5 INGANNEVOLI SENSI – EL RETIRO

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Erica Monzali, Pioggia (tecnica mista: lente convessa, foto, rielaborazione digitale)

Il 22 marzo scorso al Caffellatte di Firenze Simone Lisi ha letto cinque racconti inediti dedicati ai 5 ingannevoli sensi. Ne proporremo uno a settimana, da oggi, per tutto il mese di aprile: cominciamo con El Retiro.
Fotografia di Erica Monzali (Pioggia).

Sul prato del Retiro,
in discesa. È maggio:
cosa importa?

Te studi, come studierai sempre, in quel tuo modo passivo ma implacabile.
Io? Niente.
Disegno su un quaderno un volto, che è il solito volto di sempre, di chi è? Mi chiedi.
Nessuno, rispondo, un mezzo volto greco che si fonde con la faccia di un vecchio compagno di classe.
Può darsi che il naso sia un pene? Ma lasciamo stare.
Siamo sul prato e siamo felici. Sei sicuro? È maggio, voglio dire, ho finito un lavoro temporaneo, le pulizie in un teatro, sono venuto qui da te, che altro vuoi?
Viviamo in una minuscola stanza vicino a Opera, la mattina frequento un corso di lingua, ma è chiaro che sia tutta una finta. Non ho imparato niente. Studio al pomeriggio nei bar della Latina, per un esame dell’Università che darò in luglio, forse. Un esame di filosofia, quindi tutto è inutile altrimenti avrei fatto informatica, ti pare?
Ma c’è il sole, questo voglio dire, come fare a non star bene? Lo capisci tramite me e la mia vita. O forse, dico forse, quell’idea di tranquillità che tu mi confermi, la ricavi da me, sono io che la creo tramite un’immagine che voglio veder riflessa nei tuoi occhi, in un movimento circolare che non finisce più. Vabbe’ dai, lasciamo perdere.

Dopo arriva Diego.
Si stende vicino a noi, e i suoi riccioli si spargono sul telo marocchino. Lui lo chiama in un modo specifico, yurta, yerta, che io non avevo mai sentito dire prima, ma faccio finta di capire al volo. Sta là mezzo girato e parlate di qualcosa, mezzo in spagnolo e mezzo in italiano, di persone che io ho visto solo qualche sera di sfuggita, in uno di questi pochi giorni che sono arrivato qui con una valigia e uno zainetto dei tempi della scuola. Parlate di posti che vedrò, forse, in queste sere spagnole, ed ecco che penso: che c’è un prima.
Non penso al fatto che c’è un dopo, quello è ovvio, me lo immagino, ma il prima mi mette male, sto là che ti guardo sorridere e sei bella e hai questi capelli lisci, mentre per il resto siamo qui sul prato al Retiro, noi tre, ed è maggio.
Diego ascolta la musica, (¿) che c’è venuto a fare al parco con noi se poi deve starsene buttato sulla yurta a sentire la musica? Te dovresti essere come un collante tra noi due? O cosa? Hai scelto? Hai scelto me? Si sceglie mai? Io ho scelto di venire qui? Lui ascolta la sua musica, mentre te studi come studiavi prima e come studierai sempre.
Io disegno, ma il disegno mi è uscito male.

Poi Diego si toglie le cuffie e ti dice di ascoltare una canzone e te l’ascolti e balli un po’ muovendo le spalle e due singole dita come fosse un film di Godard. E io niente, sorrido, sto sul prato, c’è il sole e non parlo con Diego. Valuto se fare una canna, ma è bene che io non fumi prima che scenda la sera, prima di essere nella nostra stanza, prima che tu dorma, sennò io diventerò obliquo come la melancolia di Dürer, farò discorsi distruttivi, sarò impossibile e uscirà fuori tutto il mio prima. Allora è meglio se disegno con un filo d’erba tanto da provare a esser qualcosa, una persona che ha voglia di star sul prato e fare un disegno come se fosse completamente rilassata.
Te ascolti e sorridi sempre, vorresti solo che io e Diego fossimo amici, così mi hai detto, ma non penso che sia questo il punto, non so nemmeno se sia possibile, se lo sarà domani: è perché esiste un prima, c’è sempre un prima.
Allora la canzone è finita e te togli le cuffie dalle orecchie, e parli ancora con un tono di voce molto alto come se la musica ti avesse assordato, cos’è dunque? Il mio turno? Metto le cuffie come se non avessi scelta, (posso scegliere?) mi tocco le caviglie nude e le cuffie mi isolano infine dai vostri discorsi che riprendono in quel momento esatto, fluenti come erano stati prima, prima che io arrivassi.

Mi isolo, ascolto la musica, che in effetti è bella. Sì, Diego che bellissima selezione musicale, gli direi se solo parlassi spagnolo, e questa canzone, come si accorda col momento, come sta bene con il parco del Retiro, con questa stagione dell’anno e giornate lunghe, con l’aria di Madrid, c’è una nota tragica in queste note, come le cose che finiscono, o che sono appena finite.
Accettare che quella musica sia bella significa in fondo accettare il valore di Diego e indirettamente il tuo? Non lo so. E poi vi guardo parlare, vi guardo ma non vi sento ed è così importante non sentire quello che vi dite e che pure io non capirei o solo a tratti, vi ho là sotto i miei occhi, io vi vedo parlare ma non vi sento, per l’effetto ventosa delle cuffie. Il labiale non lo voglio leggere, guardo il viale d’accesso in fondo al parco, i bambini che corrono dietro ai palloni, mi piace essere qui sotto l’ombra di questi alberi, con quasi un vento che smuove i tuoi capelli lisci, stare qui con tutto il passato intorno, ma distante, questa musica che mi impedisce di sapere, e penso per un attimo che non c’è altro modo di stare al mondo.

Poi la canzone è finita.

Simone Lisi

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