CASUAL FRIDAY #41: OLGA MORBIDA E OLGA DAGLI OCCHI DI GHIACCIO

Segni a china 3

Erica Monzali, Senza titolo (china)

Casual Friday (qui e su Facebook) è la rubrica di Verde nata per promuovere un nuovo reading code. Ogni settimana un racconto inedito di un autore diverso che cercherà di farvi ridere, divertirvi o semplicemente imbarazzarvi.
Olga morbida e Olga dagli occhi di ghiaccio è un racconto di Ferruccio Mazzanti.
Illustrazione di Erica Monzali (Senza Titolo).

Sul Th Ratchadaphisek l’affluenza di tuk tuk e taxi era anomala. Gli autoctoni contrattavano assiduamente per poi bloccarsi e dirigersi con un’espressione tranquilla verso un altro tuk tuk colorato, ricominciando la contrattazione ancora e ancora. Il rivoluzionario occidentale decise che poteva essere la sua occasione per riprendere in mano la situazione e dimostrare a Tutto-free-lance che sapeva perfettamente cosa stava facendo. Ma in realtà quel trentenne non ne aveva la minima idea. Non l’aveva mai avuta, a ben guardare. Viveva come in una nebbia perpetua; e lui, che in una certa percentuale della sua coscienza ne era consapevole, proiettava su Olga questa sua deficienza psico-cognitiva.
Olga, Olga, Olga, sei stata il mio incubo per anni.

La parte migliore del dormire nel giardino dei Pistolesi era stare in tenda con Olga sotto la pioggia. O sotto le stelle. O sotto il sole cocente. Insomma, stare dentro a quelle mura di tela idrorepellente con lei, Olga, che aveva due occhi azzurri ma anche un po’ verdi.
Quella che montava la tenda era lei, Olga, supervisionata da suo padre, il signor Pistolesi. Il signor Pistolesi se ne rimaneva al margine della zona mattonellata del giardino con le braccia incrociate e la testa rasata ad osservare in silenzio la figlia minore, mentre per l’ennesima volta piantava i paletti della tenda sotto l’albero di Giuda. Sembrava che a Olga non interessasse poi molto del padre. Si limitava a sorridere al martello, rifiutando ogni mio aiuto con un secco gesto della mano.

Il signor Pistolesi era un ex tenete della fanteria. Era stato a Sarajevo con le forze speciali dell’O.N.U. Aveva insegnato ai sue tre figli, due maschi e una femmina, che bisogna sapersela cavare in tutte le situazioni. Bisogna essere forti e coraggiosi, soprattutto se si è donne.
Olga picchiava col martello di gomma i paletti di metallo. I paletti di metallo sprofondavano nella terra con dei goffi Tuuump! Il signor Pistolesi sosteneva che Olga doveva proteggermi dai mostri nascosti nel buio.
«Quali mostri?», domandai io con le mani in tasca.
Il signor Pistolesi mi guardava sollevando un sopracciglio e sosteneva, con tono verificazionista, che non ce l’avrei mai fatta là fuori. Osservava Olga con rimprovero.
Olga si limitava a sorridere dolcemente. Era morbida anche se stava a qualche metro dame. Mentre gliela stringevo, la sua mano somigliava a calda lana luminosa dove sprofondare, ognuno chiuso dentro al proprio sacco a pelo, solo il braccio fuori e per lo più il suo, che io avevo freddo.

Non ho mai avuto un rapporto sessuale con Olga, se è questo che preme al lettore. Non l’ho mai neanche baciata. Avevo undici anni. Le stringevo quella morbida mano mentre mi proteggeva dai mostri che si nascondono nel buio.
Scrak! Shhhhhh! Se in effetti avevo paura del buio, quella notte mi fece molta più paura la luce. Erano fasci densi e bianchi che si incrociavano nel giardino in modo neanche troppo dissimulato. E il rumore di due bestie, o forse tre, che lentamente, molto lentamente, troppo lentamente, estremamente lentamente si avvicinavano passo passo a quella piccola tenda da sogno. Mi si spalancarono gli occhi come sirene d’allarme.
Olga dormiva. Non volevo svegliarla. Era così bella e morbida. Sarei stato io a proteggerla, signor Pistolesi. Ma poi uno Shhhh! ravvicinato mi fece tremare mentre la bestia là fuori faceva scivolare lentamente verso il basso la cerniera della tenda.
ZZZZZZIIIIIPPPP!
Ero pietrificato dentro al mio sacco a pelo. I mostri che si nascondono nel buio stavano per entrare dentro al mio rifugio d’amore prepubere. Vidi una mano che si appoggiava lentamente sulla bocca di Olga. Lei continuava a dormire. Io ero mummificato.
Se intervengo questi mostri della notte poi mi uccideranno. La mamma mi dice sempre che non devo fare cose che poi mi faccio male. Sono il suo tesoro. Non devo essere egoista e devo pensare che la mamma poi piange se io mi faccio male. Devo pensare prima di tutto alla felicità della mamma.

