5 INGANNEVOLI SENSI: RENZO FINGE DI ESSERE DALTONICO

Lente 3 manifesti

Elena Monzali, Manifesti (tecnica mista: lente convessa, foto, rielaborazione digitale)

Il 22 marzo scorso al Caffellatte di Firenze Simone Lisi ha letto cinque racconti inediti dedicati ai 5 ingannevoli sensi. Ne proporremo uno a settimana per tutto il mese di aprile: con Renzo finge di essere daltonico siamo al terzo senso.
Fotografia di
Erica Monzali (Manifesti).

Renzo fa sempre di queste domande retoriche:
Dov’è andato Sandro?
Ma che ne so?
Avete segnato il ritiro per domani?
Se è segnato sta scritto là, altrimenti non lo abbiamo segnato, penso io, ma siccome Renzo è il capo resto in silenzio e lo guardo con occhi abbacinati per il passaggio dalla luce dello schermo al neon del mondo vero.
Renzo ama che siano gli altri a fare certe cose. Cose che, nel tempo in cui lui domanda, chiamami questa persona, avrebbe potuto fare da sé.
Serve a dire: io sono occupatissimo, te non stai facendo niente, o niente di rilevante, quindi fallo te, anzi detto ancora meglio, devi farlo te.

Altre cose come questa che Renzo fa o dice o pensa, cose che sono tutte comprensibilissime: c’è per esempio il suo amore per i cani: una cosa che trovo assolutamente in linea con il personaggio: l’essere un uomo di mezza età parecchio basso e muscoloso che da solo ha tirato su un’intera azienda di tendaggi, che grazie al suo sforzo e al suo dolore è riuscito a diventare il capo e ad avere oltre venti dipendenti, e sempre la tenebrosa figura della madre, nell’ombra: la spada del redentore.
Se dall’immagine della donna tracci una linea fino a lui capisci subito il suo amore per i cani, il suo arrivare quasi a rotolarsi per terra per compiacerli, ad avere un barattolo di biscotti speciali per ingraziarsi le fiere.
Perché è il modo in cui la donna lo ha amato.
Lo trovo comprensibile, come del resto molti tratti del suo carattere e altre manifestazioni simili.
La durezza che ha verso noi dipendenti.

Per poi arrivare un giorno qualunque di metà febbraio a chiamarti singolarmente nell’ufficio un minuto dopo l’orario di chiusura, per dirti, dopo i mesi orribili che ti ha fatto vivere: non mi sei mai piaciuto, io ti ho sempre odiato, quando ti ho assunto qui l’ho fatto solo perché costretto, per un antico vincolo di sangue nei confronti della tua famiglia, non ho mai creduto in te, mai, mi facevi schifo, ma alla fine mi son dovuto ricredere, tu mi hai conquistato con il tuo sforzo. Ecco, anche questo discorso lo si capisce benissimo se si tira una linea immaginaria dalla storia della sorella gemella, quella faccenda del disturbo mentale, il tentato suicidio e i casini di droga che in negozio tutti conosciamo bene ma di cui non si può parlare apertamente.

Ci sono questi comportamenti che ho imparato ad analizzare nelle lunghe giornate noiose trascorse, e già tre anni sono passati da quando sono stato assunto. Certi pomeriggi penso improvvisamente che dovrei cambiare lavoro e andarmene, trovare un’altra cosa, provare a campare con la scrittura, e mettere da parte tutte le mie teorie sulla sindrome di Stoccolma, ma non so bene quale sia il motivo vero che non mi fa lasciare Renzo e il lavoro nella ditta dei tappezzieri.

Saranno le settimane che tanto si somigliano tanto volano, saranno tutti i film che vedo al cinema nei giorni feriali e poi ci sono i fine settimana che sono lievi come panni stesi sbattuti dal vento.
E poi, ultimo ma non ultimo, c’è anche questa cosa del daltonismo di Renzo, o meglio questa cosa del fingere di essere daltonico, che non riesco a capire.
Ultima barriera al suo completo disvelamento.

Perché Renzo finge di essere daltonico? Perché tutta quella pantomima di scrivere sulla lavagna, sopra le scritte in verde che chiaramente riesce a vedere pur fingendo il contrario? Lo si capisce eccome che Renzo finga, ma il punto non è tanto quello, piuttosto come gli sia venuta in mente questa cosa. Ecco io questo suo tratto continuo a non capirlo.
Magari, mentre sono in ufficio occupandomi di una spedizione di tessuti bloccata alla frontiera, mi immobilizzo e mi sembra di aver capito, ma invece no e se ancora resto là e non cambio lavoro è forse perché aspetto di capire, e così passano i giorni, aspettando una spiegazione, una qualsiasi, un motivo plausibile per cui Renzo fa finta di essere daltonico.

In negozio scherziamo spesso con i colleghi sui molti tratti spiegabili del carattere di Renzo, ma quando qualcuno solleva la questione del daltonismo, no, e ogni volta che si ripropone la cosa, rimane come sospesa. Siamo tutti quanti sicuri che Renzo faccia solamente per finta, ma su questa cosa di cui ci sarebbe proprio da ridere mentre lui è fuori a sbrigare delle commissioni o sta chiuso nel suo ufficio, non ci viene proprio voglia di scherzare.

Guardo una collega rimettere a posto dei rotoli di tessuto o misurare qualcosa con gesti sicuri e lo vedo, che anche lei e tutti gli altri non fanno altro che pensare di andarsene, di cambiare lavoro, o al perché Renzo finga di essere daltonico.

Simone Lisi

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