SOSTITUZIONI

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Erica Monzali, Pugile (tecnica mista: pennarello nero e pastelli)

Più che una critica all’ambiente, dice Stefano Solventi, Sostituzioni è una riflessione sul modo in cui i libri vengono promossi, sugli eventi social e sulla loro reale sostanza letteraria. Un fenomeno che naturalmente non riguarda solo l’editoria.
Temevamo fosse un gioco, ma per fortuna era un vizio
Illustrazione di Erica Monzali (Pugile).

La ragazza bussa, due colpi rapidi più nervi che forza, poi spalanca la porta dell’ufficio. Entra col passo elettrico e la faccia di chi ha passato la notte sui chiodi di una qualche preoccupazione. La direttrice alza la testa dal monitor, ci mette qualche istante a stabilizzare l’equilibrio tra attenzione e sorpresa.
«Lisa?»
La ragazza si ferma come un arco teso al limite della scrivania. Respira fitto, solleva il mento con piccoli scatti infinitesimali. Nei suoi occhi c’è una trasparenza asciutta, come per una febbre interiore che non sa sciogliersi. Nella mano destra stringe una busta gialla, formato A4, col logo della Pettirosso Editrice. Non parla. La direttrice prende una penna, scrive qualcosa su un foglio già pieno di appunti. Quindi indica la busta.
«È il manoscritto che dovevi leggere?»
La ragazza annuisce.
«Sì, quello».
«Bene. Siediti e dimmi tutto».

Lisa si lascia andare sulla sedia di pelle e alluminio col rumore di un sacco pieno di cose poco solide. La direttrice abbandona la penna sulla scrivania, aggiusta gli occhiali sul naso, si appoggia allo schienale e indirizza all’impiegata un sorriso tra il neutro e il rassicurante.
«Fammi capire, Lisa. È bruttissimo? O è incredibilmente bello?»
La ragazza resta immobile per un secondo, due. Inizia a scuotere la testa lentamente, con movimenti sempre più scolpiti. Una lacrima rompe la pellicola di contegno delle palpebre e taglia in due lo zigomo rossastro, scomparendo nel pallore della guancia come un cadaverino liquido. La mano destra si alza, deposita la busta sulla scrivania e resta lì, il palmo premuto sul logo Pettirosso Editrice.

«Monica, io… non me lo so spiegare».
Lisa ha parlato come se stesse soffiando in una bolla di vetro incandescente. La direttrice gestisce il proprio sconcerto con eleganza, imponendosi una quiete emotiva che bene si accordi alla pettinatura composta del mattino, alle righe sottili della giacca, alla camicia bianca aperta sull’incarnato tonico, moderatamente abbronzato.
«Cosa non ti sai spiegare, Lisa? È una storia. Si intitola Sostituzioni. Duecentoventi pagine, se non ricordo male. Cosa può esserci d’incomprensibile?»
«È di me che parla».
La direttrice si fa sorprendere da un sussulto.
«Prego?»
Lisa porta una mano alla fronte. Singhiozza. Altre lacrime solcano gli zigomi e finiscono giù, inghiottite dal bianco, a capofitto nell’incavo tiepido del collo.
«Quella storia parla di me. Di me».
Dopo pochi istanti di niente, la direttrice si alza. Raggiunge la porta e la chiude senza fare rumore. Mette le mani sui fianchi, l’aria scopertamente perplessa. Si volta verso la ragazza tenendo lo sguardo al pavimento.
«Vuoi un caffè?»
Lisa si asciuga le lacrime col dorso delle mani.
«Sì, sì. Grazie».
«Lungo, giusto?»
«Sì».
Monica inserisce la cialda nell’apparecchio grigio, preme un interruttore, sorride mentre il ronzio si diffonde liquido e familiare. Quindi porge il caffè alla sua dipendente, tacitando con un cenno i suoi ringraziamenti sussurrati. Ne prepara un altro per sé, ristretto, e torna a sedersi. Osserva Lisa che sorseggia con lo sguardo altrove, ancora scardinato di pianto. Il silenzio è fragile e aromatico, di quelli che sembrano stranamente destinati a prolungarsi come alternativa preferibile al prima e al dopo. Ma la ragazza lo rompe, all’improvviso.