«Adesso fai una cosa», disse la voce un po’ roca del mostro del buio mentre guardava dentro i miei occhi spalancati come una sirena d’allarme, «stai fermo lì finché non porto via questa bella bambina».
La mia bocca era talmente secca che riuscii soltanto a formare il labiale del sì. Adesso l’altra mano aveva afferrato un orlo del sacco a pelo e lo stava stava tirando verso l’esterno. Olga sbatté le palpebre. Olga era un patrimonio nazionale, tanto era bella. Quando indossava la gonnella di jeans, io…

Olga sbatté le palpebre e vide la silhouette della testa di quest’uomo mascherato di nero, che gli si avvicinò all’orecchio e le sussurrò qualcosa. Lei rimase immobile, i suoi occhi pieni di terrore. Due giorni prima il gatto era rimasto intrappolato sull’albero vicino a casa mia. Io avevo chiamato i pompieri. Mia mamma mi aveva detto che ero stato giudizioso a non intervenire, a far fare il lavoro pericoloso a persone di cui non ce ne fregava niente. Bravo il mio bambino, bravissimo.
Ero solo un ragazzino di undici anni. Ci avrebbe pensato la polizia. Non potevo fare niente. Nel petto sentii il piacevole senso di soddisfacimento di quando mia madre mi accarezzava. Dovevo solo rimanere immobile finché non se ne fossero andati.
Così si fa ragazzo.
Siamo molto fieri di te, amore mio adorato.
Stai fermo, non fare assolutamente nulla.

Avrei potuto continuare a far finta di dormire e la mattina dopo uscire con la faccia rilassata dalla tenda gridando il nome di Olga. Olga, giochiamo ad Obbligo o Verità? E poi avrei fatto una certa faccia, come di stupore. Me la sentivo già quell’espressione.
Olga!? Violentata? Uccisa? Cosa vuol dire pedofilia, signora Pistolesi?
E tutto questo proprio mentre dormivo accanto a lei, dentro la tenda che aveva montato per me, chiuso nel sacco a pelo, solo una mano fuori per stringere la sua. Fra poco se ne sarebbero andati.

E la mattina successiva mi svegliai. Tastai con la mano il posto vuoto lasciato da quella bambina che adoravo. No, non avevo sognato. La tenda era stata chiusa. Era tutto vero.
«Olga?»
Nessuno rispose. Mi stavano già venendo i sensi di colpa. Aprii la tenda ed uscii fuori con un balzo. La luce mattutina mi accecava quando gridai: «Olga, giochiamo ad Obbligo o…?»
«No», risposero le sue corde vocali.
Mi ci vollero ancora alcuni secondi perché le pupille si abituassero al giallo del sole; i due fratelli di Olga ridevano indicandomi mentre il signor Pistolesi se ne rimaneva al margine della zona mattonellata del giardino con le braccia incrociate e la testa rasata ad osservare in silenzio la figlia minore, Olga, che con passi decisi si avvicinava a me e mi tirava un ceffone.
L’unica cosa che vidi veramente furono i suoi occhi. I suoi occhi che mi giudicavano. Già una donna, Olga, a undici anni, che valutava il mio valore e lo decretava pari ad uno schiaffo silenzioso.

Così quando il rivoluzionario occidentale fermò l’ennesimo tuk tuk, nel caldo sole di Bangkok, e il guidatore, sentendo che i due turisti volevano andare a Phahon Yothin, scoppiò a ridere per l’ennesima volta, lui, il sedicente rivoluzionario, si voltò per un attimo verso Tutto-free-lance e rivide quel ghiaccio oculare carico di rimprovero che lo aveva tormentato per tutta la vita, decretandolo pari all’incapacità di contrattare il prezzo di un tuk tuk.
Olga, Olga, Olga, sei stata il mio incubo per anni.

Ferruccio Mazzanti

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