ROCK CRIMINAL #11: JOE MEEK

3 Censored - Uomo che pensa - 3 versione

Elena Monzali, Uomo (tecnica mista: disegno a pennarello nero e pastelli, modificato digitalmente)

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. Chi era Joe Meek? Solo un produttore discografico o un pazzo paranoico à la Phil Spector?
Illustrazione di Erica Monzali (Senza Titolo).

Joe Meek parlava con Buddy Holly e con il proprio appartamento. I muri lo ascoltavano. Holly annuiva. A volte gli dava buoni consigli. Soprattutto riguardo la musica. Gli suggerì più di un motivo. Joe si fidava di lui. Provò a parlare anche con altre anime dei trapassati. Ne registrò le voci lontane nei cimiteri londinesi. La notte. Insinuandosi di nascosto con i suoi apparecchi magnetici. Solo il fruscio del vento tra gli alberi e le lapidi e quelle voci. C’era chi gli raccontava della famiglia lasciata sulla terra tra le tribolazioni quotidiane, si angustiava per questo, chi gli confidava di non trovarsi poi così male lì e chi chiedeva aiuto, alcuni giustizia per la propria morte. Vittime di efferati delitti, comunicavano con lui. Ma Joe cosa poteva fare? Era solo un produttore discografico, mica il capo della polizia. Nemmeno per Buddy Holly era riuscito a fare nulla. Ed era del tutto inutile che non credesse all’incidente aereo in cui il rocker, insieme a Ritchie Valens e Big Bopper, perse la vita il 3 febbraio del 1959. “Il giorno in cui morì la musica”, avrebbero cantato un giorno. “Disastro aereo. Morte tre stelle del rock’n’roll al ritorno da un concerto alla Surf Ballroom di Clear Lake”, intitolarono a tutta pagina i giornali. Sì, ma chi l’aveva organizzato quell’incidente nel cielo dello Iowa sopra Mason City?

Non è che Buddy Holly esprimesse dei dubbi sulla sua triste fine. «Doveva andare così», gli diceva. «Fa parte della leggenda del rock’n’roll», gli ripeteva rassegnato. «Ritchie Valens addirittura s’era giocato quel posto sull’aeroplano col mio chitarrista, Tommy Allsup, e ha vinto. Si chiama sorte: buona o cattiva che sia, è sempre lei a decidere. C’era una tempesta di neve e il povero pilota del Beechcraft Bonanza B35, Roger Peterson, mi ricordo ancora il nome, pace all’anima sua, era così giovane e inesperto». Ma Joe Meek capiva che lo diceva per non metterlo nei guai. «Stai calmo Joe, non te la prendere», gli diceva in continuazione. Sapeva, Buddy, che Joe era un po’, come dire, paranoico, e ce l’aveva con chiunque. Quella volta che distrusse il telefono con all’altro capo della linea Phil Spector ancora veniva ricordata. Spector gli rubava le idee, come tutti d’altronde. «Dai, tira fuori la tua cazzo di pistola. Vediamo chi è il grilletto più veloce del west». Lo avrebbe ucciso, questo è certo. Se l’avesse avuto davanti non avrebbe esitato un attimo a farlo fuori, a lui e a quel suo ridicolo wall of sound del cazzo. Perché se Phil Spector era pazzo, Joe Meek lo era di più.