«Ho iniziato a leggerlo l’altro ieri sul tram. Non mi sono accorta subito della somiglianza tra me e la protagonista. Figurati, si chiama come me, ma non ho dato peso alla cosa. All’inizio mi sono lasciata sviare dalle differenze. La città del nord in cui è nata, ad esempio. I capelli biondi. Dal terzo capitolo, invece…»
Lisa strizza gli occhi e scuote la testa. Nasconde la bocca dietro la tazza, cerca di soffocare altri singhiozzi. La direttrice finisce il caffè e avverte un brivido risalirle la schiena. Il tipo di brivido che ama sentire.
«Cosa succede dal terzo capitolo?»
Lisa inspira. Prende la tazza con due mani, se la porta in grembo.
«La storia di questa ragazza diventa sempre più simile alla mia. Pagina dopo pagina. C’è tutto, di me. Il matrimonio, il divorzio, l’incidente d’auto, la malattia di mio padre…»
La direttrice porta una mano alla fronte.
«Lisa, non voglio minimizzare l’importanza e… il dolore che rappresentano per te questi ricordi. Però in fondo stiamo parlando di storie abbastanza comuni. Tristi, drammatiche, ma comuni. Non credi che possa trattarsi di una coincidenza?»
La ragazza scuote la testa con decisione.
«No, non credo. Ci sono dei dettagli che… Ma soprattutto la sequenza, la sequenza degli avvenimenti. È esatta».
«E se fosse uno scherzo? Magari è qualcuno dell’ambiente che ti conosce…»
«Monica, no, te lo assicuro. Ci sono dettagli che nessuno dovrebbe sapere. Io…» Lisa esita, pianta uno sguardo di vetro negli occhi della direttrice. «Ho avuto un aborto, prima della separazione. Il modo in cui si sono svolti i fatti, tutti quei particolari, soltanto mio marito ne è a conoscenza. Il mio ex marito. E prima che tu me lo chieda, non è stato lui a scriverlo. Non ne sarebbe capace. E comunque stanotte l’ho chiamato. Potrei metterci la mano sul fuoco che non c’entra niente».
La direttrice giochicchia con gli anelli della mano destra, ruotandoli come per massaggiare la pelle tenera sotto il metallo. Non alza lo sguardo.
«Lisa, cosa stai cercando di dirmi?»
«Non lo so». La ragazza parla come se tentasse di contenere la frana dei nervi e dei pensieri entro gli argini della convenienza. «Non so cosa pensare. Ti ripeto, è impossibile che si tratti di una coincidenza. In queste pagine c’è la mia vita. E non solo…»

Lisa si inceppa, scuote la testa con una smorfia e riprende a bere il caffè. La tensione rimbalza tra i volti delle due donne in un elastico di parole trattenute. La direttrice socchiude gli occhi, inspira. Apre il cassettino di destra, prende una sigaretta dal pacchetto blu di Gauloises e con la stessa mano afferra l’accendino. Mette la sigaretta tra le labbra e la indica alla ragazza per chiederle il permesso. Lisa acconsente con un mezzo sorriso.
Monica accende, fa una tirata generosa, si alza per scostare la finestra. Si volta e appoggia un gomito alla spalliera della poltrona, augurandosi che la sua dipendente non prenda quel gesto per una posa.
«Avanti Lisa, che altro c’è?»
Gli occhi della ragazza adesso sono rigidi nel pallore marezzato del viso. Quando parla la sua voce è più ferma, determinata.
«Alcuni passaggi sono cronache fedeli. Molto particolareggiate. Come se chiunque le abbia scritte le avesse realmente vissute. Come se fosse stato accanto a me, dentro di me. Monica io… Quando ho avuto l’aborto, ero sola». Lisa serra le labbra e inspira con forza. D’improvviso la sua pelle sembra irrigidirsi, come se palpitasse sotto uno strato di cera. «Quello che ho sentito, quello che ho provato, tutto il casino che ho avuto dentro, non l’ho mai raccontato a nessuno. A nessuno. Neppure al mio ex marito. E adesso è tutto in quelle pagine. Tutto. Come se chi le ha scritte mi avesse aperto e studiato. È quello che… avrei potuto scrivere io, se avessi voluto scriverlo. Se sapessi scrivere».

