storie d’altri mi aveva paralizzato.
Gggghh
Ducci si sporse in avanti. «Come?»
Gggghh
Un rivolo di saliva mi colava dal labbro. Mossi una mano e rovesciai un po’ di caffè sul piattino. Mi alzai dalla sedia e andai in bagno. Mi sciacquai la faccia, avevo la camicia incollata al torace. Quando uscii vidi Fabio Ducci seduto di spalle, le orecchie grandi, la forfora sulla giacca. Le spalle sobbalzavano come se continuasse a ridere e sul viso immaginavo stampata un’espressione da goblin. L’idea di tornare a sedermi davanti a lui mi ostruì di nuovo la gola. Per fortuna il bar aveva un’uscita vicino ai bagni.

Il giorno dopo mi chiamò per dirmi che avevo dimenticato l’agenda sul tavolo. Ero imbarazzato e non trovavo le parole per scusarmi.
Fissammo un appuntamento dalle mie parti. Il cielo era di un rosso corallo tendente al viola. Lui arrivò in motorino. Quando mi vide non si tolse il casco, sfilò l’agenda dalla giacca e me la porse: «L’ho aperta per cercare il tuo numero, non l’avrei fatto se non te ne fossi andato in quel modo». La voce rimbombava nel casco. Oggi non sono più sicuro che fosse lui. «Sfogliando le pagine mi sono imbattuto in uno spunto interessante. La storia è ambientata nel 2060. Il governo obbliga i disoccupati a non uscire di casa. Credo che ci si possa lavorare… È un periodo stressante per tutti, insieme possiamo fare grandi cose».
Un uomo in maniche di camicia mi urtò la spalla e l’agenda cadde a terra. La raccolsi. L’uomo mi fissava, tirò fuori il cellulare e chiamò qualcuno. Mi accorsi che anche una donna vicino a una cassetta postale mi stava fissando. Ducci se n’era andato. Il motorino si allontanava nel vento caldo che sapeva di gomma della metropolitana.
Camminando verso casa sfogliai l’agenda. Non ricordavo di aver scritto una storia simile, ma c’era, e la calligrafia non era la mia…

«Massimo?»
Sento la porta chiudersi. Salvo il file e vado in soggiorno. Mia madre è in piedi davanti al divano. «Il dottore ha esagerato coi tiraggi», dice.
Il collo spunta dal piumino come lo stelo di un fiore ed è piegato di lato per il peso della testa. Un braccio è più lungo dell’altro, pende fino a metà coscia e la gamba destra ha guadagnato così tanti centimetri che l’altro piede non tocca terra. Mia madre zoppica mentre fa il giro del divano. Si siede e accende la tv.
«Sono arrivati i sorveglianti», dico.
Lei cambia canale e trova una fiction.
Alzo la voce: «Hai capito?»
Mia madre gira la testa al di sopra della spalla. Sembra di parlare con un serpente. «Ce l’aspettavamo. In queste cose sono puntuali». Solleva con fatica la gamba più lunga e la posa sul tavolo. «Non ne posso più di quel medico, combina solo disastri».
«Perché continui ad andarci?»
«Cosa vuoi che faccia? Meglio così che paralizzata a letto. Tu hai preso le medicine?»
«Sono finite».
«Se me lo dicevi passavo a comprarle».
Dico che voglio provare a smettere. Lei sembra preoccupata. La testa ondeggia come un’alga. «Ti ricordi cos’è successo l’ultima volta che hai interrotto la cura? Tuo fratello ne paga ancora le conseguenze».
Crede sia stata colpa mia, non capisce che è partito per sfuggire ai sorveglianti.
«Io non ho fatto nulla. Ha fatto bene ad andarsene».
Per non sentirmi, alza il volume e appoggia la testa sul divano. So che avrebbe preferito perdere me.
Emanuele dove sei? Basterebbe una telefonata.

Resto qualche secondo dietro mia madre illuminata dalla luce della tv, il collo storto come un cigno, poi torno in camera passando davanti alla stanza chiusa di mio fratello, mi siedo al computer e rileggo l’ultima riga.
La calligrafia non era la mia…

Filippo Santaniello

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