Passò l’infanzia vestito da femmina, così voleva la sua amorevole mamma che desiderava una bambina. Che delusione quel maschietto! Ma a tutto c’è rimedio. Gli altri bambini lo prendevano in giro, sembrava uscito da una grottesca pellicola della vecchia Hollywood: una specie di Darla Hood delle “Simpatiche Canaglie” di Hal Roach. Ma adesso era grande e cattivo e col mascara sugli occhi, il ciuffo impomatato e i modi da teddy boy metteva paura. «Fatevi sotto stronzi, vi ammazzo a tutti. Chi sarebbe la femminuccia? Eh, provate a ripeterlo». Era cattivo e perseguitato. Non era più costretto a vestirsi da donna – durante il servizio militare aveva addirittura indossato la divisa della Royal Air Force, certo non quella da pilota, era un tecnico dei radar, ma che c’entra, era sempre della gloriosa e virile RAF – eppure quegli abiti era come se ce li avesse ancora cuciti addosso, sbucavano dalla giacca, si vedevano in trasparenza sotto il completo scuro, non riusciva a nasconderli, affannosamente se li strappava, con rabbia, tra le lacrime e gli improperi, ma era inutile, non sfuggivano allo sguardo di nessuno: la gente gli rideva dietro. Lui si vergognava e tutti lo vedevano come un sinistro omosessuale dai segreti inconfessabili. Chissà come trattava i suoi amanti, si chiedevano in tanti. Pettegolezzi, insinuazioni e calunnie.

Un giorno di gennaio del 1967 trovarono il corpo di un ragazzo di diciassette anni, Bernard Oliver, sezionato in vari pezzi in due valigie, e la polizia, indagando nel giro dei gay di Londra, interrogò anche lui. Lo sapevano tutti che Joe frequentava gli ambienti della prostituzione maschile. Nel 1963 era stato arrestato in un bagno pubblico e multato di quindici sterline per aver importunato un uomo. Gli guardava il membro mentre urinava, gli faceva proposte sessuali. Gli era andata bene. Poteva finire dentro, ma lui non riusciva a stare lontano da certi ragazzi, dicevano i suoi conoscenti. Sostenevano gli invidiosi della sua bella storia d’amore con il bassista dei Tornados Heinz Burt (Heinz Henry George Schwarz). Ai Tornados Meek aveva regalato il loro più grande successo, Telstar. Al suo amante una serie di fallimenti come cantante solista che lo resero ridicolo ovunque. Privo di qualunque talento, l’ossigenato Heinz Burt litigava di continuo con la moglie per via dei forti sospetti che lei nutriva su quell’ambiguo rapporto.

«Non sono omosessuale, come te lo devo dire», le ripeteva lui.
«Solo lavoro, c’è solo un rapporto professionale tra noi due. È che tu sei gelosa. Lui ha fatto di me una star. Ha sempre creduto nelle mie doti».
«Le tue doti, già, le tue doti», replicava lei con sarcasmo.
«Mi ha fatto suonare con Jerry Lee Lewis e Gene Vincent».
«Ti hanno tirato i fagioli. Sei stato fortunato che non erano con il barattolo. “Heinz Baked Beans”. Ma smettila, ti deve un sacco di soldi di diritti d’autore e guarda poi che capelli: capelli da finocchio. Ti ha fatto decolorare i capelli come una checca».

Intanto Joe Meek risultava estraneo al delittuoso fatto, ma ora aveva la prova, se mai ce ne fosse stato bisogno, che le autorità continuavano ad avercela con lui. Sarebbe potuto finire ugualmente in carcere, accusato di sodomia. Questa volta non sarebbero stati indulgenti. Il giudice imparruccato avrebbe sentenziato inflessibile e con malcelato disgusto la sua condanna. Una cella oscura, cibo scadente, lavori forzati e il disprezzo degli altri detenuti. Possibili violenze. In Inghilterra quello era un infamante reato penale. Il ricordo del processo e della condanna allo scrittore Oscar Wilde restava un severo monito che affliggeva i gay britannici. Nonostante fossero passati tutti quegli anni. L’ombra e la menzogna, la dissimulazione, finte relazioni eterosessuali, finte famiglie, finti figli erano le loro difese. Aveva paura Joe. Non usciva più dalla sua casa al 304 di Holloway Road. Anche se non si sentiva al sicuro neppure lì.