La direttrice distoglie lo sguardo. Porta la sigaretta alla bocca ma prova un moto di disgusto. Normale, pensa, per una cinquantenne che ha chiuso col fumo da almeno sei mesi. Versa un po’ d’acqua nella tazza del caffè e immerge la sigaretta nella brodaglia, facendo sfrigolare la brace. Non può fare a meno di accorgersi che si sta aggrappando a quei gesti banali per sottrarsi alla situazione, e per un attimo si disprezza. Torna a sedersi, tenta di recuperare la sintonia col volto congestionato della sua dipendente.
«Lisa, dobbiamo mantenere la calma. Siamo adulte e ragionevoli, sappiamo che non può trattarsi di un fenomeno», fa una smorfia, «soprannaturale. Sono convinta che si tratti di una curiosa, pazzesca serie di coincidenze. Ma quello che penso io non conta. Cercheremo di saperne di più, chiederemo spiegazioni all’autore. In maniera discreta. Me ne occuperò personalmente».
«Ci ho già provato».
«A fare cosa?»
«A contattare l’autore».
Monica tamburella sulla scrivania. Sente il disappunto montare amaro in gola assieme all’effervescenza sconveniente dell’eccitazione. Un’eccitazione che preferisce non spiegarsi.
«Gli hai telefonato?»
«Prima ho provato a scrivergli una mail, senza risultato. Torna indietro un messaggio di errore, dice che è impossibile recapitare, qualcosa del genere. Allora ho provato col telefono, ma non è raggiungibile».
«Fino a quando hai provato?»
«Fino a dieci minuti fa. È l’ultima cosa che ho fatto prima di venire da te».
Monica prende la busta, estrae il manoscritto. Rilegge il frontespizio. «Massimiliano Fauco. Non ha messo l’indirizzo… Hai cercato informazioni su internet?»
Lisa porta una mano alla tempia. «Sui social non ho trovato tracce. Un paio di quasi omonimi su facebook, senza alcuna attinenza. Niente sugli elenchi telefonici. Ho googlato ed è uscita solo una cosa di due anni fa, su un sito di annunci. Vendevano il pezzo di ricambio di una motocicletta e questo… tizio ha chiesto informazioni sulle condizioni, sul prezzo. Il nome corrisponde, ma non si capisce se si tratti veramente di lui».
«Nient’altro».
«No. È un fantasma».
«O uno pseudonimo».
«Sì, infatti. Mi chiedevo…», Lisa si piega in avanti, «è arrivato per posta o ce lo hanno passato?»
Monica si appoggia allo schienale. «È dell’agenzia Diagonali».
«Forse possiamo chiedere a loro».
«Era quello che pensavo di fare».
«Monica, io…», la ragazza fa vagare lo sguardo sulla scrivania, «non riesco a dare un giudizio sereno, ovviamente. Ma, ecco, il romanzo è buono. È davvero buono».
La direttrice sente il proprio respiro aumentare di frequenza, come se i polmoni fossero chiamati a raffinare energia più sottile, tagliente.