Era in quell’appartamento a nord di Londra che aveva ascoltato ossessivamente le registrazioni dei defunti. Tornava all’alba dalle sue incursioni e impaziente premeva il tasto play sul magnetofono. Qualcuno di loro, la voce di qualcuno dei morti, gli raccontava dei bei tempi, di quando il corpo a cui apparteneva era tra i vivi. Bei giorni quelli, quando in ascolto non c’era solo un registratore a quattro piste. Quando c’erano i parenti, gli amici, gli amori. Quei giorni lui li aveva mai conosciuti? Qualcuno lo aveva mai amato davvero, di un amore puro e disinteressato? Ma che importava. Nessuna voce alla fine gli diceva cose particolarmente interessanti e quel genere di vita non faceva per lui. Niente che lo coinvolgesse più di tanto. A parte quella ragazza che gli ispirò nel 1961 il primo grande successo della sua etichetta, la RGM Sound Ltd: “Johnny Remember Me” affidato alla voce (in vita) dell’attore e cantante John Leyton. In realtà l’aveva scritta Geoff Goddard, ma fu sua l’idea del lugubre ritmo western e del cantato femminile (della corista e attrice Lissa Gray) che giungeva implorante dall’oltretomba (il bagno microfonato della casa di Meek).

“Quando la nebbia sale e la pioggia scende e il vento soffia freddo attraverso la brughiera, sento la voce del mio amore, la ragazza che ho amato e perso un anno fa”, cantava dolente John Leyton. “Johnny ricordati di me”, gli replicava lei. “Sì mi ricorderò sempre, fino al giorno della mia morte”, le giurava lui. “Sento il suo grido (Johnny ricordati di me)”.

Ma quelle voci ora non c’erano più. Nessuno si ricordava di lui. Nemmeno i morti. Il loro silenzio era un pericoloso presagio. Un avvertimento. Il mondo della musica pop, che lo aveva eletto come il più grande produttore sperimentale della Gran Bretagna, adesso ascoltava altri suoni, e lo minacciava. Era il febbraio del 1967 e gli restavano solo i consigli di Buddy Holly. Buddy cercava di tenerlo tranquillo. Anche riguardo la causa per l’accusa di plagio di “Telstar” intentata dal compositore francese Jean Ledrut, il quale sosteneva che Meek avesse copiato il brano, arrivato alla sua uscita nel 1962 al primo posto sia della classifica americana sia di quella britannica, dalla sua “La Marche d’Austerlitz”, colonna sonora del film di Abel Gance “La battaglia di Austerlitz”. La causa era infinita e il fascicolo su Joe Meek restava sulle scrivanie del tribunali del Regno Unito bene in mostra sempre pronto a essere consultato e aggiornato con nuovi reati. Volevano renderlo irrimediabilmente matto e rinchiuderlo in una casa di cura per malattie mentali. Vestito da donna e con la camicia di forza. Che risate si sarebbero fatti i medici e gli altri internati alla clinica psichiatrica, o al manicomio criminale. «Joe la femmina folle che parla con i morti». Tutti ce l’avevano con lui. I Beatles, David Bowie e Rod Stewart. Tutti. Pure Tom Jones. Con la camicia aperta sul petto e l’aria da vero maschio, Tom Jones lo disprezzava. Non poteva fidarsi di nessuno. Per questo Heinz Burt gli aveva lasciato il suo fucile da caccia. Holly gli diceva di non disperare: prima o poi avrebbe dimostrato alla Corte la sua onestà. La genialità era ormai accertata. Quel brano viaggiava nello spazio meglio dell’omonimo satellite di telecomunicazioni lanciato in orbita alle 3 e 55 del 10 luglio 1962 dalla stazione aerospaziale di Cape Canaveral.