«Lisa, lo sai quanto conto su di te. Stai diventando brava, davvero brava. I titoli migliori degli ultimi mesi li hai individuati tu. E anche…», fa un sorriso sornione, «anche i più venduti».
«Ti ringrazio».
«Meriti un contratto migliore. E ti assicuro che lo avrai. Presto».
«Io… Mentirei se dicessi che non sono d’accordo. Ci sto mettendo l’anima».
«E questo Sostituzioni, secondo te…»
Lisa fa passare qualche istante, poi annuisce, con una specie di foga trattenuta, fragile. «Sì. Monica, è buonissimo. La prosa è intensa, essenziale, robusta. La struttura all’inizio è semplice, poi si complica ma senza stancarti. Sono due fili narrativi che si moltiplicano, diventano quattro. Alla fine la tensione è quasi insostenibile. Ti senti messa in discussione. Ti senti in trappola».
«Quanto editing?»
La ragazza alza le spalle e le rilascia, sbuffando leggermente dal naso. «Leggero. Quasi niente».
La direttrice resiste all’impulso di aprire il cassettino e accendersi un’altra sigaretta. Si esamina le unghie e inizia a mordicchiarsi quella del pollice, attenta a non sciupare lo smalto.
«In quale collana credi che potrebbe andare?»
«Non è facile. Dopo le prime pagine lo avrei messo nei Cannibalismi. C’è quella pressione emotiva cruda, spietata. Sai cosa intendo. Poi però ho iniziato a riconoscermi, e… Non so come spiegarlo, è come se mi fossi intromessa nell’inquadratura. Ho perso lucidità».
«Capisco».
«Se proprio lo dovessi catalogare, direi che è un dramma contemporaneo, metropolitano, con una componente marcata di thriller psicologico».
«Allora forse starebbe bene nella Grigiori».
«Sì, certo. Nella Grigiori potrebbe stare. Però, Monica, prima devo capire. Non ci dormo da due notti».
«Non ti sto dicendo che lo pubblicherò. Non così».
Lisa si sporge fin sul bordo della sedia, gli zigomi d’improvviso imporporati. «Tu… lo hai letto?»
La direttrice analizza una leggera scheggiatura dello smalto sull’unghia del pollice, fingendo un vago disappunto. Annuisce. «Era tra i titoli top del mese della Diagonali. Uno dei due più quotati. Ho dato l’altro a Ferri, aspetto la sua relazione per oggi. Ma, se devo essere sincera, sapevo già di averti passato il migliore. L’ho fatto di proposito».
La ragazza mette una mano sulla scrivania, l’espressione indurita. «Monica, non voglio che quel libro esca così. Mi riconoscerebbero, lo so. E non lo sopporterei».
«Lo cambieremo. Senza la tua approvazione, non uscirà. D’accordo?»
Lisa si raddrizza. Fronteggia lo sguardo solido della direttrice. «Grazie».
«Puoi andare, Lisa. Prenditi la mattinata libera, se vuoi. E stai tranquilla. Vedrai che tutto si chiarirà».