Lui però rimaneva ancorato a terra. Schiacciato dalla forza di gravità. Chiuso in quell’appartamento sul quale ormai cominciava ad avere dei sospetti. Fino a poco tempo prima era suo amico, adesso lo spiava; anzi, di più: suonava con lui. Quel suo studio di registrazione era capace di mettere in ordine tutti i suoni che gli giravano nella testa. Ogni angolo della casa era stato trasformato in una macchina registra suoni. E adesso si mostrava ostile diventando un organismo con vita autonoma. Joe strappava la carta da parati per vedere dove fossero nascosti i microfoni che gli avrebbero sottratto le sue musiche, piazzati dalla concorrenza proprio con la complicità di quella residenza situata in un comune edificio a tre piani di mattoni rossi sopra il negozio di pelletteria e valigie “A. H. Shenton” nel quartiere di Islington. Non si poteva più fidare di quel posto. Né tantomeno dei suoi inquilini. Agenti del complotto contro il più innovativo produttore indipendente del mondo. La Decca, l’Old Bailey, il 10 di Downing Street e Buckingham Palace preparavano la sua soppressione. C’era poi la padrona di casa, la signora nome in codice Violet Shenton, che non lo lasciava in pace. Sotto il suo bonario e rassicurante aspetto da madre di famiglia si celava il capo della cospirazione. Bussava in continuazione per il volume troppo alto che teneva durante il suo lavoro. Una scusa, neppure la più originale, per carpire i suoi segreti e distruggergli l’equilibrio psichico. Glielo diceva gentilmente di abbassare, ma era una tattica per poi prenderlo di sorpresa. Una volta lui rispose mettendo un altoparlante nella tromba delle scale. Lei gli chiedeva l’affitto, come se avesse avuto bisogno di quei quattro soldi una stipendiata dai Servizi di Sua Maestà, e lui lo pagava con sempre maggior ritardo.

Il 3 febbraio 1967 la guerra fredda era nel pieno svolgimento. Era arrivata la battaglia decisiva. Tutto si era svelato. Joe Meek capì che non c’era più una via d’uscita. Era accerchiato. La casa gli si stringeva attorno. Ghignava maligna complice della perfida proprietaria dell’appartamento e dei suoi affittuari. Le anfetamine erano state la sua colazione. La paranoia si era alzata dal letto con lui dopo una notte agitata. Robbie Duke, il suo giovane assistente di studio ribattezzato Patrick Pink da Meek, per qualcuno il suo nuovo amante (Heinz Burt sembrava l’avesse abbandonato con il fucile carico e il cuore che aveva perso troppi colpi), era appena arrivato quando la signora Shenton suonò alla porta. Joe Meek salì le scale verso l’ingresso e aprì. Alla stazione di polizia di Holloway Road, Robbie Duke/Patrick Pink riferì di aver sentito i due litigare per l’affitto, o meglio, lei era cortese come sempre e gli chiedeva i suoi soldi, era lui a urlare. Poi non urlò più. Esplose solo un colpo del fucile preso da sotto il letto. La signora Violet Shenton cadde dalle scale, ferita a morte tra le braccia del diciannovenne collaboratore, o nuovo amante, di Meek che non fece in tempo a raggiungere il suo capo che questi si ficcò l’arma in bocca facendosi saltare la testa. La casa cominciò a ridere come non mai. Non la smetteva più. Lacrime di risa si mischiavano agli schizzi di sangue. Poi fece un minuto di silenzio per l’agente speciale nome in codice Violet Shenton caduta sul campo nell’esercizio del suo dovere. L’inno nazionale e la Union Jack a coprirne le spoglie.

Poche settimane dopo, il tribunale inglese riconobbe la paternità di “Telstar” a Joe Meek. Ma il satellite aveva interrotto da anni l’attività, reso inservibile dall’irraggiamento radioattivo subito nell’attraversare le fasce di Van Allen.
Buddy Holly si pulì le lenti dei grossi occhiali e lasciò l’appartamento scuotendo il capo. Non andò mai a trovarlo al cimitero di Newent nel Gloucestershire, dove Robert George “Joe” Meek riposa sotto una lapide di granito nero con due rose incise ai lati. A volte lo pensa dalla sua residenza eterna di Lubbock in Texas. Ma non più di tanto.

Sergio Gilles Lacavalla

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