La direttrice prende il manoscritto, lo fa sparire nel cassetto più in basso con un movimento disinvolto. La ragazza si alza, i gesti vulnerabili.
«Grazie ancora».
Le due donne si fronteggiano. Per qualche attimo ci sono i loro sguardi e un silenzio assediato di domande che non otterrebbero risposta. Poi Lisa esce dall’ufficio, sopprimendo un’ultima esitazione.

La direttrice si alza. Apre la finestra e inspira, gli occhi socchiusi. Lascia che le prime fragranze di una primavera incerta scomodino prospettive dimenticate, ridotte a sensazioni vaghe. Si scuote. Torna alla scrivania, apre il cassetto più in alto e prende una sigaretta. La tiene tra indice e pollice, picchiettandola ritmicamente sul teak brunito, gli occhi concentrati su connessioni invisibili. Quando esce da quella specie d’ipnosi, lo fa con un movimento calcolato. Compone un numero sul tastierino del telefono e ascolta il segnale di chiamata sul vivavoce. Non appena dall’altra parte rispondono, si porta la cornetta all’orecchio.
«Ciao Matteo. Ti chiamo per quei manoscritti. Li hai tenuti fermi, vero?»
Resta immobile, in ascolto.
«Perfetto. Sì, no, non entrambi. Uno soltanto. Ah-a. Sostituzioni. Sì, esatto. Quello dell’autore che gioca a nascondino».
Socchiude gli occhi e ascolta, la piega compiaciuta delle labbra.
«Lo so, l’altro è più originale, più duro. Mi piace molto. Se credi posso programmarlo fra qualche mese. Ottobre sarebbe perfetto, fino ad allora abbiamo il calendario pieno. Sostituzioni invece lo voglio subito. Sì, vorrei farlo uscire in tempo per la fiera. Come?»
Ascolta, con una lieve oscillazione della testa.
«D’accordo, non c’è problema. Fammi avere un numero di telefono, uno vero stavolta. Sì, devo parlarci. A proposito, ci saranno delle modifiche. Sì. Nulla di sostanziale, ma dobbiamo rivedere un paio di…»
S’interrompe.
«Dimmi pure».
Picchietta la sigaretta sul teak con la mano libera. Sospira. Rotea gli occhi contrariata.
«Matteo, ti ripeto, sono entrambi validi. Ma per Sostituzioni ho… Abbiamo in mente una strategia promozionale efficace. Particolarmente efficace».
Ascolta, il sorriso sornione.
«Tu fidati, io preparo il contratto, d’accordo? E fammi avere quel numero di telefono. Sì. A dopo».
Riaggancia. Mette la sigaretta tra le labbra. L’accende. Inspira. Espira. Socchiude gli occhi. Il fumo assume strane forme seducenti.

Lisa spiega ai colleghi che non si sente bene, li saluta stiracchiando le labbra in un sorriso fragile. Decide di prendere le scale. Sente che quelle quattro rampe serviranno a sciogliere la tensione dei polpacci, delle spalle. Esce dalla palazzina, percorre i marciapiedi fino al semaforo, ma non attraversa. Non raggiunge la fermata del tram. Prosegue. Oltrepassa un isolato annullandosi nei rumori del traffico. Si osserva di sfuggita riflessa nelle vetrine sempre più rare. Rallenta il passo solo dopo l’ultimo attraversamento pedonale, la pelle accarezzata dalla temperatura più fresca sotto la cappa già rigogliosa degli ippocastani. Il parco a quell’ora del mattino è un flusso intermittente di comparse a bassa intensità. Qualche nonna con la carrozzina. Ogni tanto la corsa operosa di uno studente o di una casalinga. Alla prima panchina libera, Lisa si siede. Si guarda attorno, sul volto l’impronta vaga dell’apprensione. Prende il telefono. Inspira. Compone un numero senza cercarlo nella rubrica.

«Ciao. Sì, tutto liscio. Certo. Era… Colpita. La Diagonali ti ha spinto come doveva. Te lo avevo detto, no? Vedrai, sono sicura che verrà accettato. Adesso però stammi a sentire, cancello il tuo numero dal registro delle chiamate, io e te non ci siamo mai visti né sentiti, d’accordo? No, non siamo entrate nel merito. Sì, lo aveva letto e le era piaciuto, ma se la giocava con un altro. Adesso è intrigatissima. Sì, ovviamente ti chiederà delle modifiche. Hai già preparato qualcosa? Bravo. Credo che ti metteranno fretta, a settembre c’è la fiera, sai. No, non preoccuparti. È tutto previsto. Avevo già intenzione di licenziarmi. Sì. Ho i miei piani. Piuttosto, gli altri duemila quando firmi il contratto, d’accordo? Solita modalità. Mi raccomando, non rovinare tutto. Stai tranquillo e andrà in porto. Dai, adesso chiudo. Non chiamarmi, va bene? Nel caso, mi faccio viva io. In bocca al lupo».

Riattacca. Si guarda di nuovo attorno, stupita di trovarsi immersa in uno scorcio di mondo dove non accade altro che la normalità. Sorride a quel simulacro di quiete, al battito del cuore che sente placarsi assieme all’eccitazione. Alza la testa agli ippocastani, sgargianti sotto un cielo basso di primavera irrequieta. Una folata di vento la fa rabbrividire.

Stefano Solventi

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